Un manifesto per salvare il pianeta Terra (e noi stessi)

L’Antropocene, l’Half-Earth, il post-capitalismo e il reddito universale di base

[7 giugno 2018]

Simon Lewis e Mark Maslin, dell’University College di Londra hanno appena pubblicato il libro The Human Planet: How we created the Anthropocene che mostra quale impatto abbiano avuto gli esseri umani  fin da quando hanno cominciato a dominare la Terra, fino ad arrivare all’Antropocene. Lewis e Maslin sostengono l’idea di una società post-capitalista nella quale ci sia l’Universal Basic Income (UBI), il reddito di base universale, che è qualcosa di diverso dal cosiddetto “reddito di cittadinanza” del quale si discute in Italia.

Ecco come  Lewis e Maslin presentano oggi il loro libro/manifesto su BBC News:

 

Gli impatti delle azioni umane sul nostro pianeta sono ora così grandi che molti scienziati stanno dichiarando una nuova fase della storia della Terra. Le vecchie forze della natura che hanno trasformato la Terra molti milioni di anni fa, inclusi meteoriti e mega-vulcani, sono state raggiunte da un’altra: noi. Siamo entrati in una nuova epoca geologica, chiamata Antropocene.

Come scienziati siamo d’accordo sul fatto che la società sia entrata in un nuovo pericoloso periodo. Ma cosa dobbiamo fare?

Nel nostro nuovo libro, The Human Planet, pubblicato giovedì, presentiamo una nuova visione di come gli esseri umani sono scesi dagli alberi dell’Africa per diventare una superpotenza geologica.

Sosteniamo che per evitare cambiamenti ambientali sempre più estesi che causerebbero  un collasso della società, dobbiamo riconoscere l’incredibile potere che possiede la società moderna e indirizzarla verso un nuovo tipo di società nel XXI secolo.

La nostra influenza è ancora più profonda di quanto molti di noi realizzino.

A livello globale, le attività umane spostano ogni anno più terreno, rocce e sedimenti rispetto a quanto trasportato da tutti gli altri processi naturali messi insieme.

La quantità totale di calcestruzzo prodotto dagli esseri umani è sufficiente a coprire l’intera superficie terrestre con uno strato di due millimetri di spessore. Le microplastiche si trovano in ogni oceano.

Abbiamo abbattuto metà degli alberi della Terra, perdendo tre trilioni, con l’estinzione che è diventata la normalità.

Le fabbriche e l’agricoltura rimuovono tanto l’azoto dall’atmosfera quanto tutti i processi naturali della Terra, e il clima sta cambiando rapidamente a causa delle emissioni di biossido di carbonio derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili.

Al di là di queste tristi statistiche, la domanda cruciale è: la mega-civilizzazione interconnessa di oggi, che consente a 7,5 miliardi di persone di condurre una vita fisicamente più sana e più lunga che in qualsiasi momento della nostra storia, continuerà a rafforzarsi? O continueremo a usare sempre più risorse finché la civiltà umana collasserà?

Per rispondere a tutto questo, reinterpretiamo la storia umana usando gli strumenti della scienza moderna, per fornire una visione più chiara del futuro.

Tracciando l’impatto ambientale sempre maggiore delle diverse società umane fin dalla nostra marcia fuori dall’Africa, abbiamo scoperto che ce ne sono solo cinque grandi tipi che si sono diffusi in tutto il mondo.

Le nostre originali società di cacciatori-raccoglitori furono seguite dalla rivoluzione agricola e da nuovi tipi di società che iniziarono circa 10.500 anni fa.

Il successivo spostamento fu il risultato della formazione della prima economia globale, dopo che gli europei arrivarono nelle Americhe nel 1492, che fu seguito alla fine del 1700 dalle nuove società dopo la rivoluzione industriale.

Il tipo finale è il modo di vivere capitalista dei consumatori ad alta produttività odierno, che è emerso dopo la seconda guerra mondiale.

Un’analisi attenta dimostra che ciascun modo di vivere successivo dipende da un maggiore utilizzo di energia, una maggiore disponibilità di informazioni e conoscenze e un aumento della popolazione umana, che insieme aumentano la nostra collective agency.

Queste intuizioni ci aiutano a pensare a come evitare l’imminente disastro, dato che la nostra economia globale di massa  raddoppia ogni 25 anni, e alle possibilità di un nuovo e più sostenibile sesto modo di vivere per sostituire il capitalismo dei consumi.

Vista in questo modo, l’energia rinnovabile per tutti assume tutt’altra importanza che va oltre il fermare la disgregazione climatica; allo stesso modo, l’istruzione gratuita e Internet per tutti hanno un significato che va oltre l’accesso ai social media: dato che danno più potere alle donne, il che aiuta a stabilizzare la popolazione.

Più energia e maggiore disponibilità di informazioni sembrano essere le necessità di ogni nuovo tipo di società, sebbene questi cambiamenti, da soli, potrebbero aumentare i nostri problemi ambientali, come in passato. Per inaugurare un nuovo modo di vivere deve essere anche spezzata la dinamica centrale di oggi di produzione e consumo sempre maggiori di beni e risorse, insieme a un focus sociale sulla riparazione ambientale.

Due idee sempre più discusse fanno proprio questo.

L’Universal Basic Income (UBI) è una politica in base alla quale viene erogato un pagamento finanziario a tutti i cittadini, incondizionatamente, senza alcun obbligo di lavoro, a un livello superiore alle loro esigenze di sussistenza.

La maggior parte delle persone continuerebbe a lavorare, ma l’UBI potrebbe rompere il legame tra lavoro retribuito e consumo.

Lo facciamo tutti dicendo, lavoro duro, mi merito quel panino sovra-confezionato, il nuovo gizmo o le vacanze a lungo raggio.

Il consumo è ciò che ripaga per essere sempre più produttivo sul lavoro. Con l’UBI potremmo pensare a lungo termine, ben oltre la prossima busta paga, a come vivere secondo quel che richiede  l’Antropocene.

Sperimentazoni su scala ridotta dell’UBI suggeriscono che potremmo educarci, fare un lavoro utile, mentre ci prendiamo cura degli altri e dell’ambiente in senso più ampio.

La riparazione ambientale potrebbe venire dall’idea semplice ma profonda che dobbiamo allocare metà della superficie terrestre soprattutto a beneficio di altre specie.

Questo è meno utopico di quanto non appaia a prima vista. Dato che riconosciamo sempre di più che gli esseri umani fanno parte della natura, stanno prendendo piede nuove idee di “re-wilding” (ampie aree gestite per consentire l’attuazione di processi naturali) e di “ripristino” (ripristino delle foreste).

Recenti impegni presi da  43 Paesi per ripristinare 292 milioni di ettari di terre degradata in foreste, dieci volte la superficie del Regno Unito, dimostrano che la riparazione è all’ordine del giorno.

Il reddito di base universale e l’Half-Earth non sono, ovviamente, i rimedi per tutti i mali della società. Ma, se riconosciamo che vivere nell’Antropocene significa qualcosa, questo ci mostra che le nostre azioni avranno impatti maggiori sull’unico pianeta dell’Universo che è noto per ospitare la vita.

Sarebbe saggio usare questo immenso potere per dare alle persone e al resto della vita la migliore possibilità di poter prosperare.

di Simon Lewis e Mark Maslin