Ue: in Italia poche tasse per casa e ambiente, troppe sul lavoro

Dall'Unione europea il rapporto 2015 sulle riforme fiscali negli Stati membri

[28 settembre 2015]

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Evasione, lavoro e casa: parlando di tasse, sono tre le macrocriticità individuate dall’Unione europea nel suo rapporto 2015 Riforme fiscali negli Stati membri dell’Ue, e chi più chi meno tutti gli Stati membri hanno presentato delle criticità in almeno uno di questi ambiti. All’Italia, con la sola compagnia della Repubblica Ceca, è toccato però il primato di vedersi presentare una “sfida politica” in tutti e tre gli ambiti. D’altronde anche il governo Renzi punta larga parte della propria credibilità politica nell’arena delle riforme fiscali, ma quanto perseguito dall’esecutivo nazionale è spesso agli antipodi dalle politiche che l’Unione europea suggerirebbe come utili e necessarie.

La nuova sfida del governo, come noto, è quella di eradicare le tasse sulla casa a partire da fine anno. Eppure, secondo le direzioni generali Affari economici e Fiscalità della Commissione europea che hanno redatto il rapporto, non è questa la strada giusta, per almeno due motivi. Intanto, le tasse sugli immobili hanno «effetti negativi veramente limitati sulla crescita rispetto alla tassazione del reddito» e dunque, in un contesto dove le risorse certo non abbondano, non ha senso concentrarsi sulla riduzione della prima piuttosto che sulla seconda. Inoltre, secondo i parametri europei, la casa è già “un bene «sotto tassato» rispetto ad altri investimenti”, come riconosce oggi anche il Sole 24 Ore.

A contraltare dell’impegno politico posto su una manovra fiscale inutile dal punto di vista della crescita, continua invece a rimanere assai modesto l’impegno per il recupero dell’evasione: guardando alla sola Iva, il gap medio europeo non arriva al 20% mentre nel nostro Paese veleggia attorno al 35%, una distanza abissale che drena risorse (ed equità) dai conti pubblici.

Ma non è solo questa una delle grandi lacune fiscali individuate dall’Ue nel sistema italiano. Altra partita fondamentale rimane quella delle tasse ambientali, e stavolta l’Italia è purtroppo in buona compagnia. Insieme alla nostra Penisola, anche Belgio, Bulgaria, Grecia, Francia, Lettonia, Lussemburgo, Ungheria, Malta, Polonia, Portogallo e Slovacchia (in tutto, circa un terzo degli Stati membri) dovrebbero affrontare impegnative sfide per la riforma del settore, in un impegno che ancora latita nonostante proprio da qui potrebbe partire un virtuoso percorso di innovazione industriale.

Come d’altronde sostiene da tempo anche l’economista ambientale Massimiliano Mazzanti dall’interno di Ecoquadro – il think tank della nostra redazione – la ratio di questo pezzo importante di politica economica «è semplice ma va ricordata. Si aumentano le tasse sulle risorse ambientali (CO2, emissioni, materiali, rifiuti, risorse) al fine di abbattere quelle sul lavoro, cioè il cuneo fiscale, che nessuno riesce a ridurre nonostante continui proclami. Vogliamo evitare l’aumento dell’Iva o addirittura ridurla? Si possono usare a compensazione elementi di tassazione ambientale – che parte da livelli ora nulli in Italia -, meno distorsiva e che genera potenzialmente riduzioni di inquinamento, cioè benefici pubblici. Vogliamo ridurre l’Irap? Idem, sottolineando spazi di gestione di riforme fiscali verdi da parte delle regioni, che hanno elevate competenze sulle risorse naturali».

Per abbattere il cuneo fiscale sul lavoro, che in Italia nel 2014 era al 48,2%, contro il 43,4% della media Ue, la strada passa dunque per una strategia doppiamente vincente, quella delle tasse verdi. Al governo italiano, però, tutto questo pare non interessare.