Da Confindustria un'analisi del contesto nazionale

Sin, l’Italia delle bonifiche mancanti: solo il 20% delle aree contaminate è stato risanato

Investendo 10 miliardi di euro se ne attiverebbero 20, 5 tornerebbero sotto forma di entrate fiscali. Insieme a 200mila posti di lavoro in più

[23 settembre 2016]

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Era il 1998 quando in Italia il ministero dell’Ambiente caratterizzò i primi 15 Sin (Siti d’interesse nazionale), identificandoli come aree fortemente contaminate e bisognose di bonifiche per essere pienamente restituite alla comunità. Negli anni queste aree sono cresciute fino ad accomunare 180mila ettari, poi divenuti circa 100mila quando (nel 2013) i Sin da 57 sono passati a 39: il resto è andato in carico alla Regioni per tentare, in genere con scarso successo, di concretizzare e sveltire le operazioni di bonifica. Oggi a che punto siamo? A scattare una fotografia aggiornata c’ha pensato Confindustria con il nuovo rapporto Dalla bonifica alla reindustrializzazione.

L’analisi parte da un assunto semplice: una “bonifica sostenibile”, ovvero «il processo di gestione e bonifica di un sito contaminato, finalizzato ad identificare la migliore soluzione, che massimizzi i benefici della sua esecuzione dal punto di vista ambientale, economico e sociale, tramite un processo decisionale condiviso con i portatori di interesse», è uno straordinario volano di crescita economica oltre che di risanamento ambientale. Peccato che solo in una stretta minoranza dei casi sia divenuto realtà.

In Italia i Sin attualmente sono 39 (un 40esimo è in fase di perimetrazione in Valle del Sacco), comprendenti aree per 110mila ettari a terra, di cui circa 31mila private e le rimanenti pubbliche. Focalizzando l’analisi su un campione di riferimento che esclude il Sin di Casale Monferrato – scelta operata dai confindustriali per le peculiari caratteristiche dell’area, vasta e fortemente contaminata da amianto – lo stato di avanzamento delle bonifiche lascia non poco amaro in bocca: sia per i terreni sia per le acque di falda le bonifiche concluse «si avvicinano a una media di circa il 20% (19,94% per i terreni e 18,01% falda), mentre per il 60% «è stato attuato il piano di caratterizzazione (60,25% per i terreni e 61,59% falda)».

In meno di un quinto dei Sin italiani le bonifiche sono dunque un capitolo chiuso. Con quali modalità? L’analisi di Confindustria individua «un uso prevalente degli interventi di bonifica mediante scavo e smaltimento in discarica», che riguarda «circa il 40% degli interventi effettuati nei Sin». Più del 50% è inoltre «ubicato ex-situ, con i relativi conseguenti impatti legati alla movimentazione e al trasporto del materiale; impatti sia per l’ambiente che per gli operatori addetti agli interventi e per la popolazione circostante, nonché alla creazione di nuovi luoghi di deposito rifiuti con conseguente consumo di territorio».  Così anche dove le bonifiche ci sono, non sempre rispettivi territori possono (o gradiscono) farsi carico dei lavoro, spedendo altrove gli ingenti materiali rimossi.

Da queste valutazioni emerge quanto il tema delle bonifiche sia ancora oggi trascurato nel nostro Paese, ma anche quanto potrebbe dare alla nostra economia oltre che in termini di risanamento ambientale. Perché allora non vengono concluse? Com’è intuibile, uno «dei principali parametri che condiziona l’attività di bonifica è l’aspetto economico», determinato «sia da fattori tecnologici che dai costi della gestione dei rifiuti ma anche dai tempi lunghi di approvazione e realizzazione degli interventi e, in diversi casi, dalla complessa interlocuzione con gli enti di controllo».

Quanto a costi, per le bonifiche da Confindustria stimano un fabbisogno pari a circa 10 miliardi di euro: 6,6 per le aree private (circa 31.000 ha) e 3,1 per quelle pubbliche (circa 15.000 ha escluso Casale Monferrato con i suoi ben 64.000 ha). Lo Stato in questi anni ha stanziato un’inezia rispetto al necessario, risorse «nell’ordine di milioni di euro». Eppure puntare sulle bonifiche sarebbe un investimento pubblico assai produttivo: stimando in 5 anni i tempi per la conclusione degli interventi (al netto dunque dei rallentamenti burocratici), a fronte di 10 miliardi di euro il livello della produzione aumenta di oltre 20 miliardi, innescando 200.000 posti di lavoro in più e ripagandosi in gran parte da solo. Gli effetti finanziari in termini di entrate complessive stimate arrivano a 4,7 miliardi di euro tra imposte dirette, indirette e maggiori contributi sociali.

Per tradurre il miraggio in realtà, da Confindustria individuano 4 punti chiave: intervenire sull’offerta di risorse finanziarie, ragionando su meccanismi incentivanti che lo Stato può mettere a disposizione del privato; intervenire sulla domanda di risorse finanziarie, formulando proposte volte a favorire il risanamento ai fini del riuso delle aree; avanzare proposte per un ulteriore snellimento e razionalizzazione delle procedure; avanzare proposte per favorire l’utilizzo di tecnologie in situ, tecnologie innovative diverse da scavo e smaltimento (non ultima il riciclo per quanto possibile dei materiali). A queste ne aggiungiamo una quinta, individuata a suo tempo già da Legambiente: «Applicare il principio chi inquina paga anche all’interno del mondo industriale».