A greenreport.it Francesco Sarracino

Sostenibilità, non è vero che per proteggere il futuro occorre avere meno nel presente

Due economisti italiani nella ricerca che vuole riscrivere i perché dei fallimenti ambientali

[19 dicembre 2014]

La sfida della sostenibilità ha sempre avuto a che fare con le conseguenze a lungo termine delle scelte intertemporali, individuali o collettive. Un fattore che non gioca a favore degli ambientalisti: secondo psicologi e psicanalisti, l’attenzione umana è prevalentemente rivolta al breve termine. La vostra ricerca approccia invece il tema attraverso i Big data: cosa ne emerge?

«Mi permetta, prima di tutto, una piccola precisazione. Il termine Big data indica per lo più dati raccolti ad alta frequenza attraverso dispositivi multimediali come il telefonino o addirittura attraverso l’uso di siti web come facebook o google. Nella ricerca, che ho avuto il piacere e l’onore di condurre con Stefano Bartolini (Università di Siena) e Laurent Theis (Ufficio Statistico del Lussemburgo), abbiamo usato varie banche dati basate su inchieste su larga scala, con migliaia di persone intervistate in Paesi di tutto il mondo, in anni diversi. Anche se sembrano tali, questi dati non sono “Big data” e vorrei evitare fraintendimenti.

Ma veniamo alla sua domanda. La nostra ricerca mette in dubbio l’opinione che l’origine dell’insostenibilità sia da ricercare nella scarsa importanza che le generazioni presenti attribuiscono alle condizioni di vita delle generazioni future. Noi sosteniamo, invece, che la gente desideri uno sviluppo economico più sostenibile. L’insostenibilità, dal nostro punto di vista, è il risultato di un fallimento economico, politico, sociale e culturale che produce risultati che non rispecchiano la preferenza delle persone per una economia più sostenibile.

I nostri risultati suggeriscono che per proteggere il futuro non è necessario sacrificare il presente. La sostenibilità è possibile se la gente ha più di ciò di cui ha veramente bisogno: più tempo e più qualità delle relazioni, sia con gli altri che con l’ambiente circostante. Le politiche per la sostenibilità non dovrebbero perseguire una riduzione degli standard di vita, ma piuttosto proporre un cambiamento delle abitudini di consumo e produzione che poggino meno su beni privati e maggiormente su quelli comuni, come la qualità delle relazioni umane e dell’ambiente.

Il nostro lavoro si fonda sul modello di crescita economico NEG (“Negative Endogenous Growth”)[1] sviluppato da due economisti italiani agli inizi degli anni 2000. Il modello illustra come il sistema economico possa trasformare le preoccupazioni delle generazioni presenti per il futuro in una economia insostenibile. L’intuizione di fondo è che in un mondo in cui il benessere delle persone dipende dal consumo di beni privati e pubblici, solo i primi possono essere accumulati privatamente. I beni pubblici, come la fiducia, le relazioni con il prossimo così come la qualità dell’aria e dell’acqua, possono essere solo accumulati collettivamente. In un tale contesto, accumulare (e lasciare in eredità) i beni privati può essere la strategia individuale più naturale per assicurare ai propri discendenti un futuro migliore. Tuttavia, la ricerca di ricchezza privata alimenta la crescita economica generando degli effetti collaterali (in gergo, delle esternalità negative) che rendono il futuro insostenibile. In altre parole, questo meccanismo predice che maggiore è l’attenzione delle generazioni attuali per le generazioni future e peggiori saranno le condizioni di vita future.

In questo modo è possibile spiegare perché il sistema economico abbia un comportamento molto più aggressivo verso le risorse pubbliche e quindi verso il futuro di quanto le generazioni presenti realmente desiderino. È proprio la coscienza di tale comportamento predatorio che spinge le persone ad accumulare ricchezza privata per difendere i propri discendenti dal degrado comune. Ma tutto questo accade solo se le generazioni presenti percepiscono che sia impossibile accumulare collettivamente beni comuni, ovvero se non si fidano dell’efficacia della azione collettiva. Dato che la politica è la forma principale di azione collettiva, la nostra interpretazione suggerisce che il declino della fiducia nelle istituzioni politiche, tratto comune in molti Paesi occidentali, e la relativa perdita di fiducia nella capacità sociale di prevenire crisi ecologiche globali e locali, può accelerare l’accumulazione di beni privati e, quindi, nutrire una crescita insostenibile.

