Spreco alimentare, secondo la Corte dei conti europea l’Ue non fa abbastanza

[17 gennaio 2017]

L’Ue contribuisce ad una filiera alimentare efficiente sotto il profilo delle risorse, per mezzo di un’efficace lotta allo spreco di cibo? Non a pieno. Secondo la Corte dei Conti europea quanto fatto finora non è sufficiente: l’Ue dovrebbe potenziare e coordinare  in modo migliore la sua strategia in materia, e la Commissione in particolare dovrebbe riflettere su come utilizzare le politiche esistenti per meglio lottare contro lo spreco e la perdita di alimenti.

È quanto emerge dalla relazione speciale della Corte “Lotta allo spreco di alimenti: un’opportunità per l’UE di migliorare, sotto il profilo delle risorse, l’efficienza della filiera alimentare”. All’interno del documento vengono messe in evidenza le modalità con le quali le attuali politiche potrebbero essere utilizzate in modo più efficace per far fronte al problema; la relazione sottolinea come molti dei potenziali miglioramenti non richiedono nuove iniziative né maggiori fondi pubblici, ma un miglior allineamento delle politiche esistenti, un miglior coordinamento e la chiara individuazione della riduzione dello spreco alimentare come obiettivo delle politiche.

In tale contesto l’assenza di una definizione comune di “spreco alimentare” gioca il suo ruolo. A livello europeo infatti non vi è nessuna definizione per cui ai fini della relazione, per “spreco alimentare” s’intende “qualsiasi prodotto – o parte di prodotto – coltivato, catturato o trasformato ai fini del consumo umano che avrebbe potuto essere mangiato se trattato o conservato in modo diverso”. Si riconosce che detta definizione può non essere direttamente compatibile con l’attuale quadro normativo dell’Ue, ma anche altre definizioni, come quelle impiegate da FUSIONS, dalla FAO e dagli Stati membri, si discostano da tale quadro normativo.

Comunque secondo la definizione usata lo “spreco alimentare” è rappresentato da tre livelli inferiori della gerarchia dei rifiuti: riciclaggio, altro tipo di recupero e smaltimento. I tre livelli superiori (prevenzione, donazione e mangimi per animali) rappresentano azioni che possono essere intraprese prima che il cibo costituisca un rifiuto e sono le più auspicabili in una prospettiva economica e ambientale.

Da considerare, inoltre che lo spreco di cibo è un problema presente lungo l’intera filiera alimentare e quindi gli interventi dovrebbero riguardare l’intera filiera, con potenziali vantaggi per tutti gli attori coinvolti. Dunque per la Corte si dovrebbe porre l’enfasi sulla prevenzione, dato che i benefici derivanti dall’evitare gli sprechi sono maggiori rispetto a quelli derivanti dall’occuparsene a posteriori.

Importanti settori di intervento, quali l’agricoltura, la pesca e la sicurezza alimentare, svolgono tutti un ruolo e potrebbero essere utilizzati per meglio combattere lo spreco alimentare. Anche se va riconosciuto che, nel tempo, le modifiche alle politiche, comprese le riforme della Pac e della politica della pesca, hanno avuto un impatto positivo.

Si stima che lo spreco alimentare complessivo nell’Ue salirà a circa 126 milioni di tonnellate entro il 2020 se non verranno compiute azioni o misure preventive. Ricordiamo comunque che i dati sullo spreco di alimenti variano significativamente a seconda della fonte. Con ogni evidenza, una delle ragioni è la diversa interpretazione di ciò che costituisce “spreco alimentare” (ossia, la mancanza di una definizione condivisa) e le diverse metodologie utilizzate per misurarlo.

Comunque, anche gli Stati membri hanno la loro responsabilità particolarmente legata al recepimento e alla attuazione delle disposizioni Ue. Infatti a seconda del modo in cui recepiscono e attuano le disposizioni, gli Stati membri possono facilitare od ostacolare la prevenzione dello spreco di alimenti e la donazione di derrate alimentari. La loro responsabilità è forse ancora più importante, in quanto possono anche avviare proprie iniziative (al di fuori del quadro UE) per contrastare lo spreco di alimenti.

La riduzione degli sprechi significa anche riduzione dei costi sia economici, sia quelle ambientali. Il costo economico include non solo il costo connesso al valore dei prodotti in questione, ma anche i costi connessi alla produzione, al trasporto e allo stoccaggio dei prodotti sprecati, nonché i costi del loro trattamento. Dal punto di vista ambientale, lo spreco di alimenti rappresenta uno spreco di risorse (quali terreni, acqua, energia ed altre risorse) nel corso di tutto il ciclo di vita dei prodotti, ed il conseguente aumento delle emissioni di gas serra. Un costo che ricade su tutta la società.