Valorizzare i beni comuni con le cooperative di comunità: Legacoop e Legambiente insieme

Protagonismo dei cittadini nella gestione dei servizi e nella valorizzazione dei territorio

[28 aprile 2016]

Beni comuni

Oggi  a Roma, durante un convegno organizzato da Legacoop e Legambiente, è stato presentato il Dossier “Beni Pubblici, Valori Comuni” su beni comuni e cooperative di comunità ed è stata l’occasione per annunciare che «Legacoop uniscono le forze per sostenere l’avvio di nuove realtà imprenditoriali sotto forma di cooperativa. Particolarmente caro a entrambe è la tutela dei beni pubblici e dei beni comuni: spazi che richiedono non solo salvaguardia e manutenzione, ma che rappresentano una grande opportunità di sviluppo locale, un’occasione per far crescere insieme il nostro Paese ricco di un patrimonio fino a oggi poco tutelato e ancor meno valorizzato». 

Il progetto punta a favorire il protagonismo dei cittadini nella gestione dei servizi e nella valorizzazione dei territorio e nasce per promuovere la crescita di una rete diffusa di cooperative che valorizzino le comunità locali, stimolando l’autonomia e l’organizzazione dei cittadini.

Mauro Lusetti presidente di Legacoop, ha sottolineato che «Spesso si dice che le crisi portino con sé grandi opportunità, sicuramente questa crisi ci ha riconsegnato una cittadinanza attiva, che vuole partecipare e decidere. Le cooperative di comunità sono imprese in cui i cittadini si auto-organizzano, diventando allo stesso tempo produttori e fruitori di beni e servizi, sono un modello di impresa sostenibile, perché nasce dalla comunità e non ha altro scopo se non quello di migliorare la qualità della vita delle persone che la compongono, attraverso la produzione/fruizione di beni e servizi pensati da chi quella comunità la vive quotidianamente. Le cooperative di comunità si riappropriano di quel bene di “nessuno” restituendolo alla comunità valorizzandolo e mettendolo a fattor comune».

Ad oggi le cooperative di comunità aderenti a Legacoop sono 40 e contano oltre 1500 soci in 12 regioni: Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Puglia, Toscana, Trentino Alto Adige, Umbria e Veneto.

Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente, ha detto: «Due sostantivi, cooperativa e comunità, che stanno bene insieme e che soprattutto si sposano perfettamente con la nostra idea di un ambientalismo capace di saldare la tutela della natura in cui viviamo con lo sviluppo sostenibile e il diritto a un ambiente pulito con quello al lavoro- Troppo a lungo, e purtroppo ancora oggi, vengono alimentate contrapposizioni che in realtà esistono soltanto nella logica di chi ha un unico interesse da perseguire: massimizzare i propri profitti. Anche da questo punto di vista, in fondo, Legambiente e Legacoop sono realtà simili, pur nella loro diversità: il nostro “utile” è sempre condiviso. Come i valori che alimentano i progetti e le opportunità di riutilizzo di beni pubblici raccontati in questo Quaderno, il primo di una collana che realizzeremo insieme».

E Legacoop e Legambiente raccontano diverse esperienze e fanno proposte comuni, eccone alcune:  

La nuova vita delle ferrovie dismesse. Linee ferroviarie dismesse o sospese, stazioni impresenziate, case cantoniere, ma anche immobili e terreni, ex teatri e aree verdi, in generale patrimoni con un destino quasi sempre scontato di degrado e abbandono, possono essere trasformati nella materia prima indispensabile per progettare, dal basso, attività di riuso e di rigenerazione. Il potenziale di crescita per il nostro paese è enorme, come dimostra un’analisi comparata con la Gran Bretagna: sugli 800 km di tratte italiane, gestite grazie al lavoro di Fondazione FS, si calcola un introito stimato intorno ai 2 milioni di euro, con un incremento annuo del 60%; sugli 850 km del Regno Unito si registrano 7,7 milioni di visitatori per un fatturato diretto di 139 milioni e uno indiretto di 350 milioni di euro, oltre duemila dipendenti e quasi ventimila volontari coinvolti. Uno degli esempi più interessanti in Italia è la Merano-Malles in Val Venosta, riattivata nel 2005 dopo la chiusura negli anni Novanta. La linea ferroviaria è stata al centro dello sviluppo turistico della valle e di una rinnovata offerta di trasporto sostenibile, determinando peraltro nella zona un aumento di tutte le performance di ricettività turistica rispetto al resto del Trentino-Alto Adige: dal 2004 al 2014 si è registrato un incremento del 38% di arrivi, contro il 30% di media nel resto della provincia autonoma, mentre i pernottamenti sono cresciuti del 14%, contro l’11%.