Il nostro studio testa empiricamente l’importanza del futuro per le generazioni presenti. Se la gente ha scarso interesse per le generazioni future, ci dovremmo attendere che le aspettative circa il futuro abbiano una influenza debole o nulla sul benessere delle generazioni presenti. In altri termini, la qualità del futuro non dovrebbe avere alcun impatto significativo sul benessere delle generazioni presenti. Al contrario, se la gente ha a cuore le generazioni future, allora dovremmo aspettarci che le aspettative circa il futuro abbiano molta importanza per il benessere delle generazioni presenti.

La disponibilità di grandi banche dati, con migliaia di informazioni da molti Paesi e anni diversi, ci ha permesso di testare queste ipotesi. I nostri risultati mostrano che peggiori sono le aspettative per le future generazioni, minore è il benessere delle generazioni presenti, e viceversa. Ovviamente, questa conclusione è al netto del possibile effetto inverso: ovvero che gente meno felice abbia una visione più cupa del futuro. Dunque, i dati a disposizione sostengono l’ipotesi che la qualità del futuro conta molto per le generazioni presenti e che i problemi di sostenibilità debbano essere ricondotti al fallimento dell’organizzazione socio-economica piuttosto che all’avarizia intertemporale delle generazioni presenti».

Evidenze provenienti dall’economia sperimentale suggeriscono come sia la stessa economia di mercato a uccidere i valori morali; quando c’è di mezzo un guadagno monetario è più facile comportarsi in modo disonesto. Attraverso quali tipi di politiche è invece possibile favorire scelte economiche che tengano conto delle conseguenze a lungo termine delle proprie azioni, e dunque dei loro impatti ambientali?

«Il nostro studio propone un cambiamento radicale dell’agenda politica per la protezione dell’ambiente. Invece di imporre limiti alle generazioni presenti, le politiche per la sostenibilità dovrebbero proteggere e promuovere la qualità delle relazioni e, più in generale, il capitale sociale. Per esempio, un’elevata disuguaglianza di reddito riduce il benessere delle persone, aumenta le comparazioni sociali e danneggia il capitale sociale. Politiche che riducano la disuguaglianza non solo aumenterebbero il benessere, ma rafforzerebbero il capitale sociale, un vero e proprio tessuto di relazioni, fiducia reciproca e mutuo sostegno che molte scelte economiche e sociali degli ultimi 30 anni hanno gravemente danneggiato. Altri esempi di politiche per il capitale sociale riguardano l’organizzazione della vita urbana, lavorativa, educativa, della pubblicità così come del sistema sanitario.

Per esempio, il mondo del lavoro andrebbe radicalmente cambiato. Innumerevoli ricerche mostrano che la soddisfazione con il proprio lavoro sia una componente fondamentale del benessere delle persone. Essa dipende in larga parte dalla qualità delle relazioni con gli altri sul posto di lavoro che, a loro volta, dipendono dalla qualità dell’organizzazione del lavoro. Nel corso degli ultimi 30 anni questi aspetti sono stati progressivamente dimenticati mentre l’esperienza sui posti di lavoro veniva caratterizzata in maniera crescente da stress, incentivi, competizione, pressione, conflitti e controlli. Questi aspetti non producono né migliori relazioni, né maggior felicità e tanto meno maggior produttività. Infatti, molti studi documentano che lavoratori più soddisfatti sono anche più produttivi: essi tendono a compiere meno errori, sono più puntuali e cooperativi, oltre ad assentarsi e ammalarsi di meno. Dunque è possibile combinare benessere e produttività adottando modelli organizzativi basati su motivazioni non monetarie e promuovendo una maggior compatibilità tra vita privata e vita lavorativa. Il lavoro dovrebbe essere un’esperienza interessante e meno stressante, dovrebbe avere uno scopo e favorire l’instaurazione di relazioni e contatti sociali.

