Serviva un nuovo modello di sviluppo per l’Italia, e invece è tornato lo spread

Un deficit al 2,4% non allarma di per sé, ma per come si immagina di spenderlo

[2 ottobre 2018]

Spread è la parola che più di ogni altra ha caratterizzato gli anni peggiori della crisi economica italiana, che in molti si illudevano di aver lasciato ormai alle spalle. Nel novembre 2011, quando alla guida del Paese c’era un governo di centrodestra – Lega compresa – il differenziale tra il rendimento dei titoli decennali italiani e quelli tedeschi raggiunse il livello record di 574 punti base, e l’allora premier Silvio Berlusconi rassegnò le dimissioni. Seguirono gli anni da lacrime e sangue imposti dal governo Monti – dove il provvedimento più iconico resta la riforma Fornero delle pensioni, che oggi l’esecutivo in carica propone di smantellare –, che al prezzo di salatissimi costi sociali fecero almeno recuperare al Paese quel po’ di credibilità internazionale che ha permesso finora alla nostra economia di vivacchiare.

Oggi lo spread, che sostanzialmente misura quanto i mercati si fidino della capacità di un Paese – in questo caso il nostro – di restituire il denaro che chiede in prestito, è tornato a (ri)salire a livelli preoccupanti (sopra l’andamento aggiornato, fonte Sole 24 Ore, ndr). Il governo M5S-Lega in carica ha proposto giorni fa una Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef) nebulosa, di cui ancora oggi non c’è un testo ufficiale: solo interviste e dichiarazioni sparse. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha esposto i principi cardini del Nadef prima al pubblico nazionale (con un’intervista al Sole 24 Ore), e ieri alle istituzioni europee (i commissari Moscovici e Dombrovskis). «Il mio auspicio – ha dichiarato Tria al quotidiano di Confindustria – è che spiegando la manovra che stiamo preparando, e gli strumenti che mette in campo per l’obiettivo centrale della crescita, l’allarme rientri». Finora i partner europei e i mercati internazionali hanno risposto picche, e probabilmente non aiuteranno le posizioni espresse dai nostri esponenti politici di spicco: «Noi non torneremo indietro di un millimetro», ha avvisato un poco incline al dialogo Luigi Di Maio, mentre il presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, si è spinto a rimarcare che «l’Italia con una propria moneta risolverebbe gran parte dei propri problemi», alimentando così nuove voci di un possibile addio all’euro.

Uno scontro al calor bianco dunque, dove non è banale mettere a fuoco l’elemento di maggior frizione. La totale assenza di un documento ufficiale sul quale avviare il confronto – in attesa che il Nadef venga pubblicato e non solo annunciato – non facilita l’analisi, ma è difficile immaginare che l’allarme sia circoscritto al dato del 2,4%, ovvero il livello di deficit nazionale annunciato dal governo gialloverde per il triennio in corso. Tanto più che il ministro Tria è già intervenuto per precisare che, se il Pil non crescerà a livelli adeguati – ovvero un oggi lontanissimo +1,6% nel 2019 e un +1,7% nel 2020 – per permettere un contemporaneo calo del debito pubblico, il deficit non raggiungerà quota 2,4%.

Certo, il fatto di aver sbandierato per mesi che “le risorse ci sono” in quantità sufficiente per realizzare il contratto di governo M5S-Lega – imperniato sui cardini del reddito di cittadinanza, della flat tax e del superamento della riforma Fornero –, per poi andarle invece a pescare in deficit non aiuta a risaldare la credibilità nelle istituzioni nazionali. Ma larga parte delle difficoltà di fondo sembrano risiedere piuttosto nella destinazione delle risorse.

L’attenzione spasmodica alle pensioni in un Paese come l’Italia, dove i giovani rappresentano la fascia sociale colpita più pesantemente dalla crisi – ad oggi una famiglia unde35 ha un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41% rispetto alla media – si giustifica solo grazie al peso elettorale che mantengono i cittadini più anziani (il 22,6% degli italiani ha almeno 65 anni). Autorevoli economisti hanno già mostrato come la flat tax sia uno strumento fiscale che aumenta la disuguaglianza e penalizza lo sviluppo, del tutto antitetica rispetto al reddito di cittadinanza (che poi di cittadinanza non è, come del resto la flat tax proposta non è un’aliquota fiscale unica). Quest’ultimo andrebbe a intervenire su un’esigenza concreta dei residenti in Italia, per circa il 30% a rischio di povertà o esclusione sociale, ma si sta rivelando uno strumento contorto e di difficile applicazione: la stessa Alleanza contro la povertà suggerirebbe piuttosto di iniziare allargando la platea dei beneficiari del Rei (Reddito di inclusione), purtroppo lasciato monco dal precedente governo.

Per il resto, vale quanto scritto oggi – sempre sul Sole 24 Ore – dalla segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan: «L’occupazione non si crea né con i sussidi, né cambiando ogni tre anni le regole del mercato del lavoro. È imbarazzante sul tema dello sviluppo il confronto tra noi ed il resto dell’Europa. In Italia la spesa per gli investimenti pubblici è ormai marginalizzata, scesa dal 3,5% del Pil del 1981 fino all’1,4% del 2017, mentre il sistema delle opere pubbliche continua a essere bloccato da veti incrociati della politica, ricorsi, sprechi, sub-appalti scandalosi». Su questa criticità dovremmo agire, mentre il governo gialloverde agli investimenti sembra preferire scelte politiche più inclini a soddisfare le esigenze di propaganda, lasciando al contempo indietro le possibilità di sviluppo dell’economia reale.

Un esempio su tutti: come denunciato dal Coordinamento Free nei giorni scorsi, lo schema di decreto sugli incentivi per le energie rinnovabili è ancora lontanissimo – come già quello proposto dal governo Gentiloni – dagli obiettivi fissati per il 2030. Eppure i dati Eurostat mostrano come dal 2000 al 2014 i posti di lavoro legati all’economia verde abbiano segnato un +49%, contro il +6% registrato osservando l’economia nel suo complesso. Ovvero crescono 8 volte più velocemente, ma l’Italia è paradossalmente ferma sul versante della decarbonizzazione da 4 anni; forse varrebbe la pena ridare slancio al settore, investendoci risorse adeguate.