Shale gas: l’Europa non deve aspettarsi un miracolo, perché non lo è nemmeno quello Usa

[17 febbraio 2014]

Nonostante i bassi prezzi del gas sul mercato a breve termine (a seguito di una congiuntura temporanea), la rivoluzione dello sfruttamento degli idrocarburi non convenzionali ha avuto un effetto minimo sull’economia americana. L’impatto complessivo sul PIL degli Stati Uniti è limitato a un più 0,84% per tutto il periodo tra il 2012 e il 2035. Per quanto riguarda l’Europa, i potenziali effetti sarebbero ancora più magri, secondo il think tank francese The Institute for Sustainable Development and International Relations (IDDRI). «Per alcuni paesi fortemente dipendenti dal carbone o importatori di gas russo, il gas di scisto potrebbe potenzialmente essere un complemento, ma certamente non è un sostituto per la guida della politica energetica attuale dell’Unione europea», riferisce alla stampa il presidente dell’istituto Laurence Tubiana durante la presentazione la settimana scorsa al Parlamento Europeo dello studio Unconventional wisdom: an economic analysis of US shale gas and implications for the EU.

In primo luogo, lo studio rileva che il “miracolo americano” sembra ampiamente sovrastimato. Con una crescita aggiuntiva stimata intorno allo 0,84% tra il 2012 e il 2035 l’impatto sull’economia globale è trascurabile e «si limita al solo settore Gas intensivo». La crescita delle esportazioni di questi settori ad alta intensità di gas è aumentata da 10,5 a 27,2 miliardi tra il 2006 e il 2012. Tuttavia, questi dati vengono confrontati con il deficit commerciale del settore manifatturiero, che ha raggiunto 779,4 miliardi di dollari nel 2012, rispetto ai 662,2 miliardi del 2006. «Non vi è quindi alcuna prova che lo shale gas abbia favorito una ripresa della produzione», conclude lo studio, aggiungendo che «la rivoluzione del gas di scisto dovrebbe portare sì ad una rinnovata competitività nella petrolchimica di base, ma non nel settore chimico nel suo complesso».

Ma c’è un impatto sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra? Secondo Laurence Tubiana, rispondendo ad una domanda dell’agenzia di stampa actu-environnement.com, «Senza ulteriori politiche il gas di scisto non porterà né ad un mix energetico in modo significativo e duraturo né la sicurezza di basse emissioni di carbonio. Lo scenario preferito, sulla base delle attuali politiche dell’amministrazione Obama, è una stabilizzazione delle emissioni entro il 2040. Allo stesso modo, la fattura delle importazioni statunitensi continuerà a gonfiarsi. Un ultimo punto, ma non meno importante: concentrandosi sulla sostituzione del carbone con il gas l’economia statunitense così rischia di essere confinata definitivamente in un modello intensivo di energia e di emissioni di carbonio».

Se la situazione degli Stati Uniti non è proprio come il “miracolo” osannato dai sostenitori degli idrocarburi non convenzionali, le prospettive non sembrano in grado di rivoluzionare neppure l’approvvigionamento energetico dell’Europa. Notando, come fanno praticamente tutti gli esperti in materia, che è molto improbabile che lo sfruttamento del gas di scisto raggiunga l’ampiezza incontrata negli Stati Uniti, IDDRI vede nello shale gas solo una fonte complementare alle importazioni europee di idrocarburi.

Secondo uno scenario mediano, la produzione di gas di scisto potrebbe raggiungere decine di miliardi di m3 nel 2030-2035. Un volume che rappresenterebbe tra il 3 e il 10% del consumo di gas in Europa. Secondo l’IDDRI “nel migliore dei casi, la dipendenza dalle importazioni di gas si stabilizzerà ai livelli attuali e la dipendenza dell’UE dalle importazioni di combustibili fossili continuerà a crescere e il prezzo di questi [sul mercato europeo] rimane in gran parte determinato dai mercati internazionali”. Analisi identica a quella del Centro di Ricerca della Commissione europea (JCR), che ha condotto studi di impatto per definire la strategia europea per gli idrocarburi non convenzionali.

Lo sfruttamento del gas di scisto rischierebbe quindi di compromettere la strategia europea per l’efficienza energetica, l’innovazione, la promozione delle energie a basse emissioni di carbonio e il miglioramento del mercato interno dell’energia. In breve, anche questo ulteriore studio confermerebbe che – fatta eccezione per i paesi fortemente dipendenti dal carbone o gas russo – lo sfruttamento intensivo del gas di scisto non sarebbe saggio.