Polizia e forze armate chiamate a sorvegliare la spazzatura

Terra dei fuochi, in assenza di impianti industriali il Governo militarizza il problema rifiuti

Il Paese ne produce 165,2 milioni di tonnellate l’anno, che non sappiamo dove gestire (legalmente)

[20 novembre 2018]

Un nuovo Protocollo d’intesa si erge da ieri a difesa della Terra dei fuochi, quell’ampia fetta di Campania martoriata dai roghi illegali di rifiuti che periodicamente torna al centro dell’agenda politica – in genere con effetti assai modesti sulla concreta gestione del problema. Per l’occasione ben 7 ministri (Ambiente, Interno, Sviluppo economico, Difesa, Salute, Giustizia, Sud) si sono diretti a Caserta per la foto di rito e la firma del documento, che segna un punto a favore del M5S nella polemica innescata dal vicepremier Salvini sui termovalorizzatori. Il Protocollo d’intesa non ne prevede per fronteggiare l’eterna emergenza rifiuti, che la Terra dei fuochi campana subisce con maggiore violenza rispetto a tanti altri territori; il problema è che non prevede nessun tipo d’impianto industriale necessario a gestire il ciclo integrato dei rifiuti secondo i principi di sostenibilità e prossimità.

Quanto stabilito ieri a Caserta punta al contrario su una militarizzazione coatta del problema: il “Piano d’azione per il contrasto dei roghi di rifiuti” prevede infatti tre ambiti d’intervento, il più sostanzioso dei quali riguarda il “presidio e controllo del territorio”. Il che si traduce in una mirata attività di controllo e vigilanza sia presso i siti di stoccaggio di rifiuti reputati sensibili, sia nelle zone interessate da fenomeni di sversamento o incendio di rifiuti. Allo scopo potranno essere mobilitate forze di polizia e polizia locale, forze armate, apposite task force.

Il fatto che tra rifiuti urbani e speciali l’Italia produca spazzatura per 165,2 milioni di tonnellate/anno (dati Ispra 2016), una quota che è tornata a crescere insieme alla debole ripresa del Pil nazionale, non sembra essere oggetto d’interesse. Eppure si tratta di rifiuti che non sappiamo dove gestire; da qualche parte debbono pur finire, lasciando così spazi di mercato alla malavita.

Come ricordano le imprese di settore unite in Assoambiente, su alcuni flussi di rifiuti siamo letteralmente «all’emergenza: fanghi di depurazione, amianto, rifiuti pericolosi. Esportiamo circa 3 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, di cui 1 milione di rifiuti pericolosi, e circa 0,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani: un fenomeno in crescita, una assurdità ambientale ed economica». Per raggiungere gli «ambiziosi obiettivi europei (65% di riciclaggio, 10% discarica e 25% recupero energetico), servono impianti di recupero (di materia e di energia)» e di «smaltimento finale, capaci di gestire i rifiuti che non possono essere avviati a recupero e gli scarti generati dal processo di riciclo. Per realizzare gli impianti necessari occorre una legislazione stabile, efficace e semplice, tempi di autorizzazione rapidi, sistema di controlli uniforme, moderno e tempestivo». Ovvero, tutto ciò che è mancato ieri a Caserta.

«Se si vuole davvero aiutare la Campania – confermano il presidente nazionale di Legambiente e quella di Legambiente Campania, rispettivamente Stefano Ciafani e Maria Teresa Imparato – è ora di passare dalle parole ai fatti attraverso uno sforzo straordinario e comune, smettendola con i teatrini politici. Le azioni previste dal protocollo firmato a Caserta, come ad esempio la militarizzazione dei siti di stoccaggio o l’utilizzo dei droni, non sono sufficienti. Per altro si tratta di misure non nuove, già adottate in precedenza come nel caso del presidio militare al centro, in passato, di roventi polemiche».

Una classe politica capace di mediare il conflitto, anziché di fomentarlo, potrebbe al contrario affrontare il problema a partire dai numeri, da quelli dei rifiuti prodotti e da quelli che non trovano allocazione, per poi individuare gli impianti necessari a chiudere il ciclo (termovalorizzatori compresi): quali impianti? Dove? Per quanti rifiuti? Domande che rimangono ancora senza risposta.

Si assecondano invece gli umori dell’elettorato, parlando di “cancrovalorizzatori” o sponsorizzando la realizzazione di un inceneritore per Provincia a seconda dei casi, oppure citando il “modello Treviso” per la gestione dei rifiuti facendo finta di non sapere che anche quel modello ha trattato nel solo 2017 24.317 tonnellate di rifiuto secco non riciclabile indirizzandolo in un impianto finalizzato alla produzione di Css (Combustibile solido secondario), che alimenta cementifici, acciaierie, centrali termoelettriche, termovalorizzatori. Al contrario rimangono sullo sfondo i dati scientifici sull’impatto sanitario dei termovalorizzatori (tra i più recenti quello condotto dal progetto Moniter in Emilia Romagna e quello del Cnr a Pisa), che restituiscono un quadro coerente con la realtà anziché inutili allarmismi.

Un teatrino che non poteva che produrre il risultato andato in scena ieri a Caserta: l’esercito chiamato a sorvegliare la spazzatura, in mancanza della volontà politica necessaria ad affrontare davvero il problema.