Ridare vita alle aree poco popolate dello stivale. Le cooperative di comunità operano sia in aree interne e disagiate, ma anche in aree urbane o in piccoli centri ad alta vocazione turistica e culturale. L’habitat naturale per veder sorgere queste imprese sociali 2.0 è rappresentato proprio dalle zone dello Stivale ad alto rischio spopolamento, dove i ragazzi fuggono per l’assoluta mancanza di opportunità occupazionali e i pochi anziani rimasti fanno sempre più fatica a sopravvivere a causa della penuria dei servizi presenti. Del resto, in contesti a bassa densità demografica è più semplice veder realizzata l’auto-organizzazione dei cittadini in risposta ai loro bisogni. “È indispensabile – continua Lusetti – per fare un vero salto di qualità, che i percorsi a piedi, in bicicletta e su treni turistici siano resi fruibili in modo integrato con una vera e propria rete per la mobilità dolce, frutto di una visione dell’offerta fatta di mappe, servizi, tariffe, posteggi, accoglienza turistica, da realizzare lungo tutta la rete, valorizzando territori, borghi e imprenditoria locale”.

Mobilità dolce. L’Italia può contare su oltre 1.600 chilometri di linee ferroviarie dismesse e abbandonate da tempo, che in buona parte possono diventare greenway per vivere la mobilità dolce nel paesaggio. Partendo da questi numeri e dalle opportunità di riutilizzo e valorizzazione di questo patrimonio che CoMoDo (la Confederazione per la Mobilità Dolce) ha aperto un tavolo di confronto con Ferrovie dello Stato e RFI (Rete Ferroviaria Italiana, società del Gruppo delle Ferrovie dello Stato, ndr) sulle ferrovie dismesse, per identificare le linee che possono diventare greenway e quelle che meritano di essere trasformate in ferrovie turistiche. Sono ben 1.300 invece, secondo CoMoDo, i chilometri di ferrovie sospese in Italia che potrebbero essere riaperte per servizi turistici e, in diversi casi, offrire anche una buona integrazione per i servizi ordinari per residenti e pendolari, come dimostra il Trentino Alto Adige con la ferrovia della Val Venosta e della Val Pusteria. Un successo ottenuto grazie a servizi cadenzati, integrazione con la rete nazionale su ferro e trasporto locale su gomma, treno più bici, tariffazione integrata.  È fondamentale, inoltre, che l’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria adotti regole snelle d’esercizio per le ferrovie turistiche (come è già avvenuto dal 2011 in Francia, con un apposito regolamento) e autorizzi la sperimentazione del Velorail – come avviene da tempo in Francia –, con l’utilizzo di mezzi a pedale sui binari. Reti turistiche e greenway che si devono integrare con la rete ciclo-turistica italiana e la rete dei cammini, per offrire al viaggiatore percorsi integrati e intermodalità, facili da comprendere e da utilizzare.

Il recupero delle case cantonere. Il futuro delle case cantoniere è sempre più legato a progetti di turismo sostenibile o di riuso sociale. Anas possiede oggi su tutto il territorio nazionale 1.244 case cantoniere, delle quali circa 600 non sono più utilizzate come alloggi per i cantonieri ma sono impiegate prevalentemente come aree di stoccaggio materiale e supporto alle squadre manutentive. Il progetto di riqualificazione e riutilizzo delle case cantoniere, nato dall’accordo di collaborazione tra Anas, ministero dei Beni e delle Attività Culturali, ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e Agenzia del Demanio, sottoscritto nel 2015, prevede la conversione di questo tipo di case cantoniere in una rete di strutture ricettive per i viaggiatori, da affidare in concessione a terzi.

Le decisioni del Governo. Alcune decisioni assunte dal governo lasciano intravedere concrete possibilità di sviluppo: il ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Dario Franceschini, ha promosso il 2016 come l’Anno dei Cammini e ha annunciato la pubblicazione di un Atlante dei Cammini, per mettere a sistema tutta l’offerta, attualmente molto frammentata; grazie all’iniziativa del ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, sono stati inseriti nella legge di Stabilità del 2016 ben 91 milioni di euro per le realizzazione di piste ciclabili. Segnali concreti di attenzione arrivano anche dal Parlamento: sono diversi i disegni di legge, di cui si sta discutendo alla Camera, che prevedono norme per le ferrovie turistiche e il sostegno ai nuovi servizi; il vincolo per i sedimi e regolamenti snelli per l’esercizio di ferrovie a bassa velocità; la diffusione della ciclabilità sia in ambito urbano che extraurbano; norme ad hoc per la mobilità dolce, le ferrovie abbandonate, i cammini e le greenway.