Un po’ di chiarezza per quanto riguarda gli impatti ambientali della geotermia sull’Amiata

Quali sono gli effetti della coltivazione geotermica sulla falda acquifera, in termini di emissioni radioattive o di CO2? E a quanto ammontano gli incentivi agli impianti? Risponde l’Egec

[10 novembre 2017]

Sono 102 gli impianti geotermoelettrici attivi in Europa, 6 dei quali nell’area del Monte Amiata: nel 2015 hanno prodotto 661 GWh di energia. Con quali effetti secondari? All’interno dell’Europarlamento come anche del Consiglio regionale della Toscana, alcuni rappresentanti dei cittadini (rispettivamente afferenti all’area M5S e a Sì-Sinistra italiana) hanno recentemente sollevato dubbi in merito agli impatti della coltivazione geotermica amiatina sulla falda acquifera, in termini di emissioni di CO2 in atmosfera e di emissioni radioattive, e/o chiedendo una rimodulazione degli incentivi di cui queste centrali godono per la loro produzione di energia rinnovabile. Una lettura che ha portato nei giorni scorsi il Consiglio regionale della Toscana a chiedere che non venga concesso l’ok alla Valutazione d’impatto ambientale – a prescindere dai risultati della stessa, evidentemente – alla nuova centrale geotermoelettica Piancastagnaio 6.

Quanto c’è di vero? Per chiarire i termini del dibattito l’Egec – il Consiglio europeo per l’energia geotermica – ha raccolto in un unico documento (in allegato, ndr) l’effettivo stato dell’arte sulla geotermia in Amiata, alla luce dei dati disponibili. Premettendo che i temi sollevati sono già stati valutati per quanto riguarda dalla centrale Bagnore 4 dal Tribunale amministrativo regionale (Tar) e dal Consiglio di Stato – che hanno validato la legittimità delle concessioni autorizzative e l’inconsistenza delle accuse mosse contro l’impianto – l’Egec passa comunque in rassegna le singole questioni ambientali sollevate.

È definito «impossibile» l’impatto della produzione geotermica in Amiata sulla qualità e quantità dell’acqua potabile, in quanto il monitoraggio condotto attraverso 11 piezometri e delle ispezioni condotte alle sorgenti che alimentano l’acquedotto del Fiora hanno «dimostrato la non-relazione tra flusso e livelli dell’acqua potabile e produzione geotermica», con ogni possibile influenza tra l’acquifero e i pozzi geotermici resa impossibile dalle caratteristiche stesse con cui i pozzi vengono realizzati e impiegati: caratteristiche utili sì all’ambiente, ma anche al funzionamento stesso dell’impianto.

Per quanto riguarda invece l’aspetto radioattività, l’Egec ricorda che le emissioni di radon avvengono in tutti i fluidi endogeni, e quelli dell’Amiata «non sono tra quelli con concentrazioni più elevate»; da «oltre venti anni» le emissioni di radon vengono monitorate costantemente, e risultano «al di sotto delle concentrazioni di fondo naturali in queste aree, e sono comparabili con quelle di altre aree con geologia vulcanica».

Osservando invece un altro tipo di emissioni, quelle di CO2 derivanti dagli impianti geotermici sull’ Amiata, l’Egec sottolinea che la loro presenza è dovuta alla particolare conformazione del sito: «La CO2 presente nell’acqua calda estratta per la produzione di energia geotermica è dovuta alla presenza di rocce di carbonato che costituiscono il serbatoio geotermico; è la loro dissoluzione che produce CO2. In ogni caso, in queste aree geotermiche le emissioni di CO2 sarebbero naturalmente presenti anche senza impianti geotermici, seppur a un livello inferiore. Le emissioni di CO2 degli impianti geotermici non sono pertanto da considerarsi superiori alle emissioni di un impianto alimentato a gas naturale, e sono di natura molto diversa». Inoltre è necessario considerare che, se d’improvviso le 6 centrali geotermiche presenti sull’Amiata interrompessero la loro attività, i 661 GWh di energia da loro prodotta andrebbero poi sostituiti in altra forma per continuare a soddisfare la domanda di energia toscana; la scelta è dunque quella tra coltivare una risorsa rinnovabile e indigena oppure affidarsi a combustibili fossili d’importazione. Un’ulteriore opzione sarebbe quella di rivolgersi a fonti rinnovabili diverse da quella geotermica, ma nessuna è a impatto zero: secondo le stime fornite dall’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) ad esempio, guardando all’intero ciclo di produzione, la geotermia è caratterizzata in media da un’intensità carbonica inferiore anche a quella del fotovoltaico.

Vale la pena dunque incentivare economicamente la produzione di energia geotermoelettrica sull’Amiata? L’Egec non si sbilancia offrendo una risposta, ma si limita a notare che attualmente il contributo degli incentivi è piuttosto ridotto: «Solo i nuovi impianti beneficiano del prezzo incentivato (Bagnore 4) di 84 euro/MWh. Le centrali più vecchie operano in concorrenza sul mercato dell’energia con un incentivo che si applica solo alla produzione extra rispetto alla media storica (circa il 25% dell’attuale produzione, mentre la restante parte non è sovvenzionata)». La geotermia sull’Amiata non esiste dunque perché ci sono gli incentivi, che andranno progressivamente a scadere, ma in quanto le condizioni naturalmente presenti nell’area permettono di ricercare un equilibrio tra profitto economico, sostenibilità ambientale e positive ricadute – in termini occupazionali e di diversificazione economica – sociali. Non poco per una fetta di Toscana da tempo economicamente depressa, che – se ben governata – nel suo cuore caldo può trovare una via per lo sviluppo sostenibile.