Rifiuti, verso la chiusura di un altro impianto in Toscana: Cava Fornace

Dove andranno i rifiuti finora conferiti nella discarica, amianto compreso?

[9 febbraio 2018]

Dopo le numerose proteste sollevate da parte della popolazione locale – e nonostante la contrarietà delle imprese del territorio, come mostrano le posizioni espresse da Confartigianato e Confindustria – la Regione Toscana ha annunciato che darà il via, insieme ai Comuni di Montignoso e Pietrasanta, al percorso che porterà alla chiusura della discarica di Cava Fornace, una volta concluso il periodo di validità delle autorizzazioni in essere.

Cava Fornace è una discarica a cavallo tra il Comune di Montignoso (MC) e quello di Pietrasanta (LU), gestita dalla società Programma Ambiente Apuane (che dal febbraio dello scorso anno è entrata a far parte del gruppo interamente pubblico Alia, il gestore unico di igiene ambientale dell’intera Toscana centrale) e autorizzata ad accogliere rifiuti non pericolosi – oltre ad avere un bacino dedicato allo smaltimento dell’amianto. Come documentato da greenreport ormai 11 anni fa, l’idea dell’impianto nasce (all’interno di una ex cava) per soddisfare esigenze legate al territorio, dando modo di smaltire in primis marmettola e rifiuti provenienti dal distretto marmifero ma accogliendo anche rifiuti contenenti amianto che nell’area – essendo presente a Massa Carrara un Sito d’interesse nazionale (Sin) finora bonificato solo per il 5% – di certo non mancano.

Come informano direttamente da Firenze, pochi giorni fa la Regione ha approntato una presentazione sullo stato della discarica nella quale sono stati approfonditi tutti gli aspetti, dalle verifiche ambientali a quelle sulle polizze fideiussorie, e dalla quale è emerso «un quadro confortante, confermato anche da Arpat Lucca e Massa». Nonostante ciò, la strada intrapresa è comunque quella della chiusura.

«L’approccio della Regione Toscana adesso – argomentano da Firenze – sarà quello del massimo rigore, nel controllo sull’osservanza delle prescrizioni contenute nell’autorizzazione. Si aprirà perciò la fase di un tempo utile per immaginare insieme ai sindaci e ai rappresentanti dei comitati e degli ambientalisti, un percorso che venendo incontro alle richieste del territorio di chiudere la discarica, dia al tempo stesso a quel territorio garanzie per il presente ma soprattutto per il futuro. Perché, come è stato ribadito, la chiusura di una discarica ha bisogno di un presidio della fase post mortem di durata trentennale. Ricordando la mozione del Consiglio regionale che invita la giunta a una chiusura più celere possibile, l’assessore all’ambiente, nel ribadire la volontà di attuare pienamente il pronunciamento consiliare, ha sottolineato il valore del termine “possibile” che richiama il concetto di sostenibilità sia in termini economici che ambientali. Sarà importante perciò che in questo percorso sia presente anche la società che è adesso partecipata da Alia, gestore di Ato Centro, quindi totalmente pubblica. Questo rappresenterà di per sé un elemento di garanzia rispetto alla piena assunzione delle responsabilità da parte dei vari attori coinvolti».

Un percorso pienamente legittimo dunque, al termine del quale sarà però necessario rispondere a una pressante domanda: dove andranno i rifiuti finora accolti a Cava Fornace, mentre la presenza di impianti simili all’interno del territorio regionale va sempre più diradandosi? Particolari perplessità suscita la partita dell’amianto: come noto, in Toscana persistono almeno 1.145 siti da bonificare – con 2 milioni di tonnellate stimate d’amianto –, e già nel millennio scorso (era il 1999) il Piano regionale rifiuti e bonifiche allora vigente metteva in guardia sulla «strutturale carenza di impianti per lo smaltimento». Carenza questa che è andata aggravandosi nel corso degli anni e in tutta Italia, cui finora si è sopperito inviando grandi quantitativi d’amianto dove sono pronti ad accoglierlo e gestirlo in sicurezza (profumatamente pagati), come in Germania. Paese che però ha fatto sapere – per mezzo dell’Ispra – che presto questi conferimenti cesseranno.

Eppure è noto da tempo – anche in questo caso ne scrivevamo su greenreport 11 anni fa, interpellando l’Arpat – che interrare l’amianto in discariche controllate ed appositamente adibite è la soluzione migliore per gestirlo. Basterebbe attrezzarsi.

L. A.