Un piano B per la siderurgia? Bruschi (Legambiente): «Si chiama politica industriale»

Il Cigno verde della Val di Cornia invia alla Regione 6 osservazioni sul progetto Aferpi

[12 agosto 2016]

lucchini piombino acciaio siderurgia

Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e la Fiom – Cgil sbagliano ad affermare che non esiste un piano B, che “L’uscita di Rebrab dal piano di rinascita industriale di Piombino non è contemplata”, che “Oltre Cevital e Issad Rebrab c’è il nulla, per cui questo progetto va sostenuto fino in fondo”. Un piano B per la siderurgia piombinese o meglio per la siderurgia italiana c’è e si chiama politica industriale, cioè quell’insieme di atti, di incentivi, di accordi con e fra aziende che tende a rendere competitivo il settore. Questo vuol dire smettere di ricercare le soluzioni azienda per azienda, località per località, magari senza rompere le rivalità, anzi le guerre per l’ultima fetta di mercato, sempre più piccola.

Il piano A ormai sta mostrando la sua inadeguatezza, un piano B si rende necessario, anche se giungerebbe in ritardo e per questo le conseguenze saranno gravi ma può esserci speranza di salvare gran parte del comparto. Come in tutte le attività economiche è necessario ricostruire le filiera produttiva perché la commercializzazione dei semiprodotti non è renumerativa, quindi occorre attrarre le aziende utilizzatrici dell’acciaio, in tutta la sua catena, fino ai prodotti finiti di maggior valore.

In questo caso i trasformatori, di cui quelli a maggior valore sono l’industria meccanica italiana, 220 aziende con alcuni gruppi oltre il miliardo di euro di fatturato. Meno chic e meno nota della moda e dell’alimentare, la meccanica strumentale produce robot e linee industriali di automazione per i settori più disparati ed è il primo settore industriale per export, con vendite all’estero che oggi si attestano a 82 miliardi di euro, con obiettivo di arrivare a 100 miliardi entro il 2019.

Certo che tutto questo è cento volte più complicato, infatti governare non è semplice, è un’arte che implica una visione complessiva, le giuste competenze e un duro lavoro di tessitura fra convenienze dei vari attori sul mercato e l’interesse pubblico. Come negli altri paesi più avanzati il governo deve dotarsi di strumenti che aiutano il governo dell’economia, strutture interne ai ministeri, più responsabili per ogni settore produttivo, consulenze e istituti di ricerca, fondi per incentivi ecc.

Troppo semplice è cercare un compratore dell’azienda fallita, scegliere quello che promette di più, non fare una valutazione della sostenibilità finanziaria e di mercato del piano industriale che presenta, poi spargere fiducia e dare addosso a chi pone dubbi. Solo che è anche molto pericoloso legarsi politicamente ad un imprenditore, lodarlo sperticatamente e scommettere sulla riuscita di un piano che non dipende dalle proprie capacità o possibilità; soprattutto, rischiano migliaia di famiglie.

La mancanza di un piano B, e soprattutto di una politica industriale, sta portando ad una subalternità della politica e delle istituzioni. Vorrei che fosse chiaro che tale subalternità è conseguenza di un difetto di fondo, per cui in mancanza di una visione complessiva e della ricerca di soluzioni di politica industriale che, per forza di cose, porta ad affidarsi al salvatore della patria di turno.

Questa subalternità la stiamo vedendo a tutti i livelli, come quello regionale, con l’apertura di una procedura per non assoggettare il piano Aferpi alla Valutazione integrata ambientale (Via), perché è semplicemente assurdo pensare di saltare la Via nella costruzione di un’acciaieria. Subalternità locale, con l’avvio del procedimento per la variazione del Piano strutturale in cui il piano di Aferpi diventa di “valenza di interesse pubblico” e quindi si adegua l’urbanistica alle esigenze del privato senza studi preliminari sulle reali esigenze private e dell’interesse pubblico complessivo. La subalternità la vediamo anche nel sindacato, che accetta passivamente di cedere diritti e parte dello stipendio dei lavoratori.

Tutto questo può portare ad un disastro e minare ulteriormente la credibilità delle istituzioni. Credo che a tutti convenga cominciare ad esaminare un piano B. Qui non vale la logica del condottiero che brucia le navi per impedire ai suoi soldati di arrendersi e tornare indietro, qui siamo nel mare aperto della finanza e del rischio d’impresa: se per caso si affondasse, meglio avere un salvagente o no?

di Adriano Bruschi, presidente Legambiente Val di Cornia