Rifiuti urbani, quale gestione? Esperienze europee in ordine sparso

Dal Meeting internazionale Atia Iswa Italia uno studio comparato tra capitali

[26 ottobre 2015]

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Entro fine anno la Commissione europea si è impegnata a produrre un nuovo pacchetto legislativo – dopo aver ritirato il vecchio, nonostante numerose proteste  – che possa traghettare il Vecchio continente verso un modello di produzione e consumo più sostenibile, quello dell’economia circolare. Modello che, secondo la Ellen MacArthur Foundation,  condurrebbe a un aumento del Pil dell’11%, un taglio delle emissioni di CO2 del 48% e a minor consumo (-32%) di materie prime in molti settori economici.

In attesa che la Commissione finisca di redigere lo spartito, ogni Stato suona la sua sinfonia più o meno armoniosa. Ne è un esempio la politica di gestione dei rifiuti urbani: una porzione rilevante (per quanto minoritaria) dei rifiuti nel loro complesso, a loro volta una ruota nell’ingranaggio dell’economia circolare. Oggi il V rapporto Anci-Conai e il dossier Ecosistema urbano si concentrano sulla gestione dei rifiuti urbani in Italia, rendendo un quadro in chiaroscuro, con molti punti ancora in ombra. Ma anche negli altri stati membri le criticità non mancano, come ha dato modo di osservare il recente Meeting internazionale sulla gestione dei rifiuti solidi urbani promosso da Atia Iswa Italia, nata dalla fusione dell’Atia (Associazione tecnici italiani ambientali) con Iswa Italia (International solid waste association).

Durante il meeting sono state raffrontate le esperienze di numerose capitali europee, in uno studio di comparazione (frutto di una metodologia sviluppata da Atia Iswa nel corso di due anni) che ha messo in evidenza strategie molto diverse tra loro. A Parigi, ad esempio, in un anno si raccolgono complessivamente 2.891.017 tonnellate di rifiuti, con una media pro-capite di 430 kg, in linea con la media europea (a Roma le tonnellate sono 1.738.000 tonnellate, con 603 kg pro capite). Il tasso di raccolta differenziata è molto basso anche per gli standard italiani (18%, seppur in crescita), ma solo il 12% dei rifiuti prodotti viene sotterrato in discarica. Il 70% va a recupero energetico, in compenso «il Comune di Parigi ha un ruolo attivo e diretto nel rivendere sul mercato le materie prime seconde derivanti dalla raccolta differenziata».

A Berlino lo smaltimento in discarica è pari a zero, mentre è al 39% il recupero termico dei rifiuti. A Vienna il tasso di termovalorizzazione è ancora più alto (al 60% del 2015), ma sta declinando rapidamente in favore di un maggior recupero di materia. Sia Berlino che Vienna, dimostrano di non aver paura degli impianti necessari a trattare in autonomia i rifiuti prodotti, rifuggendo la logica Nimby: entrambe le capitali, frequentemente additate come esempi virtuosi, soddisfano in pieno il principio di prossimità. In entrambi i casi, però, i passi avanti da fare per il recupero di materia sono ancora molti.

Dall’analisi comparata tra capitali non emergono neanche tabù sull’affidamento dei servizi legati ai rifiuti urbani, con un mix di pubblico e privato: a Vienna «l’affidamento del servizio – si legge nel report del meeting – è 100% pubblico». «Berlino spicca come esempio virtuoso di affidamento del servizio di raccolta e gestione dei rifiuti alla propria azienda 100% pubblica», ma «i costi di raccolta e trattamento degli imballaggi non gravano sull’azienda pubblica del Comune di Berlino; tale servizio è svolto da aziende private selezionate con procedure di appalto pubblico competitivo». A Parigi, invece, «il servizio di raccolta e trattamento rifiuti è esternalizzato dal Comune di Parigi ad aziende private all’85%».

Se il controllo pubblico continua a rimanere altamente auspicabile, la varietà di esperienze diffuse in Europa mostra come la bussola dovrebbe rimanere piuttosto l’efficienza e l’efficacia della gestione. Certo è che il modello italiano, dove circa il 40% dei rifiuti urbani ancora oggi finisce in discarica – l’opzione peggiore in accordo con la gerarchia europea dei rifiuti – suggerisce molte lacune sulle quali è necessario continuare lavorare.

L. A.