Al via la sperimentazione, una grande chance per ridurre quantità di rifiuti non riciclabili

Significati e opportunità del primo impianto al mondo per il riciclo dei pannolini, in Italia

Zanata (Contarina): «Da 1 tonnellata di rifiuto si possono ottenere 350 kg di cellulosa e 150 kg di plastica»

[30 marzo 2015]

Come purtroppo greenreport ha dovuto evidenziare più volte, non tutto ciò che in Italia viene raccolto in modo differenziato, trova poi la strada del riciclo. E’ il caso delle plastiche miste che – salvo alcune eccellenze come quella toscana – finiscono prevalentemente a recupero energetico, oppure dei pannolini, anche se in questo caso la raccolta differenziata seppur non finalizzata al riciclo ha sicuramente una funzione igienico-pratica, vista la natura del rifiuto.

D’ora in avanti però l’Italia potrebbe avere il primato proprio nel riciclo dei pannolini: si tratta di una sperimentazione, è bene dirlo, ma comunque di una sperimentazione su scala industriale, dopo anni di investimenti in ricerca e di prove con prototipi su piccola scala. A realizzare il primo impianto al mondo per il riciclo dei pannolini e degli assorbenti igienici è stata la Fater  (multinazionale proprietaria di marchi famosi come Pampers, Lines, Tampax), in partnership con il gestore trevigiano di igiene urbana Contarina spa, in collaborazione con il Comune di Ponte nelle Alpi, l’istituto di ricerca Ambiente Italia, e con il co-finanziamento dall’Unione Europea nell’ambito del progetto Recall.

Questo nuovo impianto, afferma il presidente di Contarina, Franco Zanata, «costituisce per Contarina e per i propri utenti un’ulteriore e importante tappa nel raggiungimento dell’obiettivo sfidante di riciclare anche il non-riciclabile, che rappresenta la bussola delle nostre politiche di gestione dei rifiuti ispirate all’ecosostenibilità e alla massima efficienza».

In effetti l’impianto consente di riciclare pannolini, pannoloni e altri prodotti assorbenti per la persona, ricavandone plastica e cellulosa di elevata qualità, le cosiddette “materie prime seconde” da riutilizzare in nuovi processi produttivi. «Questa sperimentazione rappresenta una grande opportunità per ridurre ancora di più la quantità di secco non riciclabile – continua Zanata -, basta pensare che da 1 tonnellata di rifiuto si possono ottenere 350 kg di cellulosa e 150 kg di plastica». Ovviamente 350+150 fa 500, quindi mancano all’appello 500 chili, che saranno comunque scarto non riciclabile (il 50%).

Sicuramente non si tratta quindi di “rifiuti zero” (nonostante Contarina aderisca all’omonima rete nazionale), ma è pur sempre una sperimentazione industriale di grande importanza, perché in caso di sostenibilità ambientale ed economica del processo si andrebbe a ridurre notevolmente una frazione di rifiuti considerata da tutti non riciclabile: se a livello nazionale, come sottolinea Fater, i prodotti assorbenti corrispondono a circa 900mila tonnellate di rifiuto indifferenziato che per gran parte finisce in discarica (70%), in tutta la provincia di Treviso i prodotti assorbenti rappresentano circa il 27% del rifiuto non riciclabile.

L’impianto di Lovadina di Spresiano tratterà inizialmente 1.500 tonnellate di rifiuti – secondo le prescrizioni autorizzative – ma l’augurio è che tutto funzioni correttamente e si possa presto mandare a regime l’impianto, tarato per processare 8mila tonnellate l’anno, servendo una popolazione di 800mila persone. Per Fater si tratta di un primo passo, visto che sono stati avviati progetti anche in altre regioni italiane, come la Toscana, dove un impianto gemello potrebbe essere realizzato già nei prossimi anni.