Irpet e Unioncamere pubblicano il rapporto su economia e mercato del lavoro

Toscana, export da record ma pochi investimenti: la cura si chiama redistribuzione

Rossi: «Con 500 milioni di euro in più potremo creare 50mila posti di lavoro»

[3 luglio 2015]

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Per l’economia toscana il 2015 potrebbe rappresentare la fine di un incubo, ma per la sveglia ci sarà da aspettare ancora. Rimane ambivalente il messaggio lanciato da Irpet e Unioncamere durante la presentazione, oggi a Firenze, del rapporto su economia e mercato del lavoro in Toscana: se la Regione sta meglio del Paese nel suo complesso, in buona parte è grazie alla performance delle esportazioni (che dal 2008 sono cresciute a tassi maggiori di quelli tedeschi). Di contro, chi non esporta è rimasto fuori dai giochi, e una ripresa sensibile dell’occupazione non può basarsi su basi tanto fragili.

Con il 2014 – si legge infatti nella presentazione del rapporto – sembra essersi arrestata la seconda fase recessiva del cosiddetto “double dip” iniziato a fine 2008, ma non si può ancora parlare di ripresa. La Toscana del 2014 è stata a crescita del Pil pari a zero (contro un -0,4% nazionale), le esportazioni hanno raggiunto un +4,4% e la dinamica dei consumi interni si è dimostrata leggermente positiva (+0,7%), ma gli investimenti sono scivolati di un ulteriore -3%, come negativa è stata anche la produzione di beni e servizi (-1,3%). In questo altalenante quadro economico, la dinamica dell’occupazione – l’elemento oggi più importante – induce a un timidissimo ottimismo: nel corso del 2014 l’emorragia si è fermata (con un saldo “positivo” di 520 occupati in più rispetto all’anno precedente), e nel primo trimestre 2015 il saldo tra assunzioni e cessazioni dei rapporti di lavoro dipendente si è fermato a quota 33mila unità, 3mila in più rispetto all’anno scorso.

Guardando al futuro, in base alle stime proposte nel rapporto il Pil toscano dovrebbe crescere del +1,2% nel 2015 e del +1% nel 2016, grazie ancora soprattutto al traino della domanda estera: in tal senso, l’euro debole sarà una marcia in più. Basteranno questi numeri a risollevare il numero dei posti di lavoro, e a rafforzare la sostenibilità ambientale, sociale ed economica del tessuto economico regionale? La risposta, ancora una volta, purtroppo è no.

Il rinnovato governo regionale pare aver chiaro qual è la leva mancante: quella degli investimenti, privati e pubblici. «Se permangono le regole attuali del fiscal compact, si confermerebbe anche nei prossimi anni un modello di sviluppo tipicamente export-led – si legge nel programma di questa X legislatura toscana – un modello però instabile perché non adeguatamente assistito da una crescita delle altre componenti autonome della domanda: la spesa pubblica per i noti vincoli del bilancio pubblico, gli investimenti per la persistenza di aspettative ancora non particolarmente brillanti».

Il rischio dichiarato è che, senza porre rimedi, il massimo a cui si possa aspirare è una jobless recovery, una ripresa senza posti di lavoro. Gli investimenti persi a causa della crisi, in Toscana, sono stimati in ben 45 miliardi di euro (su 600 in Italia), e senza risalire questa china è difficile immaginare una via per una ripresa robusta e sostenibile. Da una parte però il fiscal compact impedisce di fatto politiche espansive da parte del settore pubblico, mentre molti fattori – dalla stretta creditizia alla mancanza di sbocchi di mercato adeguati che non siano all’estero – frenano la disponibilità degli investimenti privati. E pensare che gli effetti di investimenti calibrati sarebbero dirompenti: «Se realizzeremo 500 milioni di euro in più d’investimenti per 5 anni – ha dichiarato oggi su Twitter il presidente Enrico Rossi – potremo creare 50mila posti di lavoro in più entro il 2020».

Il nostro, però, fortunatamente non è ancora un Paese povero. La ricchezza mobiliare della famiglie italiane sfiora la stratosferica cifra di 4mila miliardi di euro, e la Toscana rientra ovviamente nella torta. Il problema è che, se tale ricchezza non viene tramutata in investimenti o consumi, è anche perché si trova concentrata in un numero davvero esiguo di mani: il 50% di questa ricchezza appartiene al 10% degli italiani.

Ecco perché il programma di governo regionale promette di portare avanti «politiche redistributive di varia natura», in modo da «far crescere la propensione al consumo», che è più alta tra i più poveri. Interventi di questo tipo si legano assieme alla volontà di ridurre la «dipendenza dall’estero», facendo leva in particolare sulla riduzione della dipendenza energetica grazie all’adozione «di linee di intervento per la produzione di energie alternative, ma soprattutto per favorire il risparmio energetico». Per arrivare a parlare di energia, e non solo di materia, occorre sfogliare il programma fino alle ultimissime pagine; appare comunque positivo leggervi che la Toscana ha in obiettivo di attivare «filiere industriali del riciclo dei rifiuti speciali (es. cartari, siderurgici, agronomici, chimici, da depurazione) e per la produzione di materie prime seconde (es. plastiche eterogenee da imballaggi, inerti da demolizione, ecc.)». Ridurre la «dipendenza dall’estero» significa infatti non solo intervenire sull’energia, ma anche la materia: strategia che sarebbero un toccasana sia per l’economia regionale e la sua sostenibilità, sia per l’equità delle sue ricadute. All’intelligenza dell’analisi dovrà però ora seguire il coraggio della politica.