A Piombino seminario pubblico organizzato da Legambiente

Val di Cornia, ambiente e industria stanno insieme solo governando i flussi di materia

Bruschi: «Temi intrecciati tra di loro da decenni, e da decenni ignorati nella loro interconnessione»

[1 luglio 2016]

flussi materia val di cornia piombino 2

Governo dei flussi di materia, bonifiche, riciclo delle scorie siderurgiche e risanamento del distretto estrattivo della Val di Cornia sono parti di un mondo tutto attaccato, e come tali vanno affrontate. Il risanamento del territorio è propedeutico per la ripresa economica e l’occupazione: anche l’acciaio del presente e del futuro è fatto per costruire ponti, non barriere, e a Piombino il rilancio della produzione siderurgica è il tassello di un puzzle che richiede un’azione unitaria per concludersi con successo.

Vari volti di questo mondo si congiungono oggi al convegno organizzato da Legambiente al Centro giovani, proprio per un confronto a tutto tondo. «Lo scopo di questa iniziativa – ci spiega Adriano Bruschi, presidente di Legambiente Val di Cornia – è quello di parlare del futuro di questo territorio, partendo da temi intrecciati tra di loro da decenni, e da decenni ignorati nella loro interconnessione: i rifiuti industriali, le bonifiche con la fondamentale necessità di risanare il territorio per annullare i fattori di rischio per la salute pubblica e permettere nuova occupazione attraverso la reindustrializzazione delle aree ex Lucchini e delle aree portuali, il riciclo con la sostituzione dovunque possibile dei materiali di cava, e le opere pubbliche che dovrebbero assorbire (ma che fino ad oggi non lo hanno fatto) gran parte dei materiali frutto del riciclo.

Devono partire al più presto le bonifiche, il riciclo dei materiali e tutte le attività connesse alla reindustrializzazione. Per questo la politica, lo stato, e le amministrazioni locali devono mettere in atto iniziative di indirizzo e regia pubblica, con vincoli, tariffe e incentivi, accordi e piani urbanistici coerenti; una forte azione autonoma di governo, attenta alle compatibilità ambientali, le coerenze economiche e con lo sguardo verso futuro».

A Piombino basta guardarsi intorno per poter cogliere una lezione potente dal recente passato. «Abbiamo una delle più grandi discariche abusive d’Europa – sottolinea Bruschi –, materiale spalmato per centinaia di ettari e cumuli per decine, lasciando perdere le colpe e le responsabilità, questa situazione di degrado ambientale, deriva dall’idea che un’impresa prospera quando non è gravata da costi ambientali e vincoli sociali. Invece la scarsa attenzione ambientale non ha stimolato la modernizzazione della siderurgia piombinese, favorendone il declino. In altre zone europee, di analoga e antica industrializzazione siderurgica, ciò che qui ha prodotto degrado (i copiosi flussi di scarti di processo) è stato internalizzato come linea di business. Qui no. Qui no, nonostante il tema sia stato posto da circa 20 anni. Ed anzi, qui, contemporaneamente, mentre si accumulavano milioni di tonnellate di materiali nell’area industriale si è continuato a scavare le colline di Campiglia per ricavare materiali inerti, usando spesso anche materiali pregiati come inerti per riempimenti».

Da una parte si è scavato, dall’altra accumulato scarti che sarebbero potuti diventare materie prime seconde e invece hanno prodotto degrado ambientale. «Si son fatti arrivare materiali da fuori – ricorda il presidente legambientino – come fanghi di dragaggio di altri porti, per riempire le vasche di colmata del nostro porto. L’assurdo assoluto. Eppure gli esempi non mancavano, una parte dei materiali di risulta della siderurgia, non trattati, sono stati invece adoperati, ma fuori dalla Val di Cornia per altre opere pubbliche (porto di Livorno, interporto di Guasticce), mentre qui si diceva che le leggi lo impedivano».

Si tratta di dati di fatto. L’iniziativa odierna non è però per «processare il passato, ma per non fare gli stessi errori e avviare un’azione di governo dei flussi di materia». È qui che la Val di Cornia deve muoversi come un unico corpaccione. Ripete, Bruschi: «Risanamento, riciclo e smaltimento in condizioni di sicurezza di ciò che non è riciclabile».

