Terre rare: il Wto boccia le restrizioni cinesi alle esportazioni e dà ragione a Ue e Giappone

[26 marzo 2014]

Oggi la World Trade Organisation (Wto) ha confermato che i dazi e il contingentamento messi dalla Cina sulle terre rare ed altre due materie prime, tungsteno e molibdeno, sono incompatibili con gli obblighi derivanti dall’adesione alla stessa Wto. Il rapporto pubblicato oggi conclude i lavori del dispute settlement panel della Wto sulle terre rare e dovrebbe mettere fine alle denunce contro la Cina avviate da Unione europea  e Giappone nel marzo 2012.

Come spiega in un comunicato che gronda soddisfazione l’Unione europea, «Le terre rare sono 17 elementi chimici della tavola periodica, in particolare 15 lantanidi (lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tullio, itterbio, Lutezio), così come scandio ed ittrio. Le terre rare sono utilizzate in quasi tutte le applicazioni ad alta tecnologia che usiamo nella nostra vita quotidiana: computer, macchine fotografiche, telefoni, televisori, lampadine a basso consumo energetico, ecc. Anche per almeno un migliaio di parti delle automobili si utilizzano le terre rare. Più specificamente, le terre rare sono utilizzate per produrre magneti altamente efficienti, leghe metalliche, fosfori, materiale ottico, batterie, ceramiche e polveri abrasive speciali. Questi sono, a loro volta, componenti chiave in molti prodotti, come le turbine eoliche, prodotti ad alta efficienza energetica, schermi piatti e display (LED, LCD, plasma), hard disk, le lenti delle fotocamere, applicazioni per il  vetro, batterie industriali ed acqua o attrezzature per il trattamento medico, per citarne solo alcuni».

Il problema è che attualmente, con oltre il 90% della produzione mondiale, la Cina ha il  monopolio nella fornitura di terre rare, il che rappresenta anche un enorme problema ambientale. Anche tungsteno e molibdeno  sono anche materiali essenziali per l’industria  e la Cina è di gran lunga il più grande produttore di tungsteno del mondo con circa il 90% della produzione globale, e il principale produttore di molibdeno, con il 36% della produzione mondiale.

L’Unione europea sostiene che Le restrizioni della Cina alle esportazioni di materie prime hanno un impatto globale e interessano una quota significativa del commercio, l’occupazione e la produzione dell’Ue. Limitano la disponibilità dei componenti per l’industria europea e ne fanno aumentare il prezzo. Le restrizioni delle esportazioni cinesi offrono un vantaggio competitivo alle industrie cinesi che beneficiano dell’input  dei prezzi più bassi. In alcuni casi, l’acquirente non cinese deve comprare le materie prime ad un prezzo che è più che doppio rispetto a quello pagato da una ditta cinese. In alcuni casi, le materie prime in questione possono ammontare a una quota considerevole del costo totale di produzione. Le terre rare rappresentano per esempio, più del 50% del costo per le componenti delle turbine eoliche e un 50% al 60% per un display LCD. Pertanto, la differenza di prezzo può portare uno svantaggio competitivo determinante per i produttori di componenti ‘fuori della Cina. Per gli altri prodotti finali, come i telefoni cellulari, l’impatto sul prezzo sarebbe di  soltanto di parecchi euro per articolo».  L’Ue dice che anche per i componenti per i quali  esistono sostituti validi alle terre rare il prodotto finale alla risulta più costoso.

Le importazioni Ue  di materie prime cinesi coinvolte nel caso portato davanti alla Wto valgono 460 milioni di euro all’anno ma la loro importanza economica va ben oltre questa cifra. L’Unione europea importa solo una quantità relativamente limitata di terre rare direttamente dalla Cina. Una quota significativamente più elevata delle importazioni in Europa arriva da altri Paesi sotto forma di prodotti già elaborati. «Ad esempio – spiega ancora la Commissione Ue –  nel 2012 il commercio totale dell’Ue di  hard disk, che contengono mini-magneti a base di terre rare, valeva 7,5 miliardi di euro. Il valore degli scambi nell’Ue di lenti delle fotocamere, che contengono terre rare e la cui superficie deve essere lucidata con polveri lucidanti a base di terre rare, e pari a un miliardo di euro».

Nel 2012, la Cina aveva alla Wto un primo caso sulle sue quote di esportazione e dazi imposti sulle altre materie prime. Le misure bocciate nella prima controversia erano molto simili a quelli sentenza odierna ma la Cina dicevba che si trattava di cose completamente diverse perché le misure sulle terre rare sono legate alla politica globale di conservazione delle risorse nazionali che ha messo in atto. Ma il panel s della Wto ha rilevato che la Cina «Non può invocare la sua politica di salvaguardia per giustificare restrizioni alle esportazioni se ne limita le forniture solo agli utenti stranieri e non per la sua industria nazionale».

Il problema, come riconosce la stessa Ue, è che la sentenza e le norme della Wto, in generale, non vietano di regolamentare o limitare le attività minerarie, non influenzano né il diritto di un Paese a perseguire la sua conservazione delle sue risorse o gli obiettivi di tutela ambientale. Ma a Bruxelles dicono che »Come membro della Wto, la Cina dovrebbe comunque astenersi da fare discriminazioni contro gli utenti stranieri delle risorse. Contrariamente a questi principi, la Cina k ha posto l’onere principale dei suoi presunti obiettivi di salvaguarda sui produttori esteri limitando il loro accesso ad input produttivi fondamentali, garantendo sufficienti forniture a prezzi inferiori alla sua industria nazionale. Il panel ha concluso chiaramente che il diritto sovrano sulle risorse naturali di un Paese non permette di controllare i mercati internazionali e la ripartizione delle materie prime tra gli utilizzatori stranieri e nazionali».

La Cina aveva reagito alla prima decisione della Wto  aumentando i dazi sull’esportazione e le quote delle terre e metalli rari. Intanto però diminuiva quelli su altre materie prime. La Commissione Ue fa un altro esempoio:  «Poco dopo la rimozione dei dazi all’esportazione, i prezzi cinesi  per l’esportazione di coke – un input importante per l’industria siderurgica –  sono significativamente diminuiti  dal livello di 470 dollari per tonnellata a 300 dollari per tonnellata.  I prezzi cinesi rimangono ancora elevati rispetto ad altre fonti, ma all’eliminazione della tassa all’esportazione in Cina hanno contribuito anche i prezzi all’esportazione più bassi praticati da altri Paesi».

La Cina risponde che non si capisce perché con solo un terzo dei giacimenti di terre rare dovrebbe garantire più del 90% del mercato, ma  aderendo alla Wto si è impegnata ad astenersi dall’imporre dazi all’esportazione tranne che per 84 linee tariffarie specifiche. Oggi, applica ancora dazi all’esportazione su 346 linee tariffarie, nonché quote di esportazione e regimi per le licenze su molti prodotti.

La Commissione Ue conclude: «L’esito di questo caso obbliga la Cina a rendere le sue misure conformi alla sentenza. Questo però vale solo, per le materie prime prese in considerazione in questo caso. Tuttavia, l’Ue auspica che, alla luce delle ripetute conclusioni dei panel della Wto,  la Cina riveda più in generale la sua politica di restrizione all’esportazione».