In un recente libro dal titolo “Manifesto per la Felicità”, Stefano Bartolini dedica un’intera sezione alla descrizione di politiche per il capitale sociale e per il benessere, discutendone in dettaglio i pro e i contro. Inoltre, a partire da ottobre 2014 per un anno, la Regione Toscana ha finanziato 15 progetti di giovani ricercatori da tutto il mondo che si sono dati appuntamento a Firenze dal 15 al 31 gennaio 2015 per discutere, formulare e testare varie ipotesi di politiche per la qualità della vita[2]. Grazie ad un consorzio costituito dalle tre università toscane, i 15 studiosi costituiranno il laboratorio toscano per la qualità della vita e renderanno pubbliche le proprie ricerche e i propri risultati alla fine del 2015. Questo fermento culturale è molto promettente e sono convinto che vedremo presto nuove proposte che, auspichiamo, riescano a farsi spazio nelle agende del legislatore».

Il cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse naturali provocano effetti già oggi visibili, eppure neanche la pedagogia delle catastrofi riesce a scalfire le convinzioni ecoscettiche. Pensa sia possibile influire su questi meccanismi psicologici?

«In realtà ho l’impressione che l’opinione pubblica sia sempre più persuasa dell’emergenza ambientale. Le immagini delle catastrofi naturali che in tempo quasi reale raggiungono i siti di informazione di tutto il mondo, lasciano poco spazio alla fantasia. Pensi per esempio alle ultime elezioni tedesche nelle quali i “verdi” erano, prima del voto, il partito favorito. Il problema non è quindi la convinzione dell’opinione pubblica, ma il fallimento dei partiti politici di adottare politiche convincenti per la tutela ambientale. Torniamo ancora per un attimo in Germania: alle elezioni i “verdi” hanno registrato un tonfo inaspettato e bruciante. La ragione è stata che, nonostante il grande consenso sull’urgenza della questione ambientale, le ricette proposte prevedevano sacrifici, piuttosto che proporre nuovi modelli organizzativi. In altre parole, una parte dell’ambientalismo contemporaneo suggerisce che esiste un trade-off tra benessere presente e futuro. Per proteggere il futuro, occorre avere meno nel presente; occorre fare dei sacrifici. Non c’è da meravigliarsi se poi le proposte di politica non fanno altro che imporre limiti: limiti all’inquinamento, alla produzione, alle ore di lavoro o ai tipi di cibo. In questo modo l’ambientalismo non propone un’alternativa alla crescita, ma semplicemente di rinunciare al progetto di crescita. Questa mancanza di una chiara alternativa crea difficoltà nel coalizzare un consenso, come è accaduto in Germania.

Le riforme eco-friendly che vengono presentate come sacrifici finiscono con l’apparire costose e aggravate da una forte incertezza sia per quanto riguarda i risultati che per quanto riguarda l’urgenza dei rischi che esse cercano di evitare. Questa incertezza presta il fianco al perenne dubbio che il presente non sia il momento ideale per attuare un “new deal” verde: data la delicata situazione socio-economica, potrebbe essere il caso di posporre i costosi (seppur necessari) cambiamenti.

Alla luce dei nostri risultati, il nostro suggerimento è che l’ambientalismo, almeno nei Paesi ricchi, debba proporre il messaggio che un presente migliore crea un futuro migliore. Non è necessario ridurre gli standard  di vita, ma piuttosto di cambiare le attuali abitudini di consumo e di produzione, troppo centrate sui beni privati. Noi crediamo che se le politiche per l’ambiente fossero volte a un miglioramento e non a sacrifici, l’opinione pubblica le sosterrebbe più volentieri e potrebbe anche meglio accettare eventuali limitazioni».

[1] Crescita endogena negativa.

[2] Per maggiori informazioni:  http://www.pololionellobonfanti.it/tuscany-quality-of-life/