Serve una rivoluzione: autosufficienza alimentare e sviluppo coordinato di sistemi locali

Spreco di cibo, Ispra: in Italia buttiamo più alimenti di quanti ne mangiamo

La principale misura di prevenzione? «Incentivare la diffusione di sistemi alimentari locali, ecologici, solidali e provenienti da piccole aziende»

[16 novembre 2017]

Per combattere sul serio lo spreco alimentare le buone, singole pratiche vanno bene e sono da incoraggiare, ma chi pensa che da sole possano riuscire a risolvere «una problematica estremamente complessa che necessita di decisioni informate, basate su conoscenze scientificamente solide», come la definisce l’Ispra, è un illuso. Tant’è che la massima autorità scientifica italiana in campo ambientale, nelle pieghe del suo primo rapporto tecnico sul tema disegna quella che sarebbe riduttivo non definire una rivoluzione: per contenere i livelli di spreco alimentare sistemico attorno ad almeno il 15-20% occorre riorganizzare «i sistemi alimentari sulla base di sovranità-autonomie locali tra loro coordinate».

È dunque necessario «che le istituzioni internazionali e nazionali favoriscano questi processi e contrastino le enormi concentrazioni delle compagnie internazionali nell’agroindustria», perché il fine non può che essere uno: «Focalizzare l’attenzione sull’importanza della autosufficienza alimentare e dello sviluppo coordinato di sistemi alimentari locali resilienti».

Non male come orizzonte per un “rapporto tecnico”, soprattutto se a redigerlo è l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. D’altronde con il suo Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali, l’Ispra motiva a fondo perché ritiene indispensabile questa rivoluzione. Secondo la Fao, a livello globale un terzo di tutti i prodotti alimentari (pari a 1,3 miliardi di tonnellate edibili) vengono perduti o sprecati ogni anno lungo l’intera catena di approvvigionamento, per un valore di 750 miliardi di dollari buttati nel cestino e 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 inutilmente immesse in atmosfera; se lo spreco alimentare fosse una nazione, «sarebbe al terzo posto dopo Cina e Usa nella classifica degli Stati emettitori». E il fenomeno non sta regredendo, anzi. «La tendenza globale dal 2007 al 2011 – osserva l’Ispra – indicherebbe un notevole aumento di sprechi tra produzione e fornitura (+48%), una sovralimentazione in fortissimo aumento (+144%) e uno spreco in consumo e vendita al dettaglio che diminuisce del 23%».

L’Italia, nonostante sia uno dei pochi Paesi Ue ad aver approvato una legge per contrastare lo spreco di cibo (L. 166/2016) le cose non vanno molto meglio. Poiché «non vi sono metodologie consolidate né metodi di calcolo condivisi su questo fenomeno nella statistica ufficiale», è difficile offrire stime precise sullo spreco di cibo. Prima dell’Ispra c’hanno provato il Politecnico di Milano, ad esempio, come anche l’indagine Waste watcher 2017, ma per primo l’Istituto ha allargato le maglie dell’indagine definendo lo spreco alimentare come «la parte di produzione che eccede i fabbisogni nutrizionali e le capacità ecologiche». I dati raccolti motivano l’appello alla rivoluzione.

Secondo quest’approccio «in Italia almeno il 60% circa in energia alimentare della produzione primaria edibile destinata direttamente o indirettamente all’uomo potrebbe essere sprecata», ovvero sono di più le calorie perse per strada o nel cestino che quelle che vanno a riempire (o realmente necessarie a) i nostri stomaci. E i paradossi non finiscono qui. Se «l’inefficienza degli allevamenti animali rappresenterebbe fino al 62% degli sprechi in Italia», un altro rilevante 15% sarebbe imputabile alla sovralimentazione, contando che nel nostro Paese gli «individui in sovrappeso sono il 50% degli uomini, il 34% delle donne e il 24% dei bambini tra i 6 e gli 11 anni». E questo nonostante il 14% della popolazione si trovi (dati 2016) in povertà relativa: circa 8,3 milioni di persone, di cui circa 4,6 «in povertà assoluta, ovvero con difficoltà di accesso al cibo». E il nostro spreco costa assai caro anche all’ambiente: si stima che in Italia causi «l’emissione annua di 24,5 Mt di CO2 e che corrisponda ad almeno il 3% circa del consumo di energia», senza dimenticare i circa 1,2 miliardi di mc d’acqua dolce buttati al vento, o l’immissione di  228.900 t di azoto reattivo.

Un nodo tanto stretto, pesante e complesso che secondo l’Ispra non si potrà sciogliere con semplici maquillage ma solo ridisegnando un nuovo modo di produrre e consumare il cibo. Affidandosi a una progettazione in grado di superare eventuali “trappole del localismo” e considerando comunque un periodo di transizione, la strada tracciata dall’Istituto prevede di incentivare a ogni livello «filiere corte, locali, biologiche, di piccola scala» coordinate tra loro. «Rispetto all’agricoltura industriale nelle fattorie agroecologiche su piccola scala la produttività di medio-lungo periodo è maggiore dal 20% al 60% a parità di condizioni e l’efficienza nell’uso delle risorse, anche ambientali, è più elevata da 2 a 4 volte», inoltre «i cibi durano di più per i consumatori e generalmente è maggiore la consapevolezza». Non si tratta di stime futuribili secondo l’Ispra, ma di analizzare quanto già accade: «È stato dimostrato che l’adozione su scala globale dell’agricoltura ecologica potrebbe portare a una fornitura alimentare pari a circa il 50% in più dell’attuale. Secondo i dati della Fao, nel mondo la piccola agricoltura contadina è responsabile di circa il 70% della produzione complessiva, avendo a disposizione solo un quarto delle terre coltivabili».

La domanda che rimane è: siamo davvero disposti come cittadini ad abbracciare questa rivoluzione, e magari a pagare di più il cibo che consumiamo? In ballo non c’è “solo” lo spreco ma questioni fondamentali come i «cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare, la tutela delle risorse naturali (acqua in primis), lo sviluppo economico e il benessere sociale». Si tratta di una transizione, che semmai decideremo di intraprendere – prima che sia tardi – non potrà che fare leva anche su una spiccata dimensione culturale, dove anche i media sono chiamati ad esercitare un ruolo importante: «Nei paesi molto sviluppati come l’Italia e quelli europei – osserva infatti l’Ispra – la ristrutturazione dei sistemi alimentari passa inevitabilmente dal riconoscimento di un equo valore sociale ed economico degli alimenti fondato sul diritto al cibo per riequilibrare le condizioni sociali di accesso e di produzione. Il valore equo del cibo non può raggiungersi tramite la spettacolarizzazione mediatica e mercantile che lo rende bene di status posizionale e stimola lo spreco alimentare generando disuguaglianze».