Presentato il nuovo studio di Accredia e Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa

Sugli acquisti verdi della Pa l’Italia ha le leggi migliori d’Europa. Ma chi le applica davvero?

Nel nostro Paese è ormai obbligatorio il richiamo ai criteri ambientali minimi nei bandi di gara. Eppure l’effettiva spesa in Gpp è ancora ferma ad appena l’8,5% del potenziale

[10 maggio 2018]

Solo una domanda di beni e servizi verdi può generare un’offerta green: per questo, attraverso la domanda di prodotti e servizi sostenibili, la pubblica amministrazione è in grado di condizionare il mercato e accompagnare la transizione verso un modello di economia circolare. E l’Italia è il paese leader dell’Unione europea sulle politiche relative al Green public procurement, ossia le norme europee in materia di appalti pubblici verdi: è questo il risultato che emerge dallo studio L’economia circolare nelle politiche pubbliche. Il ruolo della certificazione presentato a Roma durante l’assemblea di Accredia – che è l’Ente unico nazionale di accreditamento designato dal Governo italiano –, ed elaborato in collaborazione con l’Istituto di management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Secondo l’analisi però il vero tratto distintivo del nostro Paese è l’aver reso obbligatorio, all’interno dei bandi di gara, il richiamo ai criteri ambientali minimi per quelle categorie di forniture e affidamenti di servizi e lavori coperte dai decreti del ministero dell’Ambiente. Negli altri Paesi europei, invece, pur essendo stati elaborati criteri ambientali in molti settori, l’inserimento degli stessi nei bandi di gara non viene previsto come obbligo ma come mera raccomandazione.

In particolare, in Italia il Gpp ha assunto un ruolo di leva strategica capace di migliorare gli acquisti delle Pa con l’entrata in vigore del nuovo Codice degli appalti (D.lgs.50/2016). Con questo testo, i Criteri ambientali minimi sono stati introdotti in tutte le procedure d’acquisto pubblico di servizi, prodotti e lavori e, all’interno dei Cam, è stato previsto il frequente ricorso alle valutazioni di conformità accreditate, intese sia come certificazioni sia come prove di laboratorio.

Esse diventano quindi un vero strumento di policy, sia per tutelare la salute dei cittadini, sia per selezionare prodotti, servizi e fornitori, che dotati della certificazione richiesta – e rilasciata da un organismo o laboratorio accreditato, sulla cui competenza, imparzialità e indipendenza vigila Accredia – costituiscono mezzo di prova per dimostrare la conformità agli standard previsti.

Tra le certificazioni di processo in ambito ambientale richiamate nei Cam, i sistemi di gestione certificati ai sensi della norma UNI EN ISO 14001 sono i più diffusi nel nostro Paese. Con oltre 22mila aziende in possesso di una certificazione accreditata per i sistemi di gestione ambientale Sga – cresciute del 9% dal 2015, anno di entrata in vigore della legge n.221, cosiddetta “Collegato ambientale” – l’Italia è infatti prima in Europa, e terza nel mondo dopo Cina e Giappone.

L’economia circolare, improntata sulla gestione più efficiente delle risorse, sulla riduzione degli sprechi e sul riutilizzo, è un percorso inevitabile per lo sviluppo di lungo periodo. Per questo, l’attenzione del legislatore europeo è diventata alta in questi anni, con continui interventi, fino a quello di pochi giorni fa, con il nuovo Pacchetto sull’economia circolare – ha commentato il Presidente di Accredia, Giuseppe Rossi – Affinché però il ricorso alle valutazioni di conformità sia realmente efficace e funzionale nelle scelte di acquisto della PA – ha proseguito Rossi – è necessario che il riferimento alle stesse sia fatto in maniera corretta e appropriata. Per questo, per accrescere la competenza tecnica delle stazioni appaltanti, Accredia sta lavorando insieme ad Anac, Conferenza delle Regioni e Consip, per sviluppare attività di formazione ad hoc. Abbiamo inoltre definito delle linee guida per migliorare l’applicazione delle valutazioni di conformità nei bandi di gara, così come abbiamo messo a disposizione le nostre banche dati su accreditamenti e certificazioni, per dare tutte le informazioni possibili relative a questo mercato, che in Italia vale circa 2 miliardi di euro».

Tutto bene dunque? Non ancora, perché se sul lato delle normative l’Italia si presenta come uno dei Paesi più attenti al Gpp, leva principe della green economy, tutt’altro si verifica osservando il lato pratico della faccenda, ovvero gli acquisti verdi concretamente effettuati da parte della pubblica amministrazione.

Se è vero infatti che sugli acquisti verdi in Italia si legiferi molto, è altrettanto vero che si acquista troppo poco secondo criteri di sostenibilità. E qualche numero può essere utile per inquadrare al meglio il problema. Come ricordato anche da Accredia, in Ue la spesa delle Pa per opere, beni e servizi è di circa 1.800 miliardi di euro l’anno, circa il 14% del Pil europeo. In Italia invece nel 2016 gli appalti pubblici banditi dallo Stato ammontavano a 111,5 miliardi di euro (circa il 6,7%) del Pil, ma la dimensione del Green public procurement (Gpp) è rimasta inchiodata a 9,5 miliardi di euro: circa l’8,5% del potenziale. Non è un caso se gli stessi dipendenti pubblici assegnino ancora un voto medio pari a 4,9 (in una scala da 1 a 10) alla sostenibilità delle Pubbliche amministrazioni: c’è molto da fare per migliorare.

L. A.