A greenreport Dario Nardella, membro fondatore della Florence International Autumn School

Una governance globale per l’ambiente? «Con poche regole, ma più stringenti, sì può»

«Sono più i governi che i cittadini ad opporsi ad una visione politica globale»

[1 agosto 2013]

Ideata dall’associazione Eunomia e dal Florence Institute on Democracy in collaborazione con la New York University, la Florence International Autumn School (Fias) nasce nella culla del Rinascimento con l’ambizioso obiettivo di dare lezioni di democrazia agli amministratori under 35 provenienti da tutto il globo. Poter contare su dei buoni amministratori locali è ancora importante per la qualità di vita dei cittadini, ma al contempo le forze motrici dell’economia del nostro tempo continuano a erodere la capacità della politica – ai vari livelli istituzionali – di poter compiere delle scelte risolutive verso problemi che sono ormai di respiro globale, come il cambiamento climatico o la scarsità delle risorse: stiamo così assistendo al tramonto della funzione politica? Dario Nardella, membro fondatore Fias, sembra piuttosto intravedere i contorni di una nuova alba, per quanto lontana possa sembrare.

Nardella, la Florence International Autumn School nasce in un’era dove i poteri economici – come risultato della globalizzazione – sembrano sfuggire ai confini dello Stato-nazione, e dunque alla sovranità della politica. Quale ruolo rimane, adesso, alla politica?

«Non credo che i poteri economici “sfuggano” dai confini Stato-nazione. Piuttosto, essi hanno ormai assunto una dimensione ed una struttura propriamente globale. Le liberalizzazioni internazionali hanno liberato l’economia da freni e briglie senza che la politica si sia però riservata nuovi ed efficaci strumenti di governo. Questo scarto ci sollecita, in ritardo, ad un approccio sempre più europeista ed internazionale: soltanto attraverso la collaborazione e il confronto  sui temi della politica economica, del lavoro, dello sviluppo industriale, delle risorse possiamo concretamente rispondere alle esigenze di un sistema dove i confini rigidi di uno Stato chiuso ed autoreferenziale non esistono più.

Talvolta nemmeno la dimensione europea – da sola –  è sufficiente a dare le risposte che il sistema globale ci chiede, ed è proprio qui che la politica svolge il suo ruolo essenziale: prevedere forme di regolamentazioni e di cooperazione in un’ottica globale, senza mai perdere di vista l’importanza delle peculiarità nazionali di ogni singolo Stato e di ogni Nazione. La dimensione europea è la nostra dimensione minima di governo alla quale possiamo e dobbiamo aspirare».

Una risposta efficace alla globalizzazione – scrive il sociologo Zygmunt Bauman – non può che essere legata all’emergere «di un’arena politica globale (distinta da quella internazionale o, più correttamente, interstatale». Crede che il problema sia affrontabile in questi termini?

«Assolutamente sì, le sfide che il pianeta ha di fronte richiedono una vera e propria dimensione politica globale. Il modello G8 temo sia ormai inadeguato ad offrire soluzioni esaustive. Il “bene comune globale” non è semplicemente la somma di diversi e contrapposti interessi nazionali, pensiamo per esempio a questioni come il cambiamento climatico e l’inquinamento ambientale, la sfida energetica,  i disequilibri economici e demografici. La risposta è, e deve essere, globale e  complessa. Se la costruzione di un “governo globale”, però, è un processo storico con una lunga strada ancora da percorrere, grazie ai nuovi strumenti di comunicazione di massa e la loro assoluta orrizontalità siamo già di fronte al formarsi di una vera e propria opinione pubblica mondiale e ad un sentire comune “sovranazionale”. Nel bene e nel male, i giovani di tutto il mondo sono oggi molto più simili tra loro, al di là delle differenze nazionali,  di quanto non lo fossero ai tempi dei nostri genitori. Abbiamo fatto passi enormi in questa direzione».

Alcuni ambiti dell’attività umana soffrono in particolar modo il deficit di governance globale. Tra questi, la tutela dell’ambiente come risorsa. Oltre 900 “trattati” ambientali sono stati attivati negli ultimi 40 anni, con risultati deludenti: pensa possa essere intrapresa una strada diversa per affrontare il problema?

«Certamente quando si parla di grandi temi come la tutela ambientale è indispensabile uno Stato forte in grado di fare scelte coraggiose – spesso anche impopolari- vedi, per esempio, il caso dell’Ilva di Taranto.

Dobbiamo fare ancora tanto, le difficoltà maggiori nascono dalla mancanza di strumenti cogenti di  governance globale: limitarsi alla stesura di trattati senza mai prevedere sanzioni o poteri sovranazionali in grado di far rispettare gli accordi internazionali impedisce la costruzione di una vera politica ambientale mondiale. Quanto il rapporto tra stati e comitati internazionali a livello statuale il caso dell’Italia è davvero emblematico: il modello istituzionale della repubblica parlamentare basato sul bicameralismo perfetto non funziona da tempo. La vischiosità delle relazioni interistituzionali e tra pubblico e privato produce inefficienze e ritardi. Il limite principale che riguarda il nostro Paese e che preoccupa i partner internazionali è proprio l’incapacità di decidere delle politiche e delle istituzioni italiane.

La verità è che un sistema globale efficiente confligge con le resistenze nazionaliste tese a difendere gli interessi singoli a dispetto dell’interesse generale globale».

Secondo Jorgen Randers, tra gli autori dello storico I limiti della crescita, «per una transizione verso la sostenibilità serve uno stato più forte». Immagina sia un obiettivo possibile quello di una democrazia «capace di maggiore rapidità decisionale»?

«Randers nel suo rapporto del 1972 scrisse che gli uomini per tendenza scelgono la strada più facile e che la gente fa sempre la scelta che comporta i costi minori a breve termine. Oggi, nella sua nuova edizione rincara la dose affermando che le “Le scelte giuste non sono state fatte e non saranno mai fatte”.

Non sono del tutto d’accordo. Rispetto al 1972 l’opinione pubblica è diventata molto più sensibile e attenta ai problemi ambientali, ecologici, culturali e sociali. La diffusione di sistemi di comunicazione che rendono accessibili informazioni in maniera veloce, che consentono il dialogo e l’approfondimento attraverso forum e blog ha cambiato completamente l’approccio verso i grandi tempi della globalità. Forse sono più i governi che i cittadini ad opporsi ad una visione politica globale, basti pensare ai comportamenti dei giovani di oggi.

Intravedo però una possibilità. Sarebbe possibile coniugare un sistema di governance globale con la presenza di stati nazionali forti, facendo leva sul principio della sussidiarietà: esso permetterebbe infatti di identificare quali politiche dovrebbero essere coordinate a livello globale e quali sarebbero più efficaci se declinate dal potere decisionale nazionale. Potremmo così distinguere alcuni settori per cui sarebbe necessario uno strumento diretto di governo globale e altri in cui sarebbero sufficienti delle regole generali di riferimento. In sintesi, credo siano necessarie poche regole globali ma più stringenti, lasciando però spazio a forme di cooperazione autonoma tra gli Stati».