La Regione antesignana nazionale con la legge 46/2013

Sarà il dibattito pubblico a salvarci dalla sindrome Nimby? Il caso dei gessi rossi in Toscana

Pignaris: «Per recuperare la fiducia nella scienza e nell’expertise non resta che intensificare gli scambi tra cittadini ed esperti e avvicinare i linguaggi, con umiltà e molta pazienza»

[22 novembre 2017]

Presentando il XII rapporto annuale dell’Osservatorio Nimby Forum il presidente di Allea, Alessandro Beulcke, sottolinea la domanda di partecipazione alle decisioni pubbliche che le numerose proteste contro le infrastrutture o gli insediamenti industriali contestati in Italia – 359 in tutto nel 2016 – sembrano sottendere. «Il dialogo con il territorio? Quello in effetti non è normato – evidenzia il presidente della società che promuove l’Osservatorio – al di là della versione nostrana del Débat Public francese, cioè quella procedura che regola la partecipazione dei cittadini in merito alle scelte sui progetti. Registriamo pure qualche buona pratica a livello regionale, per esempio la legge toscana 46/2013», ovvero quella sulla partecipazione o meglio su Dibattito Pubblico regionale e promozione della partecipazione alla elaborazione delle politiche locali e regionali. Una legge che ha posto la nostra Regione all’avanguardia nazionale in materia, e ancora oggi di esempio per quelle istituzioni che vogliano intraprendere strade simili, e alla quale si guarda con speranza anche per contribuire a contenere l’esplosione del fenomeno Nimby.

«Rendere i cittadini e le istituzioni locali partecipi dell’iter decisionale è un atto di inclusione necessario se si vuole ridurre il tasso di contestazione – si legge nel rapporto – Strumenti come il dibattito pubblico, la comunicazione integrata, il confronto tramite assemblee o incontri dedicati trovano in Italia ancora poco spazio». Ma cosa succede dove invece il dibattito pubblico è già realtà?

Un caso che potrebbe fare scuola arriva proprio dalla Toscana, dove lo scorso 29 giugno si è concluso il “dibattito pubblico sull’uso dei gessi per il ripristino di siti di attività estrattive”, proposto volontariamente dal Comune di Gavorrano e dalla Huntsman, ovvero l’azienda proprietaria dello stabilimento di produzione del biossido di titanio di Scarlino (ex Tioxide): i gessi rossi rappresentano i rifiuti (speciali) che esitano dal processo produttivo del biossido di titanio, per i quali è necessario trovare adeguata e sostenibile sistemazione. L’ipotesi in bilico da tempo è quella di destinarli al ripristino delle cave della Bartolina o della Vallina, presenti sul territorio, ipotesi che naturalmente ha visto sorgere strenue opposizioni e comitati ad hoc. Che fare? Per giungere ad una soluzione più partecipata e condivisa, si è deciso di percorrere la strada di un dibattito pubblico con tutti i crismi, sostenuto dall’Autorità regionale per la partecipazione e con il supporto tecnico di numerosi e qualificati esperti, in un percorso dove tutti – comitati compresi, naturalmente – sono stati chiamati ad ascoltare e intervenire.

I risultati del dibattito pubblico sono stati pubblicati sul Burt, e ora Comune di Gavorrano e Huntsman sono chiamati a dire la loro su quanto emerso entro fine anno. Non sono vincolati a rispettare gli esiti del dibattito, ma hanno firmato «un accordo con la Regione – ricorda l’Arpat in un suo approfondimento – in cui si impegnano ad approfondirli con massima considerazione, chiarendo pubblicamente le ragioni per cui faranno propri i risultati del DP o invece se ne discosteranno».

Il percorso non può dirsi dunque ancora definitivamente concluso, ma la responsabile del dibattito pubblico Chiara Pignaris ha già fornito tramite Arpat una prima, significativa fotografia su quanto fatto. Innanzitutto, i dati raccolti mostrano una partecipazione significativa. Il dibattito pubblico sui gessi rossi ha coinvolto complessivamente 365 persone: oltre a 91 cittadini gavorranesi si è vista la presenza di 75 abitanti di Follonica, 56 di Roccastrada, 35 di Scarlino e 22 di altri Comuni (53 non hanno indicato la residenza). «Nonostante le rassicurazioni dei promotori sulla non pericolosità dei gessi, molte preoccupazioni sono rimaste, producendo una serie di richieste e condizioni per entrambi i siti», e ai proponenti «è stato chiesto di ampliare gli studi del comportamento dei gessi nell’ambiente con modalità di analisi svolte da laboratori indipendenti e di attuare sistemi di monitoraggio anche dopo le operazioni di ripristino che siano accessibili ai cittadini». Tutto nella norma dunque.

In attesa che Comune e azienda esprimano compiutamente le proprie valutazioni, scoraggia però osservare che il dibattito pubblico non sembra sia (ancora?) riuscito a riportare su un piano più razionale la contestazione. Il quotidiano locale La Nazione nelle scorse settimane ha rilevato che la richiesta avanzata dal Comitato per la difesa del fiume Bruna «è quella dell’annullamento dell’intero dibattito pubblico», mentre il partito Fratelli d’Italia – documenta Il Tirreno – rilancia proponendo una «consultazione popolare» tramite referendum, riducendo all’emotività di un o un no la complessità dell’intera questione, e con tanti saluti all’approccio di laboriosa inclusività promosso dal dibattito pubblico.

Come andrà a finire è ancora presto per dirlo, tanto più che i reali titolari delle decisioni devono ancora esprimersi. «Un dibattito pubblico si conclude solo nel momento in cui arriva la risposta del proponente», sottolinea infatti Pignaris. Ma è già chiaro a tutti che, da solo, l’utile strumento del dibattito pubblico non può bastare: «Credo che per recuperare la fiducia nella scienza e nell’expertise – osserva Pignaris – non resti che intensificare gli scambi tra cittadini ed esperti e avvicinare i linguaggi, con umiltà e molta pazienza». Ce ne sarà sempre più bisogno.