Sulla valutazione della ricerca e l’onanismo degli economisti

Dal dipartimento di Economia dell’Università di Ferrara cinque linee d’intervento per una ricerca genuinamente di qualità e volta a un progresso collettivo

[20 novembre 2018]

La ricerca scientifica occupa un ruolo centrale nel guidare lo sviluppo delle società moderne, e probabilmente non è un caso che l’Italia – nonostante formi ricercatori apprezzati in tutto il mondo – arranchi nel trovare la propria via verso il progresso, e al contempo presenti investimenti in R&S molto bassi rispetto a quelli messi in campo dagli altri Paesi del G7. Non si tratta però solo di quantità, ma anche di qualità della ricerca, e valutarla non è affare semplice.

Un tema che si rivela particolarmente pressante soprattutto per discipline come l’economia, i cui progressi (o regressi) hanno impatti diretti sullo svolgersi della politica pubblica, e dunque sulle vite dei cittadini. Gli economisti vengono spesso investiti del ruolo di aruspici del nostro tempo, chiamati a interpretare i segni che arrivano dai mercati per poter indirizzare di conseguenza la società. Si tratta però di un ruolo frequentemente equivocato, che rischia di porre questi accademici in una torre d’avorio dalla quale è sempre più difficile entrare in contatto con la realtà che sono chiamati ad esaminare. Come mostra l’esperienza empirica e anche quella accademica (si veda ad esempio questo recente paper pubblicato dalla Bank of England), di per sé l’economia si è storicamente sviluppata in modo insulare rispetto ad altre scienze – sociali o naturali che siano –, strutturandosi come piuttosto impermeabile all’interdisciplinarietà. I modelli economici pullulano di agenti razionali che operano in mercati di concorrenza perfetta, i cui meccanismi lasciati a loro stessi sarebbero in grado di condurre il mercato a un equilibrio ottimale. L’esperienza insegna che così non è, e la capacità di gettare ponti che possano unire l’economia ad altri campi di ricerca scientifica risulta oggi indispensabile per arricchire la “cassetta degli attrezzi” dell’economista – e del decisore pubblico –, chiamato a interloquire con l’esigenza di disegnare uno sviluppo sostenibile che sappia districarsi tra i vincoli imposti contemporaneamente da ambiente, società, economia.

Si tratta di un ruolo che all’Università di Ferrara e al suo dipartimento di Economia e management prendono da tempo molto sul serio, come mostrano ad esempio i progressi conseguiti in sei anni di vita del Seeds – il Centro di ricerca interuniversitario Sustainability, environmental economics and dynamics studies, alle cui ricerche abbiamo spesso dedicato spazio su queste pagine. E non a caso il dipartimento dell’Unife ha recentemente elaborato un tema definito di «importanza fondamentale», ovvero proprio la valutazione della ricerca, mettendo in chiaro che ha «impatti significativi di breve e di lungo termine su una molteplicità di aspetti, tutti ugualmente importanti: sul modo in cui i giovani ricercatori vengono selezionati e formati, sull’orientamento dei comportamenti individuali e collettivi in termini di contenuti e metodologie di ricerca, sulla distribuzione delle risorse e sulla identificazione delle nuove posizioni, sulla capacità di dialogo interdisciplinare, di progettazione scientifica internazionale, di reperimento risorse sia livello locale, che nazionale ed internazionale, etc».

«La valutazione della ricerca – argomentano dal dipartimento di Economia dell’Università di Ferrara – dovrebbe essere uno strumento da utilizzarsi non solo e non tanto per la formulazione giudizi di quanto avvenuto in passato, ma ancor più per l’orientamento dei comportamenti individuali e delle azioni collettive per il futuro». Durante l’assemblea del dipartimento sono dunque «emerse posizioni fortemente critiche rispetto all’attuale sistema di Valutazione della Ricerca attuato dall’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, ndr), riguardanti sia l’approccio generale, sia le specifiche metodologie e tecniche utilizzate». Per migliorarle e/o superarle dove possibile, il dipartimento – con un documento approvato a maggioranza dal dipartimento di Economia dell’Unife – si è dato cinque linee d’intervento, allo scopo di incentivare una ricerca genuinamente di qualità e volta a un progresso collettivo piuttosto che a soddisfare l’ego del ricercatore di turno. Una riflessione che sarebbe utile ampliare anche al resto del consesso accademico italiano.