Il prezzo del petrolio? Conta più delle politiche di bilancio del governo

Il ruolo delle materie prime nella crisi italiana, secondo Bankitalia

L'economia circolare è l'unica via percorribile per allentare il cappio della volatilità finanziaria

[1 giugno 2016]

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Trainata dal petrolio, la straordinaria volatilità dei prezzi delle materie prime che ha caratterizzato le Borse mondiale negli ultimi, lunghi mesi, ha influenzato in modo determinante la performance economica italiana. Come mostrano i dati messi in fila nella relazione annuale appena pubblicata da Bankitalia, il nostro Paese si è trovato in balia di queste dinamiche – al di fuori di ogni potere decisionale nazionale –, non sempre traendone beneficio.

Da una parte, osserva la Banca d’Italia, la «riduzione delle quotazioni petrolifere ha contribuito a rafforzare il recupero del potere d’acquisto delle famiglie», stimando «che le minori quotazioni del greggio possano fornire un’ulteriore spinta alla crescita soprattutto nel 2016». D’altra parte le stesse dinamiche hanno «ulteriormente accentuato le pressioni al ribasso sui prezzi al consumo, aumentando i rischi di effetti sfavorevoli sulle aspettative di inflazione». Contestualmente, il freno all’attività economica determinato dall’indebolimento delle economie emergenti – a sua volta influenzato in modo sensibile dalle oscillazioni sui mercati delle materie prime – è stato «rilevante» per la nostra economia, riducendo la domanda estera dall’inizio del 2015. «All’andamento degli scambi mondiali inferiore alle attese – aggiunge Bankitalia – si è inoltre accompagnato un aumento delle pressioni deflazionistiche su scala internazionale, che ha avuto un impatto negativo sulla competitività di prezzo delle imprese italiane».

Come si può vedere nella tabella di fianco, tutti gli sforzi messi in campo con le politiche di bilancio del governo hanno un’influenza sull’occupazione italiana nel 2016 paragonabile a quella del (solo) prezzo del petrolio; se agli impatti diretti del barile si aggiungono quelli su domanda estera e pressioni deflazionistiche, le proporzioni delle variabili in campo diventano ancora più chiare.

Guardando alle altre materie prime, il quadro si complica ulteriormente. Dal 1995 al 2011 il prezzo delle materie prime è aumentato del 300% circa, per poi invertire la rotta nonostante la domanda di minerali e commodity agricole abbia continuato a crescere. «Nel 2015 – spiega la Banca d’Italia – è proseguita la caduta dei corsi delle materie prime diverse dal petrolio, in atto dal 2011. La diminuzione media nell’anno è stata pari al 23% per i metalli industriali, con flessioni ancora più marcate per i minerali ferrosi, nickel e rame, che hanno risentito in misura maggiore del rallentamento in Cina nell’industria pesante e nelle costruzioni. I tagli alla produzione attuati da diverse compagnie minerarie nel corso dell’anno hanno fornito un sostegno alle quotazioni soltanto a partire dai primi mesi del 2016. I corsi dei beni agricoli alla fine del 2015 si collocavano di circa il 36% al di sotto dei picchi del 2011». Andamenti determinati sempre maggiormente da dinamiche di Borsa, piuttosto che dall’effettiva domanda e offerta di materie prime.

Secondo gli ormai noti dati diffusi dall’Agenzia europea per l’ambiente, la loro domanda nel mondo non farà che crescere ancora: si stima che l’estrazione di risorse dal sottosuolo raddoppierà da qui al 2030. Sarà un processo sostenibile? Ad oggi, gli indizi disponibili non suggeriscono ottimismo. In ogni caso sarà sempre più indispensabile per l’Europa e l’Italia in particolare – forte di un robusto settore manifatturiero nonostante la crisi, ma tradizionalmente povera di materie prime – tutelarsi dalla dilagante volatilità che condiziona la vecchia come la nuova industria.

«L’economia circolare – come spiega la Commissione europea nel pacchetto legislativo proposto sul tema – darà impulso alla competitività dell’Unione mettendo al riparo le imprese dalla scarsità delle risorse e dalla volatilità dei prezzi e contribuendo a creare sia nuove opportunità commerciali sia modi di produzione e consumo innovativi e più efficienti». Per l’Italia, concretamente, in fatto di nuova occupazione virare sull’economia circolare potrebbe portare fino a 541mila nuovi posti di lavoro: posto che il Collegato ambientale approvato è del tutto insufficiente, la bussola c’è, ma siamo purtroppo ben lungi da seguirla davvero.