Da una parte le bonifiche, per le quali la proposta Aferpi di «una generica tombatura rappresenta una forte contraddizione», e al contempo «non  è per niente tranquillizzante ciò che su questo versante, fino ad oggi, ha combinato Invitalia». Dall’altra le cave, per le quali la «Regione Toscana dovrebbe esprimere un indirizzo di parere negativo a tutte le richieste di ampliamento di aree di scavo». Il risanamento è fatto «di tante cose collegate fra di loro, come il riciclo dei rifiuti industriali per prodotti in sostituzione dei materiali di cava». Per quest’attività Legambiente suggerisce un approccio che «vada nella direzione di una sostituzione di business e di un’ottica di inserimento in un mercato che, comunque, avrà un futuro». Quel mercato rivolto ai materiali di pregio (il microcristallino) per usi industriali, non altri impieghi dove è necessario e possibile dare spazio a materiali riciclati. «Per le opere pubbliche – non si stanca di ripetere Bruschi – esistono leggi che impongono l’uso di materiali di riciclo nella loro costruzione». Sono gli stessi costruttori, non solo Legambiente, a chiederlo. È necessario che le leggi siano applicate, e che vadano insieme a coerenti incentivi e disincentivi economici.

«Le istituzioni – evidenziano da Legambiente – devono usare quegli strumenti come accordi di programma, accordi con imprese e altri enti pubblici come l’autorità portuale, piani urbanistici coerenti, in modo da governare tutta questa complessa vicenda. Anche per questo è indispensabile che gli strumenti come Rimateria rimangano pubblici e rispondano a logiche di pubblico interesse e a indirizzi dettati dalle amministrazioni».

Bonifiche, riciclo e risanamento sono e rimarranno per anni una necessità del territorio anche senza (l’auspicabile e auspicata) ripresa dell’attività siderurgica. Lo diventeranno a maggior ragione quando si concretizzeranno i progetti di Aferpi, che individuano a partire dal 2018 una produzione di 1 milione di tonnellate l’anno – il che significa circa altre 150mila tonnellate di scorie di processo ogni anno da gestire. Con una sovraccapacità produttiva conclamata a livello globale, ad oggi non è facile per nessuno produrre con profitto acciaio.

Per aumentare le speranze di successo, a Piombino come altrove, è fortemente auspicabile una visione d’insieme, a livello almeno nazionale. Ricerca, innovazione di prodotto e di processo, economie di scala sono carte vincenti. Con lucidità è necessario ammettere che al momento tale visione d’insieme – che non può che essere promossa da attori pubblici – è lungi da manifestarsi. Mentre a Piombino ci si confronta, a Taranto sono spuntate non una ma due cordate nazionali per acquistare l’Ilva: da una parte AcciaItalia (Cassa depositi e prestiti, gruppo Del Vecchio e Arvedi), dall’altra Am Investico Italy (Arcelor Mittal e Marcegaglia).

Guardando a livello locale, Aferpi ha appena richiesto alla Regione Toscana l’avvio del procedimento di verifica di assoggettabilità relativamente al “Progetto di riconversione industriale e sviluppo economico delle aree del complesso industriale ex-Lucchini di Piombino”, che presenta più di un punto da chiarire: linee ferroviarie in aree ad oggi vergini e paludose, un percorso della strada 398 che passa sotto le case del Cotone, e una procedura che di per sé serve a verificare se occorre la valutazione di impatto ambientale Via… perdendo così altro tempo prezioso. L’impresa ha fatto la sua proposta, secondo la strategia che – come normale in un’economia di mercato – ritiene più profittevole.

Riguardo ai punti dolenti, l’onere di raddrizzarli spetta – come altrettanto naturale – alla regia pubblica, cui sono richieste al contempo fermezza e pragmatismo. Ciò che non può mancare, e che include anche associazioni ambientaliste, comitati e non ultimi i media, è la consapevolezza che la partita del risanamento ambientale unito alla reindustrializzazione si vince o si perde tutti insieme. L’invocato e unitario “patto d’acciaio” a livello nazionale ancora, è evidente, non c’è. Che almeno la Val di Cornia sappia dare il buon esempio.