Nel 2012 erano entrati in esercizio 150mila impianti fotovoltaici, nel 2014 erano 722

Rinnovabili, in Italia calano investimenti e posti di lavoro. Greenpeace: «Le affossa il governo»

Entro il 2030 potrebbero dare oltre 100mila posti di lavoro nel settore, il triplo di quanto occupa oggi Fiat auto

[24 marzo 2016]

rinnovabili nel mirino greenpeace

Dopo anni di ingenti investimenti e molti MW installati, che avevano portato l’Italia in posizioni di tutto prestigio nel panorama europeo delle rinnovabili, la tendenza ha ormai invertito la rotta. E lo ha fatto nel momento peggiore possibile: il 2015 è stato infatti un anno record a livello globale per gli investimenti in energie rinnovabili – tecnologie sempre meno costose grazie all’avanzare dell’innovazione e alle economie di scala che anche l’Italia ha contribuito a creare grazie agli incentivi – , con addirittura metà della nuova potenza elettrica installata proveniente da fotovoltaico ed eolico. Ora che sarebbe più facile cogliere i frutti di quanto seminato, il nostro Paese ha invece innestato la retromarcia.

Secondo i dati riportati nel nuovo rapporto di Greenpeace “Rinnovabili nel mirino”, per esempio, nel 2012 erano entrati in esercizio quasi 150 mila nuovi impianti fotovoltaici, mentre nel 2014, anno di insediamento del governo Renzi, i nuovi impianti entrati in esercizio sono stati appena 722. Purtroppo non va meglio con i posti di lavoro: secondo uno studio redatto da Althesys per Greenpeace, in Italia entro il 2030 si potrebbero garantire oltre 100 mila posti di lavoro nel settore delle rinnovabili – cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia – mentre, al contrario, nel 2015 se ne sono persi circa 4 mila nel solo settore dell’eolico.

«L’Italia non attira investimenti in rinnovabili, e il motivo non è la mancanza di sole, vento o altre fonti pulite di energia, ma la strategia di difesa delle fossili dettata dal nostro governo – dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e clima di Greenpeace – Facendo addirittura peggio dei suoi predecessori (i MW installati per anno in fotovoltaico ed eolico sono in calo dal 2011, ndr), Renzi è riuscito a ostacolare le energie rinnovabili su tutti i fronti: cambiando in corsa accordi già sottoscritti con lo “Spalma incentivi”, modificando la tariffa elettrica per frenare il risparmio energetico e finendo per causare un aumento delle nostre bollette, bloccando i piccoli impianti domestici, specialmente quelli fotovoltaici. Mentre prometteva un “green act” di cui non si hanno più notizie, Renzi è riuscito a mettere in ginocchio un settore che nel resto del mondo crea occupazione e benefici sia all’ambiente sia ai cittadini».

Nel frattempo gli incentivi ai combustibili fossili – diretti o meno – continuano a salire. Come riporta il Fondo monetario internazionale, ricorda Greenpeace, nel 2014 l’Italia si è classificata al nono posto in Europa per i finanziamenti ai combustibili fossili con 13,2 miliardi di dollari, un dato addirittura in crescita rispetto ai 12,8 miliardi del 2013. Dunque, da un lato paesi europei come la Germania confermano incentivi per le fonti rinnovabili per oltre 23 miliardi (che pesano per il 20% sulla bolletta elettrica), altri come l’Italia penalizzano queste tecnologie, con incentivi che non superano gli 11 miliardi (meno del 15% in bolletta) e scelte miopi che rischiano di portare al collasso un intero settore. I vantaggi di questa politica, anche in bolletta, per i cittadini italiani davvero non si vedono. Politica tra l’altro del tutto incoerente con quanto magnificato dal ministro dell’Ambiente italiano durante la Cop21 sul clima di Parigi.

«Per questo il referendum sulle trivellazioni del prossimo 17 aprile assume – conclude Iacoboni – un significato politico che va ben oltre il quesito referendario e spaventa il governo al punto da cercare in ogni modo di boicottare il quorum».