Si tratta di un impianto utile al territorio? Se no, quali sono le alternative?

Termovalorizzatore di Scarlino, il punto dopo dieci anni di guerra legale

Dall'azienda spiegano che «anche il ministero dell’Ambiente ha ribadito che l’inceneritore è a norma e che non ci sono evidenze, sull’impatto di natura ambientale e sanitaria, che ne possono impedire il riavvio»

[29 ottobre 2018]

A quasi undici anni dalla prima autorizzazione a operare firmata – nel gennaio 2008 – a favore del termovalorizzatore di Scarlino, il destino dell’impianto sviluppatosi negli anni per bruciare rifiuti non pericolosi con alto potere calorifico, provenienti dalla selezione e trattamento di rifiuti urbani, continua a tenere banco. Nato negli anni ’50 per la lavorazione della pirite estratta nelle vicine colline metallifere, l’impianto nel corso degli anni ha mantenuto l’originaria allocazione all’interno della storica area industriale, ma ha cambiato completamente volto: l’impianto originario acquistato da Syndial (gruppo Eni) è stato infatti  oggetto di due importanti e fondamentali revamping, il primo nel 2007 per investimenti pari a 27 milioni di euro e il secondo nel 2013 e 2014 per oltre 8 milioni di euro.

Ma nonostante il termovalorizzatore abbia ottenuto nuovamente l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) da parte della Regione Toscana – precedentemente era stato l’ente allora competente, ovvero la Provincia di Grosseto, a concedere per tre volte l’autorizzazione all’esercizio – ancora oggi l’impianto resta bloccato tra la contrarietà di comitati e politici locali, in una battaglia combattuta a suon di ricorsi legali. «Questo non è più tollerabile – ha sbottato nei giorni scorsi il presidente del cda di Scarlino energia, Moreno Periccioli – e vogliamo rivendicare il nostro diritto all’onorabilità, all’esercizio d’impresa e vogliamo richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità». Ma a che punto è la situazione?

Di fatto Scarlino energia si sta impegnando, dal punto di vista economico e tecnologico, per rispettare le prescrizioni previste dall’ultima Aia ed essere pronti quanto prima con il riavvio dell’impianto. Secondo i dati aggiornati forniti dall’impresa (disponibili in allegato, ndr), la «montagna di atti normativi, studi e relazioni tecniche, pareri, perizie che riguardano il nostro impianto ha superato le 15.000 pagine di documenti depositati nei vari procedimenti in corso. Fortunatamente proprio la settimana scorsa (il 12 ottobre, ndr) anche il ministero dell’Ambiente, attraverso il sottosegretario Micillo rispondendo alla Camera dei Deputati ad un’interrogazione parlamentare, ha ribadito che l’inceneritore è a norma e che non ci sono evidenze, sull’impatto di natura ambientale e sanitaria, che ne possono impedire il riavvio».

Detto questo, un impianto del genere potrebbe essere di una qualche utilità per il territorio? Prima di affrontare il tema potrebbe essere utile notare che, all’interno del 25esimo rapporto Ecosistema urbano – pubblicato oggi da Legambiente con la consueta collaborazione scientifica di Ambiente Italia e quella editoriale de Il Sole 24 Ore – Grosseto risulta in 79esima posizione su 104 capoluoghi di provincia italiani per quanto riguarda le performance ambientali prese in esame. Si tratta di una classifica parziale, dove come scrive il Sole «il parametro di gran lunga più importante fra i 17 che determinano la classifica generale» è quello della raccolta differenziata dei rifiuti. Ma i rifiuti non è importante soltanto differenziarli: la raccolta differenziata è un utile strumento per avviare i materiali raccolti a riciclo, e termovalorizzare o smaltire in discarica i rifiuti non riciclabili. I rifiuti non vanno dunque soltanto separati – di più e meglio di quanto oggi non si faccia in Italia –, ma anche e soprattutto gestiti.

Da questo punto di vista, osservando i capoluoghi di provincia italiani, emerge che «solo 19 – riporta ancora il Sole – riescono a smaltire interamente o quasi la propria spazzatura entro l’ambito provinciale». Un dato che allargato a contesti regionali anziché provinciali, pure in territori storicamente rivolti allo sviluppo sostenibile come quello toscano, mantengono un’ampia criticità. È in questa drammatica carenza impiantistica, che alimenta discariche e roghi illegali, oltre che diseconomie per cittadini e imprese, che occorre contestualizzare il termovalorizzatore di Scarlino: sono 156.812 tonn/anno i rifiuti che potrebbe bruciare, in grado di generare 147.204 MWh/anno di energia (equivalenti al fabbisogno energetico annuo di oltre 50.000 utenze domestiche) e dando al contempo lavoro a 60 lavoratori diretti e altrettanti indiretti.

Si tratta di una proposta impiantistica dunque, di certo non l’unica ma concreta e autorizzata ad operare. Dall’azienda fanno notare che alla guerra di carte bollate non è mai seguita «nessuna proposta alternativa concretamente realizzabile per lo smaltimento della frazione indifferenziata dei rifiuti urbani», ed è proprio questo il punto che meriterebbe più attenzione: che fare? «Ci auguriamo – concludono da Scarlino energia – che di questi temi si possa tornare a parlare senza tifoserie e pregiudizi, anche e soprattutto con le istituzioni del territorio, con il solo obiettivo di dare una soluzione concreta e sostenibile a problemi complessi, che riguardano la vita di cittadini e imprese».