È tregua nella guerra del fotovoltaico, alla Cina piace il nuovo accordo con l’Unione europea

Ifi va giù duro: «Da oggi, ogni Paese “forte” saprà che c’è un'Europa negozialmente più debole»

[29 luglio 2013]

Dopo il commissario europeo al Commercio, Karel De Gucht, anche la Camera di commercio cinese per l’importazione e l’importazione di macchinari e prodotti elettronici ha annunciato di aver raggiunto un accordo per risolvere la lite commerciale sul fotovoltaico e i relativi pannelli, affermando che «Un totale di 95 imprese cinesi hanno partecipato ai negoziati sui prezzi con l’Ue.

L’agenzia ufficiale cinese Xinhua spiega che «I dettagli dei termini di questo accordo potranno essere resi pubblici solo dopo la sua adozione da parte della Commissione europea», ma poi cita «Fonti che conoscono il dossier» che affermano come «I negoziatori cinesi avrebbero raggiunto con la parte europea un consenso preliminare che fissa il prezzo di un modulo solare a 0,57 euro/watt in un periodo di due anni».

All’inizio di luglio la Cina aveva proposto all’Ue  un prezzo di esportazione di almeno 0,5 euro/watt, ma l’Europa voleva che si arrivasse a 0,65 euro/watt.

Shen Danyang, portavoce del  ministero del Commercio cinese, sembra molto soddisfatto: «La conclusione positiva e costruttiva dei nostri negoziati dimostra pienamente, da entrambe le parti, un’attitudine pragmatica e flessibile, e una saggezza nel regolare le differenze. La Cina è anche pronta a promuovere maggiormente gli scambi e la cooperazione con la parte europea nel settore dell’industria fotovoltaica. La soluzione apportata a queste differenze commerciali  permette di promuovere una relazione economica e commerciale franca, cooperativa e durevole tra la Cina e l’Ue».

Sembra quindi finita la guerra commerciale avviata dall’Ue il 4 giugno, quando la Commissione europea decise di imporre tasse provvisorie anti-dumping sulle importazioni di Pannelli, cellule ed altro materiale fotovoltaico proveniente dalla Cina.  Una tassa che a partire dal 6 giugno era dell’11,8% e che sarebbe dovuta salire al 47,6%  dopo il 6 agosto, se i negoziati fossero falliti.

La decisione di Bruxelles aveva scatenato un acceso dibattito tra i contrari – che temevano forti ripercussioni sul mercato dei pannelli solari –  ed i favorevoli (che volevano dare una lezione ai cinesi, accusati di finanziare la produzione dei pannelli e di fare così concorrenza sleale ai produttori europei). La proposta della Commissione ha spaccato il Consiglio europeo: 18 Paesi avrebbero votato contro, ma si è deciso di andare avanti lo stesso.

Karel De Gucht ha spiegato che «Dopo settimane di intense discussioni, posso dire che sono soddisfatto dell’offerta da parte degli esportatori di pannelli solari della Cina di un impegno per prezzi come previsti dalla legislazione di difesa commerciale dell’Ue. E’ la soluzione amichevole che l’Ue e la Cina cercavano. Siamo convinti  che questo impegno sui prezzi permetterà di stabilizzare il mercato europeo dei pannelli solari e di eliminare il pregiudizio che le pratiche di  dumping hanno causato all’industria europea. Abbiamo trovato una soluzione amichevole che si tradurrà in un nuovo equilibrio sul mercato europeo dei pannelli solari ad un livello dei prezzi sostenibile. Dopo le consultazioni del comitato consultivo, composto dagli Stati membri, ho intenzione di presentare questa offerta all’approvazione della Commissione europea».

