Sulcis, dai disastri ambientali del passato alla rinascita con la chimica verde

In esclusiva per greenreport l’analisi di Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente

[13 agosto 2014]

In Sardegna sono scoppiate roventi polemiche sul progetto di chimica verde dell’azienda Mossi e Ghisolfi, uno di quelli proposti per contribuire a risolvere la drammatica situazione occupazionale e ambientale nel Sulcis dopo l’esplosione della vertenza Alcoa. Un progetto simile alla bioraffineria di Crescentino, in provincia di Vercelli – un gioiello ingegneristico, di proprietà della stessa azienda leader della green economy made in Italy, e in attività ormai da quasi un anno – per produrre bioetanolo di seconda generazione dagli scarti agricoli e dall’arundo donax, una specie vegetale nota (si tratta della comune canna da fosso) che cresce su terreni marginali e che non impatta sulle coltivazioni a uso alimentare.

A leggere i commenti delle ultime settimane sembra che nel sud ovest della Sardegna stia per arrivare una centrale nucleare. Anche il deputato sardo Mauro Pili, già presidente della Regione Sardegna, nelle settimane scorse si è scatenato contro questo progetto  presentando un’interrogazione parlamentare dai toni apocalittici: si parla di “un’operazione di una gravità inaudita” e di un “progetto ad altissimo impatto ambientale”, si descrive l’arundo donax come “specie invasiva e devastante” e si evoca la “scomparsa di piante autoctone”, il “rischio di incendio” e di “riduzione della disponibilità delle acque sotterranee”.

Tutto questo è stupefacente, oltre che insopportabile, per diversi motivi. Stiamo parlando di un territorio che ha subìto davvero decenni di devastazione ambientale sotto gli occhi di tutti, a partire da buona parte della classe dirigente sarda, praticata in nome dalla salvaguardia occupazionale e denunciata in più occasioni solo da poche voci. Siamo nel territorio dove le lavorazioni metallurgiche per la produzione dell’alluminio hanno quasi desertificato sotto il punto di vista ambientale quel territorio e che, con le miniere di carbone, hanno contribuito a far diventare quel pezzo di Sardegna un Sito di interesse nazionale all’interno del Programma di bonifica del Ministero dell’ambiente, i cui ritardi sono stati denunciati più volte nei nostri dossier sono inammissibili.

Con la nostra Goletta Verde abbiamo denunciato lo scempio che si consumava in quel tratto di costa sarda, con gli stabilimenti di trasformazione della bauxite e dell’allumina e con la mega discarica dei fanghi rossi in riva al mare che fruttò la “bandiera nera” dei nuovi pirati alla Eurallumina. In più occasioni abbiamo denunciato la follia e l’inutilità della proposta di nuova centrale a carbone nel Sulcis, in palese contrasto con le politiche climatiche europee e con il contesto energetico sardo (a Porto Torres è autorizzato da anni un nuovo gruppo a carbone per la centrale di Fiume santo che non è mai stato realizzato perché quell’elettricità non la comprerebbe più nessuno, e non solo per la nuova connessione dell’elettrodotto Sapei tra Sardegna e Continente).

Contro questo modello di sviluppo arrivato evidentemente al capolinea la classe dirigente sarda dovrebbe dannarsi. Non sui progetti innovativi che potrebbero far voltare pagina alla storia dell’industria in questo Paese. È per certi versi una replica di un film già visto a Porto Torres. Qui la coraggiosa e innovativa protesta dei lavoratori Vinyls che si autoreclusero nell’ex carcere dell’isola dell’Asinara – sostenuti dall’inizio dalla nostra associazione, a volte anche in solitudine – ha di fatto costretto Eni a investire, insieme a Novamont, un altro campione della green economy italiana, per la realizzazione della bioraffineria di Matrica per produrre bioplastiche, biolubrificanti e bioadditivi per le filiera dei pneumatici, inaugurata lo scorso mese di giugno, in sostituzione del vecchio petrolchimico che trattava residui della raffinazione del petrolio.

Sono questi i modelli da replicare per far ripartire l’industria nel nostro Paese. Innovazione nei processi e nei prodotti, ricerca, integrazione con le filiere locali e con i territori, bonifica dai veleni del passato, riconversione dei siti produttivi dismessi per non consumare ulteriore suolo, sono le ricette da mettere in campo per nobilitare e preservare il manifatturiero italiano dalle minacce di una globalizzazione dei mercati che ormai taglia fuori il modello novecentesco di produzione.

L’alternativa è il lento ma inesorabile declino dell’industria italiana verso una chiusura che lascerebbe sul territorio solo disastri ambientali e occupazionali, che Legambiente non si augura. Speriamo sia lo stesso per la classe dirigente nazionale e locale di questo straordinario ma contraddittorio Paese.

di Stefano Ciafani