Come sta la ricerca scientifica italiana nel campo della gestione dei rifiuti?

L’Associazione nazionale gestori ambientali (Angam) pubblica il primo Green technology report

[17 aprile 2018]

L’Associazione nazionale gestori ambientali (Angam), che abbraccia operatori e imprese di settore ed è tra i soci fondatori della Fondazione per lo sviluppo sostenibile guidata da Edo Ronchi, ha appena dato alle stampe la prima edizione del Green technology report: uno studio sul contributo della ricerca scientifica italiana nel campo della gestione dei rifiuti, all’interno del quadro internazionale.

Materialmente elaborato dall’Associazione Ises Italia (International solar energy society), il report mostra «che, su 150 Paesi nel mondo, la ricerca scientifica italiana nel settore della gestione dei rifiuti si posiziona al sedicesimo posto». Sul podio (con dati 2017) spiccano al primo posto gli Stati Uniti, seguiti dall’India e dal Regno Unito. In casa europea seguono la Spagna al 6° posto, la Germania all’8° e l’Olanda al 9°. Prima dell’Italia si classificano anche la Francia (11° posto) e la Svezia (15°) , mentre sono 109 le nazioni che non raggiungono neanche un punteggio pari alla metà di quello italiano.

In che modo? Il rapporto elabora tre indici distinti. Il primo è denominato Waste Management index, e si basa sull’elaborazione dell’indice di Hirsch alla popolazione degli autori di una data nazione: «Si è scelto questo indice – spiegano dall’Angam – in quanto rappresenta un criterio, condiviso dalla comunità scientifica, per quantificare la prolificità e l’impatto scientifico di un autore, che si basa sia sul numero delle pubblicazioni sia sul numero di citazioni ricevute». Come risultato l’Italia si piazza appunto al 16° posto nella classifica globale.

Ma i risultati cambiano aumentando il livello di dettaglio. Osservando le citazioni da parte di altri ricercatori della comunità scientifica (ovvero l’indice WMCit), gli autori italiani risalgono rapidamente la gerarchia internazionale fino a piazzarsi all’8 posto mondiale. A essere assai lacunosa è piuttosto un’altra performance, quella misurata dall’indice WMRiv e riguardante la nazionalità delle riviste scientifiche che sono state selezionate dagli estensori del rapporto.: «Nessuna rivista scientifica censita dalla comunità scientifica internazionale che tratta temi legati alla gestione dei rifiuti – dichiarano dall’Angam – è italiana. Questo gap è rilevante in quanto non permette ai ricercatori italiani di poter accedere in modo più agevole alle cronache scientifiche internazionali».

Complessivamente, sottolinea l’Associazione, i dati non possono sorprendere «tenendo conto del fatto che sul fronte degli investimenti pubblici e privati in ricerca scientifica, l’Italia si posiziona in tredicesima posizione della classifica mondiale, con valori fino a dieci volte inferiori rispetto ai primatisti Usa, Cina e Giappone (Global R&D Funding Forecast 2016, R&D Magazine). Anche in questo caso, si può e si deve fare di più». Finora i ricercatori italiani, e non solo quelli attivi nel campo della gestione rifiuti, si sono rivelati assai produttivi: il rapporto tra risultati ottenuti e soldi in spesi in ricerca è generalmente ottimo. Un motivo in più per investire in ricerca, cosa che finora non è stata fatta, penalizzando così anche le possibilità di sviluppo sostenibile del Paese.

«La gestione dei rifiuti e le bonifiche devono prevedere, in ogni pezzo della filiera – ricordano al proposito dall’Angam – l’applicazione delle “best available techniques” convalidate dalla ricerca scientifica di alto profilo. Inoltre, per poter raggiungere risultati sempre più sfidanti di sostenibilità, il comparto ambientale deve puntare sulla sperimentazione di soluzioni e tecnologie di frontiera che abilitino la green economy del futuro. Negli ultimi anni innovazione e tecnologia nel nostro Paese ha avuto molto a che fare con il Piano Industria 4.0 (poi Impresa 4.0) varato dal Governo uscente. Una strategia, nella quale il settore ambientale è rimasto colpevolmente ai margini pur avendo le potenzialità per farne parte, che non ha dato ancora i suoi frutti più maturi sia per un livello di finanziamento pubblico non adeguato, sia perché il tempo necessario affinché progetti e iniziative diano gli effetti sperati è di medio e lungo periodo».

L. A.