Il mantra dell’austerità, purtroppo, ha funzionato: nel 2012 persi 92mila posti di lavoro

Al capezzale dello Stato: in Italia spesa pubblica in picchiata

Ma gli investimenti pubblici hanno ancora un ruolo chiave da giocare per indirizzare lo sviluppo verso la sostenibilità

[18 luglio 2013]

L’eccezionale durate di questa crisi ha imposto, assai più che in passato, la parola austerità sopra ogni altra e sempre in contrapposizione alla spesa pubblica. Snocciolando qualche dato, si capisce anche e meglio il perché. È noto come gli investimenti della Pa siano in costante calo: il rapporto investimenti pubblici/Pil era al 3,5% nel 1981, mentre per quest’anno è arretrato all’1,9%. Ieri ci ha pensato però anche l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (Avcp) a rincarare la dose.

Nella sua relazione annuale al Parlamento osserva come nel corso del 2012 il mercato dei lavori pubblici si sia «ridotto del 24,5%, mentre nel primo quadrimestre del 2013 è andata persa una ulteriore quota di mercato pari al 27%». Il valore degli appalti nel 2012 è stato di 95,3 mld di Euro, segnando un -4,8 % sul 2011. Tutto questo mentre l’Istat, da parte sua, certifica che dal 2001 al 2011 i dipendenti pubblici sono diminuiti di 368mila unità (-11,5%): significano altrettanti licenziamenti o mancate assunzioni, in un’era dove la disoccupazione si è riconquistata lo scettro di grande spauracchio del Paese (da segnalare sul tema che oggi in Grecia sono stati licenziati 25mila dipendenti pubblici).

Ragionando proprio in termini di occupazione è possibile vedere l’impatto profondo di questa dinamica della spesa pubblica, portata consapevolmente avanti durante la più grave crisi economica del dopoguerra. «A fronte di una spesa di 1 miliardo di euro investita in lavori pubblici – spiega al Parlamento Sergio Santoro, presidente Avcp – si creano complessivamente da 11.700 a 15.600 occupati, di cui circa 7.800 rappresentano l’effetto diretto degli appalti e gli altri invece l’indotto». Quindi, la diminuzione subita dagli appalti pubblici nel solo anno 2012 comporta un calo «mediamente di circa 92mila unità rispetto al 2011».

La caduta degli investimenti pubblici va contrastata. Se diventa strutturale su livelli così ridotti – spiega l’Avcp in una nota – mette a repentaglio non solo le basi dello sviluppo economico del Paese ma anche un’appropriata e regolare erogazione dei servizi. Ed è proprio nel settore dei servizi pubblici che si nota l’unico guizzo degli appalti pubblici: soltanto in quest’ambito si registra un incremento (rispetto al 2011) della spesa, pari ad un +10,4%. Ma è un dato influenzato, soprattutto, dall’affidamento di un’unica concessione di gestione rifiuti, quella dell’ATO Toscana, che vale di 5,5 mld di euro.

Così, dietro questa montagna di numeri, si nasconde un’insolita verità. In Italia lo Stato sta morendo. Magari non si direbbe, leggendo l’andamento delle imposte o del debito pubblico, ma se si guarda al lato degli investimenti è impossibile non notare come l’operazione liberista per eccellenza stia riuscendo in pieno: la bestia è stata affamata. Nel modo peggiore.

Eppure, «il componente della politica fiscale che funziona meglio – scrive l’economista Gustavo Piga, riportando i risultati di una recente ricerca – sono, medaglia d’argento, gli investimenti pubblici e, medaglia d’oro, la spesa pubblica per consumi di beni e servizi (ecotomografi, ambulanze, gazzelle della polizia, ecc)». Alla spesa pubblica occorre quindi certamente un restyling per rientrare in una dimensione di efficienza, ma certo non una cura dimagrante da salasso come quella che stiamo felicemente portando avanti.

Se il portafoglio pubblico ha un compito è proprio quello di indirizzare lo sviluppo e indirizzare, con moneta sonante, le scelte del mercato. Per ripartire sulla traccia di uno sviluppo sostenibile, dunque, non servono chiacchiere, ma investimenti mirate in quell’industria che fa dell’utilizzo efficiente di materia ed energia il suo core business, riducendo il totale delle risorse fisiche consumate.

È dagli anni ’80 che la spesa pubblica cresce, accumulando buone fette di improduttività, e adesso che le vacche grasse sono finite (se mai ci fossero state) e il rubinetto della spesa pubblica, se ben gestito, potrebbe rappresentare la via di fuga per preparare il terreno per un nuovo sviluppo, si decide di chiuderlo, riducendo la spesa e andando a colpire soprattutto quella generatrice di occupazione.