«Segnali inequivocabili di apprezzamento al nostro progetto. C’è una ripartenza, abbiamo il dovere di provarci»

Rimateria, ora si accelera. Caramassi: «Riciclo e smaltimento in sicurezza sono la soluzione, non il problema»

Il presidente: «Sui rifiuti è ora di rovesciare la frittata. Rispetto agli urbani, quelli delle industrie sono decine di volte superiori»

[4 novembre 2015]

valerio caramassi asiu tap rimateria

Presidente, dopo molti annunci finalmente il passaggio a Sei Toscana dei servizi di igiene urbana (tra cui raccolta dei rifiuti urbani e spazzamento) in Val di Cornia, dal primo di novembre, è un fatto. E ora?

«Sì, il primo step del mandato di questo Cda si è concluso nei tempi stabiliti. Quando ci siamo insediati avevamo detto che l’obiettivo era di concludere entro la fine dell’anno. E così abbiamo fatto. Ora ci possiamo concentrare sul progetto Rimateria».

Ovvero, con quali strategie?

«Ovvero, dal punto di vista organizzativo e societario si tratta di traghettare prima possibile ciò che rimane di Asiu in Rimateria. Le strategie rimangono quelle originarie che nel tempo (ormai 17 anni) non sono riuscite a decollare: riciclo dei materiali riciclabili e smaltimento in condizioni di sicurezza di ciò che non è riciclabile».

Di che materiali si parla, e in quali quantità?

«Si parla di tutti quei materiali esitati dai processi di produzione delle industrie locali. Vi sono innumerevoli tipologie: scorie, loppe, Paf (Polveri di abbattimento fumi), amianto, materiali da demolizione, refrattari, ecc… Complessivamente, milioni di tonnellate di materiali. Per comprendere meglio le dimensioni del problema, si pensi che tutti i rifiuti urbani prodotti dai sei comuni serviti da Asiu ammontano a circa 50.000 tonnellate/anno».

Nonostante le dimensioni si tratta di materiali che, sistematicamente, vengono però ignorati nel dibattito pubblico. Come spiega questo strabismo percettivo?

«È un classico pluridecennale di questo Paese, non solo della Val di Cornia. Con una battuta potrei dire “occhio non vuol vedere perché cuore non vuol dolere”. Ma in questo modo si salva il cuore dai dolori, ma non l’ambiente. Prova ne sia il documento del Ministero dell’ambiente che ha censito le bonifiche da fare nel SIN (sito di interesse nazionale) di Piombino. Ma anche senza scomodare questo, prova ne sia il “turismo dei rifiuti” che aumenta costi e impatti in barba al principio di prossimità».

Come se ne esce?

«Mah! La proiezione mediatica del problema è esclusivamente e mono-maniacalmente concentrata sui rifiuti urbani. E anche il riciclo – oltre a essere usato incredibilmente come sinonimo di raccolta differenziata – è esclusivamente riferito ai rifiuti urbani mentre sarebbero disponibili materiali di derivazione industriale che si insiste a ignorare, per dissipare materia vergine e capitale naturale».

Eppure, anche visivamente, nella Val di Cornia questo tema è ben presente da anni.

«Sì! L’idea della Tap (ora Rimateria, ndr) nasce alla fine degli anni ’90, dopo un viaggio nell’area industriale tecnologicamente avanzata della Rhur. Tuttavia quell’idea è rimasta sostanzialmente ferma. Anche perché rimasta circoscritta alla produzione di conglomix (una sorta di misto cementato derivato dall’utilizzo di scorie), mentre invece guardava a ben altro e ben oltre».

Ovvero?

«Per dirla con un’altra battuta si è preferito “mangiare” colline per farne crescere altre. Il tutto a distanza di una decina di chilometri. E si è preferito ignorare il principio di legge della prossimità per esportare fatturato e posti di lavoro».

Ma ciò che si cava dalle colline è tutto sostituibile con i materiali esitati dai processi produttivi? E i materiali esitati dai processi produttivi sono tutti riciclabili?

