E’ arrivato il momento di pensare anche alle risorse materiali. Non più solo energia

Sostenibilità, l’industria europea e la regola del 20 che rimane da scrivere

[23 luglio 2013]

Era il 2007 quando venne approvato il pacchetto 20-20-20, e la novità non fu colta come una grande occasione di rilancio dall’industria europea. Certamente – almeno per molti – non lo è neppure adesso, ma quell’anno oramai appartiene ad un’era passata, il pre-crisi, e nelle acque sempre più agitate dell’oggi, la strategia Europa 2020 rappresenta ora quello che più manca: una bussola salda da poter seguire, e magari migliorare.

I target del pacchetto europeo “20-20-20” prevedono una riduzione delle emissioni di gas serra del 20% (o persino del 30%, se le condizioni lo permettono) rispetto al 1990, il 20% del fabbisogno di energia ricavato da fonti rinnovabili e l’aumento del 20% dell’efficienza energetica. Rimane però limitativo continuare a parlare di Europa 2020 focalizzandosi soltanto sull’aspetto ambientale della sfida: il rischio è di non riuscire a farne percepire l’importanza. Per dirla con le parole dell’economista ecologico Tommaso Luzzati, «La sostenibilità è associata alla parola ambiente, ma questa stretta interpretazione ambientale è fuorviante. La sostenibilità non riguarda l’ambiente. Riguarda la riproducibilità sociale ed economica». Anche in questo caso, allargare lo sguardo su Europa 2020 non può che essere utile.

Lo dimostra bene Patrizia Toia, vicepresidente della commissione Industria dell’Europarlamento, che nel suo intervento sull’Unità scrive che un «altro 20 si è aggiunto agli obiettivi strategici dell’«Europa 2020: il 20% del settore manifatturiero al Pil europeo». Entrambi gli obiettivi sono noti, ma legarli insieme per un cammino comune è di particolare importanza.

Si tratta di un percorso che si carica di obiettivi determinanti. La strategia europea prevede di portare (anche qui entro il 2020) almeno il 20% di Pil derivante dall’industria manifatturiera entro il 2020, partendo dall’attuale 15.6%. I numeri sembrano piccoli, ma sono in realtà ardui da raggiungere. Per farlo, la nostra capacità d’innovazione sarà determinante. La reindustrializzazione dell’Europa – ricorda Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea, responsabile per l’Industria e l’Imprenditoria – è stata considerata «a lungo un tabù. Ha dominato l’illusione di un’economia basata prevalentemente su finanza e servizi. Ora dobbiamo tornare alla realtà: senza industria si perdono anche i servizi e la capacità d’innovare; e non si riesce più a creare lavoro». I numeri parlano chiaro: l’80% dell’innovazione avviene nell’industria; e per ogni posto nel manifatturiero se ne crea un altro nei servizi.

«Crescita e sviluppo – osserva ancora Patrizia Toia – passano necessariamente per il recupero della nostra potenza industriale, innovando prodotti e processi produttivi, garantendo materie prime, sicurezza, semplificando la burocrazia, diventando più competitivi e concorrenziali sotto il profilo ambientale, valorizzando la sostenibilità sociale del nostro industrial business model e avviando politiche commerciali aperte, ma esigenti e lungimiranti […] In sintesi i titoli di questa politica europea sono: la ricerca finalizzata al trasferimento tecnologico e all’innovazione industriale».

Seguendo la regola del 20, la volontà politica si trova così a dover necessariamente intrecciare l’innovazione con manifattura e ambiente, in una rete che faccia suoi i principi della sostenibilità. Nella fretta, però, rischiamo di perdere un pezzo essenziale del puzzle. Mentre il pacchetto 20-20-20 si concentra sui flussi di energia che attraversano la nostra economia, con lo scopo dichiarato di limitarne gli impatti sul clima, rischiamo di dimenticare che i criteri guida per la sostenibilità lanciati all’inizio degli anni ’90 da Herman Daly – uno dei padri fondatori dell’economia ecologica – quando parlano di risorse lo fanno nella sua interezza, affiancando le risorse energetiche a quelle di materia.

I tassi di utilizzo dei sistemi naturali (e delle risorse rinnovabili in generale), spiega Daly, non dovrebbero eccedere i tassi di rigenerazione degli stessi,  e lo stock di risorse non rinnovabili dovrebbe restare costante nel tempo: dunque, lo sfruttamento di queste ultime non può prescindere da un loro riutilizzo e riciclo, da una ricerca di sostituti rinnovabili, da una progettazioni di beni creati per durare (e non per essere compulsivamente consumati).

Per chiudere il cerchio della regola del 20, sarà politicamente possibile pensare di introdurre un vincolo anche all’utilizzo di materia? Una riduzione del 20% di materia consumata (e digerita) nei nostri processi economici e un pari aumento di materie prime seconde forse non è soltanto utopia, ma un segnale sul quale riflettere scientificamente, e che potrebbe indicare più chiaramente la strada da percorrere.