Una proposta inadeguata per un’Italia già segnata dalla disuguaglianza

Secondo Salvini con la flat tax «ci guadagnano tutti», in realtà ci guadagnano solo i ricchi

Con la proposta M5S-Lega le aliquote sarebbero più basse per tutti, ma con vantaggi proporzionalmente maggiori mano a mano che il reddito cresce. Creando però al contempo un buco da 50 miliardi di euro nelle casse pubbliche: il che significa tagli allo stato sociale

[6 giugno 2018]

Non è dato sapere cosa ne pensino della flat tax proposta dal governo M5S-Lega i 7 milioni di italiani che – riporta oggi il Censis – durante lo scorso anno si sono indebitati per pagarsi le spese sanitarie, ma di certo sbaglia il ministro dell’Interno Matteo Salvini quando afferma (come ha fatto oggi intervenendo a Radio Anch’io) che con la flat tax «ci guadagnano tutti». A guadagnarci davvero sono solo i più ricchi, compresi i due leader dei partiti al governo, oggi entrambi parlamentari: i redditi dichiarati da Luigi Di Maio nel 2017 – quando era già deputato, mentre Salvini rivestiva il ruolo di europarlamentare –, pubblicamente consultabili sul sito della Camera, ammontavano ad esempio a oltre 98mila euro.

Oggi l’Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) prevede cinque scaglioni, tassando fino al 23% il reddito entro i 15mila euro, al 27% la parte di reddito tra i 15 e i 28mila euro, al 38% quella dai 28 ai 55mila euro, al 41% quella tra i 55 ai 75mila euro, e infine al 43% la quota di reddito eccedente i 75mila euro. La flat tax in salsa gialloverde si caratterizza invece – si legge nel “contratto di governo” – come segue: “due aliquote fisse al 15% e al 20% per persone fisiche, partite Iva, imprese e famiglie; per le famiglie è prevista una deduzione fissa di 3.000,00 euro sulla base del reddito familiare”.

Questo significa che tutte le fasce di reddito vedrebbero ridotta la tassazione, ma il guadagno sarebbe nettamente più significativo mano a mano che il reddito cresce. Il che si tradurrebbe in un ulteriore passo indietro in termini di equità sociale in un Paese come il nostro dove il 30% dei residenti è già a rischio di povertà o esclusione sociale, ma soprattutto la flat tax è uno strumento che costa alle casse pubbliche in termini di mancate entrate fiscali. Il che significa a sua volta tagli allo stato sociale. Tagli probabilmente consistenti dato che, secondo l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, l’introduzione della flat tax costerebbe 50 miliardi di euro (a fronte dei 17 previsti per reddito e pensioni “di cittadinanza”).

In definitiva l’introduzione della flat tax, come già spiegato su queste pagine dall’economista dell’Enea Daniela Palma, modificherebbe l’attuale distribuzione del reddito solo in senso peggiorativo per le fasce più povere, penalizzando così anche una minima ripresa dei consumi. Del resto è la stessa storia economica, come dettaglia l’economista Francesco Saraceno (membro del consiglio scientifico Luiss e direttore del dipartimento di ricerca dell’Ofce Sciences-Po di Parigi) a mostrare come  “meno tasse per i ricchi” non voglia dire “più crescita per tutti”. Anzi: «L’eccessiva disuguaglianza costituisce un freno alla crescita economica, il che priva di fondamento empirico il concetto di trickle-down».

Ed è proprio la disuguaglianza la prima malattia sociale ed economica che affligge il nostro Paese. Le priorità lo sviluppo sostenibile dell’Italia non stanno dunque nella flat tax, che anzi peggiorerebbe ulteriormente il quadro di profonde disuguaglianze delineato nei giorni scorsi dal Forum disuguaglianze e diversità. «Le disuguaglianze che “mangiano il futuro” delle persone hanno molte dimensioni – si spiega – Spiccano le disuguaglianze di ricchezza privata, che influenzano e riproducono tutte le altre disuguaglianze. E poi tutte le altre, che toccano ogni aspetto della vita: il reddito; le condizioni di lavoro; l’accesso a servizi di qualità e al patrimonio comune, ambientale e urbano; il riconoscimento dei propri valori e aspirazioni; la partecipazione democratica alle decisioni». Anche la «capacità di godere del patrimonio ambientale e di preservarlo affinché anche i nostri figli e nipoti ne godano, differisce in modo radicale fra le persone: una disuguaglianza – aggiungono dal Forum – nell’accesso alla ricchezza comune che tende a cumularsi e moltiplicarsi con la disuguaglianza economica».

«Redistribuire – concludono dunque dal Forum – è necessario e lo Stato deve redistribuire di più e meglio, valutando e accrescendo l’efficacia dell’azione pubblica». E certamente, per creare sviluppo, l’onere di ridurre le disuguaglianze non può ricadere solo sulla redistribuzione, ma deve esser accompagnato «ad azioni che accrescano le capacità delle persone». Perché non c’è reale sviluppo sostenibile senza riduzione delle disuguaglianze, e viceversa.