«La risposta è un doppio no. Ovvero, i materiali cavati e destinati alle industrie (acciaierie, Solvay, Saint Gobain, ecc) non sono sostituibili con materiali riciclati, ma quelli destinati alle infrastrutture (strade, porti, ecc) certamente sì. E ancora, e sempre per esempio: scorie, loppe, refrattari, ecc sono riciclabili e destinabili, in varie forme e con vari trattamenti, alle opere infrastrutturali mentre invece, Paf, amianto, e altre tipologie di rifiuti non riciclabili vanno trattati e smaltiti in condizioni di sicurezza».

Secondo il presidente delle Cave di Campiglia, che ha già aperto al progetto Rimateria, il 95% dei materiali delle cave non ha le caratteristiche per essere sostituito con materiali riciclati. Condivide la valutazione?

«Prendo atto dell’interesse del presidente di Cave di Campiglia che non è, peraltro, il solo soggetto interessato su quel fronte. In un rapporto di partnership non sarà difficile entrare nel merito della contabilità dei flussi di materia e stabilire cosa può essere sostituito e cosa no».

Qual è l’ammontare di materia prima vergine che Rimateria potrebbe permettere di risparmiare, una volta operativa?

«Quasi tutto ciò che è utilizzato in infrastrutture è sostituibile con materiale riciclato. Sono centinaia di migliaia di tonnellate».

Nel mentre, con l’altoforno dell’ex-Lucchini fermo, nell’area la produzione di una parte consistente di questi rifiuti è cessata.

«Sì, ma oltre al fatto che industria, a Piombino, è anche Magona, Tenaris e altre attività produttive e di servizio, c’è un pregresso di enormi proporzioni e un futuro annunciato che parla comunque e anche di produzione di acciaio (e dunque di rifiuti riciclabili e da smaltire)».

Ma il progetto Rimateria come può decollare senza il coinvolgimento dei soggetti produttori e potenzialmente utilizzatori, ovvero Cevital, Aferpi, Sales, Cave di Campiglia, Autorità portuale, ecc?

«Noi proponiamo un ragionamento basato su un bilancio ambientale e un bilancio economico. Mettiamo in campo una offerta di servizi di riciclo e di smaltimento in sicurezza basati sul principio (di legge) di prossimità che sottende quelli di sostenibilità economica e di sostenibilità ambientale. Tradotto: con noi si risparmiano le emissioni e i costi di trasporto».

E dunque potete fare a meno di un coinvolgimento di quei soggetti?

«Noi ci preoccupiamo di offrire soluzioni ambientali a prezzi competitivi, realizzando al contempo qualche decina di posti di lavoro. La proprietà di Rimateria è caratterizzata dalla componente pubblica che ha in mano il governo del territorio. Il territorio e quei soggetti non possono fare a meno di questi servizi: un rapporto positivo e sinergico (win-win) dovrebbe imporsi inerzialmente».

Quindi il progetto Rimateria potrà avere anche un impatto occupazionale positivo, per la Val di Cornia?

«Ripeto che il nostro progetto risponde (oltre agli obblighi di leggi e piani) ai principi di sostenibilità ambientale, economica e sociale-occupazionale».

Ma perché ciò che non è stato possibile nel passato dovrebbe ora essere inerziale?

«Ecco la domanda delle domande… a ciò ho un’unica risposta: la mia nomina dovrebbe indicare che la situazione complessiva è matura. Il ministero dell’Ambiente con il suo sottosegretario Velo, la Regione, la Provincia e i comuni tutti (oltre alle banche) hanno dato segnali inequivocabili di attenzione e apprezzamento al nostro progetto. C’è una ripartenza. Abbiamo il dovere di provarci».

Quali sono dunque i prossimi passi da compiersi per proseguire su questa strada, e con quali tempi si aspetta che possano concretizzarsi?

«Autorizzazione e decollo del Piano di riqualificazione paesaggistica delle attuali aree a discarica; conferimento di ciò che rimane di Asiu (dopo il passaggio degli “urbani” a Sei Toscana) in Rimateria; implementazione di know how e autorizzazioni attraverso la vendita di quote societarie; redazione di un Piano industriale totalmente orientato all’offerta di servizi necessari all’area industriale. Il tutto dovrebbe compiersi entro il prossimo anno».