Uniti a Bruxelles, senza regia in casa: ancora paradossi per l’industria dell’acciaio

Lunedì in Belgio marcia internazionale per difendere le industrie Ue. E a coordinare quelle nostrane chi ci pensa?

[9 febbraio 2016]

industria europea acciaio

L’industria dell’acciaio sembra aver ritrovato una rinnovata unità d’intenti, almeno a livello Ue. Tanto che Eurofer (l’Associazione europea dell’acciaio) ha annunciato che lunedì prossimo sarà in prima fila nella marcia programmata a Bruxelles come sostegno dell’industria nel Vecchio continente, minacciata dal possibile riconoscimento della Cina come “economia di mercato”.  «Arriveranno colleghi da più di 15 paesi europei», ha assicurato Axel Eggert, direttore generale Eurofer.

La posta in gioco è certamente alta. Ad oggi, la domanda europea d’acciaio ammonta a 155 milioni di tonnellate: da sola, la Cina presenta entro i suoi confini una sovracapacità produttiva pari a circa 400 milioni di tonnellate, tre volte tanto. Un quantitativo enorme, frutto – tengono a sottolineare da Eurofer – del «persistente intervento statale nell’economia cinese». Quel che appare certo è che, se le barriere commerciali ancora oggi presenti a separare lo scambio di beni tra Ue e Cina cadessero, questa marea d’acciaio a basso costo sommergerebbe il Vecchio continente, imprese siderurgiche in testa.

Contro questa possibilità gli stati europei, portatori sani degli interessi nazionali, si schierano impavidi. Germania, Francia, Belgio e ovviamente Italia, solo per nominarne alcuni. Anche Sandro Gozzi, presidente di Federacciai, ha annunciato la sua partecipazione alla marcia di Bruxelles, tanto da organizzare un volo charter per portare con sé altri industriali ed operai di settore.

Che c’entra Piombino in tutto questo? Risulta paradossale che, mentre va a configurarsi addirittura a livello europeo un fronte d’acciaio tra Stati e industrie contro la possibile invasione cinese, si rinunci ad imbastire all’interno dei propri confini un’alleanza per rilanciare in modo coordinato e sostenibile un settore siderurgico da anni in crisi. Di questa ritrosia, Piombino è esempio e vittima eccellente.

«Con l’acquisizione dello stabilimento da parte di Cevital-Aferpi, non è superata la necessità di una politica industriale: come fanno altri paesi europei, lo Stato deve comunque dotarsi di strumenti, per governare i territori indirizzando e controllando l’operato delle aziende private e l’evoluzione dell’economia. Purtroppo, siamo partiti con grandi enunciazioni sulla necessità di una politica industriale del governo, con un tavolo nazionale della siderurgia; e si è finiti alla competizione fra aziende dello stesso settore o, peggio, fra territori, senza un progetto comune, Brescia e Piombino contrapposte». Queste evidenziate, che paiono tratte dalla cronaca di questi giorni, sono state in realtà evidenziate per l’ennesima volta da associazioni e ambientalisti piombinesi nel corso di un Consiglio comunale aperto dello scorso autunno.

Da allora, l’unico elemento di coordinazione venuto a legare le varie facce dell’industria italiana dell’acciaio è il Coordinamento delle realtà siderurgiche italiane, una realtà che vede protagonisti 12 comuni (Piombino compreso) senza però alcuna regia nazionale, l’unica che possa garantire all’iniziativa l’ampio respiro e le risorse necessarie per prosperare. Al ritorno dalla marcia nella capitale belga, si tornasse più umilmente a lavorare per un fronte comune anche alle nostre latitudini, non sarebbe una cattiva idea.

L. A.