Secondo una nota della Commissione Ue, «I termini del regolamento tengono conto delle circostanze particolari ed uniche del mercato dei pannelli solari, compresa la sua evoluzione nel corso degli ultimi anni. Punta a stabilire un equilibrio tra due elementi chiave: permette di eliminare il dumping pregiudizievole constatato e permette allo stesso tempio un approvvigionamento di pannelli solari stabile sul mercato dell’Ue».

La cosa non convince affatto il Comitato Industrie Fotovoltaiche Italiane (Ifi), l’associazione che riunisce circa il 90% dei produttori nazionali di celle e moduli fotovoltaici, secondo il quale la comunicazione dell’Ue «Non rappresenta una sorpresa, per quanto su numerosi punti andrebbe chiarito se il ruolo della Commissione, nell’accettare una negoziazione alternativa al provvedimento di dazi provvisori emesso dalla stessa Commissione lo scorso 5 giugno, non esuli dal ruolo eminentemente tecnico che la Commissione dovrebbe tenere nel condurre un’investigazione, piuttosto da una pressione politica di alcuni Paesi, tra i quali la Germania, interessati più a mettere a posto la propria posizione di bilancia commerciale nei confronti della Cina, piuttosto che difendere un principio sacrosanto del diritto, internazionale e comunitario».

L’Ifi, anche se non si conoscono ancora i termini dell’accordo, sottolinea che le imprese cinesi che hanno aderito rappresentano il 60% degli esportatori e ritiene «Perentorie, nella sua esecuzione, alcune delle affermazioni di De Gucht all’interno del proprio comunicato stampa. La prima: il prezzo minimo di importazione deve rimuovere il pregiudizio derivante dal dumping. Non si conosce l’importo del prezzo fissato, ma è chiaro che lo stesso non possa essere molto dissimile da quello già individuato dalla Commissione nel proprio regolamento esecutivo, che ha imposto dazi tra il 47% e il 67%. A questo va sommato inoltre un ulteriore importo che sarà dedotto dalle evidenze sulla parallela indagine anti- sovvenzioni illegali, in procinto di essere conclusa, nelle sue procedure preliminari. Non tenendo conto di questi due elementi sommati uno all’altro , nessun livello di pregiudizio può essere rimosso, per il presente e peri futuro. La seconda: l’Ue deve mantenere un controllo sull’accordo; negli ultimi mesi abbiamo raccolto evidenze delle più svariate pratiche elusive del dazio da parte dei cinesi, dalla contraffazione dei documenti di trasporto, alla possibilità di applicare prezzi inferiori (pagano dazio percentuale inferiore) cui far seguire fatture al cliente per somministrazione di servizi diversi, possibilità di emettere note di credito al cliente che andrebbero ad abbassare il prezzo minimo imposto dalla Commissione».

Secondo  il presidente dell’Ifi, Alessandro Cremonesi, «Il raggiungimento dell’accordo non è di per sé né un fatto positivo, né negativo. Deve conseguire un solo unico obiettivo: rimuovere il pregiudizio e il danno provocato dal dumping cinese. Ma deve anche rimuovere le cause che lo hanno generato, quali sussidi illegali alle imprese produttrici (ci risulta la Commissione abbia rilevato almeno una trentina di elementi che costituiscono sussidi legali alle imprese cinesi). La Commissione  per la prima volta nella sua storia è uscita dal proprio ruolo tecnico assegnatogli nella valutazione degli esiti dell’investigazione e si è fatta persuadere da spinte politiche di alcuni Paesi che ritenevano negative le conseguenze e le ritorsioni che la Cina avrebbe potuto mettere in atto e che, in alcuni casi, ha già avviato. Fare questo è stato forse l’errore più grande da parte della Commissione, perché ha creato un precedente scomodo per tutte le dispute di dumping relativi ad altri settori merceologici che seguiranno al fotovoltaico. Da oggi, ogni Paese “forte” che intenderà operare commercialmente in Europa saprà che c’è un Europa negozialmente più debole, che accetterà anche compromessi in aperta violazione delle proprie norme, principi, regolamenti».