Rinnovabili, la scelta migliore (e obbligata) contro i cambiamenti climatici

[2 febbraio 2015]

Il responsabile per la Campagna Clima e Energia di Greenpeace Italia, Luca Iacoboni, ci scrive intervenendo sul vivace dibattito sviluppatosi intorno all’articolo di Francesco Ferrante, pubblicato da greenreport.it con il titolo “Uno spettro si aggira per l’Italia, la geotermia”, in seguito al quale anche il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, aveva fatto sentire la sua voce.  Ecco cosa scrive Luca Iacoboni:

Rinnovabili sì o rinnovabili no? Il dibattito è vivo, ma muove probabilmente da un punto di partenza sbagliato. La vera domanda da porsi infatti è: rinnovabili, perché?

Perché stimolare l’uso di queste fonti pulite di energia? La risposta è semplice e si riassume in due parole: cambiamento climatico. Che il riscaldamento globale esista e sia una realtà causata dall’uomo è ormai scientificamente appurato da tempo (oltre il 97 per cento della comunità scientifica è concorde su questo). Recentemente l’IPCC ha pubblicato il quinto rapporto sul cambiamento climatico, un invito pressante all’intera umanità affinché diminuisca il proprio impatto sul Pianeta in cui tutti viviamo, altrimenti le conseguenze di questa follia climatica – già oggi ben visibile, anche in Italia – diventeranno sempre più gravi e irreversibili. Dunque occorre agire, e tagliare le emissioni mondiali di CO2. I metodi ci sono: fermare la deforestazione e cambiare il nostro modello energetico. Il tempo anche, ma occorre agire subito e con fermezza.

Le fonti rinnovabili sono il miglior strumento a disposizione, in termini di rapporto costo/opportunità, per diminuire le emissioni di gas serra, oltre che un’opportunità di sviluppo per economia e occupazione. Una soluzione certamente meno costosa e soprattutto più efficiente e sostenibile rispetto ad altre tecnologie disponibili, come ad esempio i CCS (cattura e stoccaggio della CO2), il cui unico impianto attualmente in uso, oltre che essere fortemente incentivato con soldi pubblici, sta ottenendo come solo risultato quello di estrarre del petrolio che altrimenti non sarebbe sfruttabile. E se gli scienziati hanno detto chiaramente che almeno i 2/3 delle riserve fossili devono rimanere dove sono – cioè sotto terra – è chiaro che dobbiamo cambiare il modo di produrre energia, puntando su rinnovabili ed efficienza.

Dopo aver posto la domanda corretta, si può cominciare a contestualizzare il dibattito. Quando consideriamo un impianto che utilizza una tecnologia rinnovabile (che sia eolico, solare, geotermia, biomassa, o qualsiasi altro), è più che giusto valutare gli impatti che questo può avere sull’ambiente, sull’economia e sulla salute di chi abita le zone interessate. Ma per fare un’analisi seria è bene prendere in esame anche le alternative.

Facciamo un esempio, partendo dall’assunto che in linea teorica un campo eolico può produrre energia che altrimenti verrebbe generata da altre fonti più inquinanti, come il carbone, che causa in Italia circa 500 morti premature all’anno. Credete che gli abitanti di Brindisi sarebbero contrari se la centrale Federico II – di proprietà di Enel e uno dei dieci impianti più inquinanti d’Europa – venisse sostituita con una serie di impianti, di varie dimensioni, alimentati da fonti rinnovabili?

Dunque rinnovabili sì, anche se naturalmente vanno valutati gli impatti possibili e vanno di volta in volta scelte le migliori soluzioni possibili. È giusto essere critici e consapevoli, ma attenzione alle strumentalizzazioni. Quante volte abbiamo sentito dire che nel settore delle rinnovabili ci sono infiltrazioni mafiose? La mafia esiste, purtroppo è presente e attiva in tutta Italia, e va combattuta in ogni modo, soprattutto con controlli più capillari. Ma non può essere utilizzata come scusa per bloccare dei progetti puliti (in tutti i sensi) e ignorata quando invece si costruisce, ad esempio, un nuovo parcheggio.

D’altra parte è ovvio che chi vuole portare avanti dei progetti è anche tenuto ad informare correttamente e per tempo la popolazione. Numerosi studi dimostrano come l’opposizione agli impianti eolici in un dato territorio sia molto forte al momento della progettazione e costruzione degli stessi, per poi diminuire drasticamente dopo l’installazione, cioè quando i cittadini cominciano a percepire il reale impatto delle pale e tutti i vantaggi ad esso connessi. Benefici (economici, lavorativi e ambientali) che ricadono su chi vive in quelle zone in maniera molto più netta di quanto accada per gli impianti fossili. Emblematico in tal senso il caso della Basilicata, piena di trivelle, e tuttavia una delle regioni economicamente meno sviluppate d’Italia.

Per concludere non possiamo ignorare la questione degli incentivi, ma anche in questo caso occorre soffermarsi per capire quale sia il vero nodo focale. In economia, gli incentivi sono uno strumento utile per permettere a delle nuove tecnologie di entrare in un mercato che altrimenti avrebbe una barriera all’ingresso insuperabile (ricordiamo che anche il CCS è una tecnologia incentivata fortemente con soldi pubblici). Da questo punto di vista, è innegabile che i provvedimenti messi in campo in alcuni Paesi UE, Italia inclusa, abbiano raggiunto un obiettivo strategico globale, tanto che oggi i costi di queste tecnologie sono scesi e l’energia solare, ad esempio, ha raggiunto la grid parity (ossia la capacità di stare sul mercato senza incentivi) sia nel centro-sud Italia che in diverse parti del mondo. Ora abbiamo un’arma in più per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili.

Laddove la tecnologia è ormai matura, come accaduto proprio per il solare in Italia, gli incentivi non sono più giustificati e infatti i nuovi impianti fotovoltaici nel nostro Paese sono ormai sostanzialmente esclusi da regimi incentivanti. Lo stesso però non si può dire per le fonti fossili. Nonostante carbone, petrolio e anche gas siano ormai tecnologie mature, continuano a ricevere sussidi tanto cospicui quanto immotivati (in Italia 17,5 miliardi di euro nel 2014 tra sussidi diretti e indiretti, esenzioni e finanziamenti, secondo un rapporto di Legambiente).

E poi c’è un piccolo elemento che, per convenienza, si cerca costantemente di ignorare: i costi esterni. Le cosiddette esternalità sono dei costi che non si riflettono direttamente sul prezzo finale di un bene (ad esempio il costo di un kWh ottenuto dalla combustione di carbone), ma che sono causati da questo e pagati dalla collettività, spesso tramite imposte (i costi esterni legati alla produzione da carbone, ad esempio, ammontano a circa 2,6 miliardi l’anno e sono in gran parte pagati da tutti noi mediante le tasse). Se considerassimo questo aspetto, il discorso cambierebbe radicalmente: le fonti fossili verrebbero immediatamente sbattute fuori dal mercato se solo pagassero per i danni che causano (sia sul fronte sanitario che su quello ambientale).

L’opposizione alle rinnovabili è dunque una posizione contro l’ambiente, perché non risponde alla sfida più importante del nostro secolo, rispetto a cui tutto il resto è marginale: i cambiamenti climatici. La possibilità di mutamenti catastrofici per gli ecosistemi è elevatissima e le rinnovabili sono tra le poche risposte possibili per cercare di evitare il peggio. Chi si oppone alle rinnovabili sta dunque dalla parte del peggio.

di Luca Iacoboni, responsabile Campagna Clima e Energia di Greenpeace Italia