La deflazione va a braccetto con la disoccupazione, e i riaffaccia la curva di Phillips

La solitudine del governo nella lotta contro i numeri

La necessità di investimenti verdi unisce ambientalisti e keynesiani. Lo Sblocca Italia di Renzi dove guarda?

[29 agosto 2014]

È dura la lotta contro i numeri: qualunque cosa tu faccia, ostinatamente se ne rimangono lì a fissarti e ti mandano la giornata di traverso. Per il governo Renzi, che proprio per oggi aveva prenotato il D-Day del successo, della concretezza e del riscatto, ebbene, è una di quelle sfortunate giornate, in cui la realtà si accanisce ferocemente contro i tuoi progetti.

Prima il pacchetto di provvedimenti che si annuncia tristemente depotenziato per mancanza di fondi (lo Sblocca Italia, che nelle parole del premier doveva mobilitare circa 43 miliardi di euro, si sgonfierà probabilmente di circa nove decimi), poi quei perniciosi dell’Istat che comunicano al mondo intero come il Paese sia tornato per la prima volta da più di 50 anni all’interno di una fase in cui l’economia è in deflazione. I prezzi scendono, e quei numeri non sembra abbiano voglia di riprendersi.

Per una serie di sfortunate coincidenze, sempre in questo infausto giorno vanno a sommarsi nel circuito mediatico anche i numeri della disoccupazione, guarda un po’ anch’essi negativi. Nel II trimestre 2014 il numero degli occupati italiani s’è infatti ridotto di 14 mila unità su base annua.

Un dramma, ma non una coincidenza agli occhi degli economisti più attenti. «C’è nessuno che si ricorda la curva di Phillips?», si domandavano già nell’estate del 2012 fa i nostri amici di Keynesblog, riportando le osservazioni del premio Nobel Paul Krugman. A due anni di distanza, quella curva tanto in voga negli anni ’60 – che all’aumento della disoccupazione collega una diminuzione dell’inflazione, fino alla deflazione – speriamo torni in mente a qualcuno.

L’andamento economia europea non è stato casuale, né imprevedibile in questo lasso di tempo. Come osservava già Krugman, potremmo dire che questa performance è stata voluta: «Che dire della competitività? Cerchiamo di essere franchi e brutali: la strategia europea per le nazioni debitrici consiste fondamentalmente nel portare alla deflazione relativa attraverso un alto tasso di disoccupazione. Pensate in termini di curva di Phillips».

Le conseguenze di questa brillante strategia oggi sono visibili a tutti. I benefici un po’ meno, soprattutto se anche la locomotiva europea (ossia soprattutto quella tedesca) nel suo complesso arranca, e molto.

Che cosa potersi dunque aspettare dallo Sblocca Italia di Renzi? Nelle parole di Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, sarebbe necessario che il premier adottasse «una ricetta nuova diversa da quella già ampiamente sperimentata, e fallimentare, dei governi precedenti. Per rilanciare l’economia dell’Italia non serve muovere cemento e asfalto con grandi opere ma un’inedita politica dei trasporti e delle infrastrutture. In primis, investimenti nelle aree urbane dove si concentrano i due terzi degli spostamenti delle persone e dov’è urgente recuperare pesanti ritardi infrastrutturali e sviluppare la mobilità pubblica. E poi bonifiche, opere di messa in sicurezza del territorio, depuratori, impianti per la gestione dei rifiuti. Piccole e medie opere incompiute, tra di loro molto diverse sia per impegno finanziario che per consistenza dell’intervento, e ferme da anni per motivi disparati, dall’assenza di fondi ai vincoli del Patto di stabilità, dall’incertezza sulle competenze degli enti locali alle incapacità progettuali». Tutti principi già contenuti nel dossier ambientalista #sbloccafuturo, con la sua lista di 101 piccole e medie opere incompiute in tutta Italia, ma che sembra non saranno oggetto del provvedimento governativo, purtroppo.

Ambientalisti e keynesiani si uniscono nell’indicare una via percorribile, fatta di investimenti mirati attraverso la green economy, un ponte verso la sostenibilità che permetta di recuperare occupazione. Un’opzione sensata, di fronte a una riluttanza – quella italiana, che rimane ingabbiata in quella europea – che non vorremmo dover imputare a una mancanza di capitale politico.