Un toscano nel Comitato esecutivo nazionale: Massimo Bernacchini, da Orbetello

Slow Food Italia dalla Toscana si apre al mondo

«Il vero problema in Italia non sono i profughi: ci sono 7 milioni di poveri che non se la prendono con migranti. La risposta deve essere restituire sovranità alimentare e giustizia sociale a chi è più sofferente»

[9 luglio 2018]

Si è conclusa la straordinaria esperienza del IX Congresso nazionale Slow Food, che ha riunito in Toscana – a Montecatini Terme – 650 delegati, e dal quale emerge un nuovo Comitato esecutivo chiamato a guidare l’associazione nel segno del cibo buono, pulito, giusto. «Miei cari, vi aspettano due anni impegnativi – ha subito avvisato Gaetano Pascale, presidente uscente di Slow Food Italia, richiamandosi al prossimo Congresso internazionale del 2020 – Noi tutti soci dobbiamo ringraziare queste persone che avranno tante soddisfazioni, ma gli oneri e le responsabilità saranno superiori agli onori che gli tributiamo oggi e che riceveranno in futuro. Dobbiamo essere a loro disposizione, con cura e attenzione, perché il nostro impegno passa anche attraverso il loro sacrificio».

Anche nel Comitato esecutivo di Slow Food Italia batte un cuore toscano: quello di Massimo Bernacchini, 50enne di Orbetello, dall’inizio del millennio nell’associazione della Chiocciola e con esperienze significative alle spalle, tra cui quella nella segreteria regionale di Slow Food Toscana (dal 2006) e la collaborazione alla nascita del Presidio della bottarga di Orbetello: «L’esperienza maturata in Slow Food – spiega Bernacchini – mi ha permesso di comprendere la centralità e il valore delle progettualità che nascono dal basso. Le comunità, in particolare quelle delle aree marginali, hanno in sé la forza per dimostrare quello che possiamo raggiungere lavorando tutti insieme. Con questa prospettiva mi accingo a questa nuova esperienza». Insieme a Giorgia Canali, Antonio Cherchi, Silvia De Paulis, Giuseppe Orefice, Gaia Salvatori e Francesco Sottile: sono loro i 7 del nuovo Comitato esecutivo nazionale.

Chiamati a dirigere l’Associazione nel percorso di rinnovamento che porterà al Congresso del 2020, i sette componenti portano in dote la loro variegata esperienza nella rete Slow Food italiana: «Ci impegniamo dichiarano a far nostri i temi delle mozioni, dei documenti e dei contributi che sono stati depositati da diverse parti d’Italia durante il Congresso sui temi delle migrazioni, della giustizia del cibo che consumiamo, del sostegno della rete dei giovani, dell’agricoltura sociale, della riqualificazione ambientale, della mobilità sostenibile così come della lotta a qualsiasi tipo di sfruttamento ambientale, umano e sociale nel sistema produttivo agricolo dei nostri territori. Il nostro modo di guardare alla biodiversità è stato e continua ad essere unico nel mondo, al confronto con la moltitudine di associazioni ed organizzazioni che lavorano sulla conservazione della biodiversità con le quali pure già collaboriamo e sempre più collaboreremo. Questa ricchezza dovrà essere al centro della nostra attività attraverso il nostro progetto dei presìdi, lo sviluppo dei mercati della terra, il consolidamento della rete dell’alleanza dei ristoratori. Ma anche attraverso il rafforzamento delle reti territoriali così come quelle tematiche che stanno svolgendo e possono svolgere un ruolo fondamentale nel nostro Paese, soprattutto in aree con specifiche fragilità».

La lotta a qualsiasi tipo di sfruttamento ambientale, umano e sociale nel sistema produttivo agricolo dei nostri territori è dunque la traccia del mandato fino al 2020, una traccia che non si esaurisce però ai confini toscani o nazionali. Tutt’altro: Slow Food è oggi una rete presente in 160 Paesi nel mondo. Come ha ricordato Pascale, «affermare il diritto al cibo per tutti significa anche diritto alla pace. Non c’è accesso al cibo quando si è falcidiati dalla guerra. Il nostro movimento è pacifista, contro la guerra e tutte le forme di violenza. Non dobbiamo scordare un aspetto: dobbiamo provare a ridare a questa società la capacità di sognare».

E a Montecatini molti di quei sogni hanno lasciato il segno. Non a caso tra gli interventi della giornata conclusiva spicca anche quello del sindacalista Usb Aboubakar Soumahoro, che ha portato il saluto delle lavoratrici e dei lavoratori della piana di Gioia Tauro, della Puglia, dei braccianti cuneesi: non hanno diritto a un futuro migliore. Prima di parlare di futuro però serve anche la memoria: ascoltando i delegati ieri mi veniva in mente la mia infanzia, il villaggio in cui sono nato in Costa Avorio dove non andavamo a fare la spesa nei supermarket. C’era tutto: quello che si coltivava si mangiava, i semi erano nostro e non venivano imposti da nessuno, si conosceva la loro qualità. Primo Levi diceva che viviamo in una guerra costante con la memoria. Questa guerra dice che non abbiamo un passato e che il presente deve essere di odio verso il diverso, di un Paese in cui si chiudono i porti dei nostri mari per i migranti lasciando indisturbate le navi da guerra. Si continua a dire che siamo invasi dai migranti ma è solo una realtà falsificata.

Abbiamo 5 milioni di persone partite dagli altri continenti che non esprimono una scelta divina, ma fuggono dai cambiamenti climatici, dalle guerre in corso. Ma non è tutto perso: ci sono tante persone, tanti giovani che non prendono il megafono dell’odio per attaccare i più poveri. La risposta deve essere restituire sovranità alimentare e giustizia sociale a chi è più sofferente. Il vero problema in Italia non sono i profughi: ci sono 7 milioni di poveri che non se la prendono con migranti. Il nostro presente è fatto di luce e speranza, di uomini e donne come voi e insieme possiamo portare la nave Italia a riva senza far affogare nessuno. Insieme!».