Oltre all’attestato di Legambiente anche l’attestato anche il Klima Energy Award”

Viaggio a Montieri, comune 100% rinnovabile grazie alla geotermia

Proseguono gli incontri coi sindaci dei comuni geotermici della Toscana. L’intervista a Nicola Verruzzi

[7 ottobre 2015]

verruzzi montieri

Sindaco Verruzzi, come si sta a Montieri?

«Vivere in comuni e in zone come queste rappresenta sicuramente una scelta e/o una filosofia di vita. Da un certo punto di vista non si sta assolutamente male, si vive in un contesto sociale positivo, immersi in una natura rigogliosa e affascinante, con panorami mozzafiato (da quassù, ad oltre 700 metri di altitudine, si vede l’intero golfo e l’arcipelago toscano, ndr) ma ovviamente ci sono i lati negativi come la distanza dalle comodità e dai servizi dei grandi centri urbani. Ma come dicevo è una scelta, riconducibile anche al profondo senso di appartenenza a questa comunità, c’è una resistenza a quella visione del mondo che ci vorrebbe portare ad una omologazione degli standard sulla presunta “qualità della vita”. Qui ci sono delle variabili positive che in città non si trovano e quindi, tutto sommato, il bilancio è positivo».

Ma, al di là dei pur fondamentali valori immateriali, come si sviluppa la vita economica?

«Il primo dato da cui partire per rispondere alla sua domanda è basato sul fatto che la nostra è una struttura sociale caratterizzata da una età media avanzata, oltre i 50 anni, quindi una delle principali fonti di reddito della nostra comunità è data dalla pensione da lavoro dipendente. Qui da sempre la gente ha lavorato nel settore minerario ed energetico, cioè allo sfruttamento delle risorse del sottosuolo; ricordo che proprio a Montieri c’è la più antica miniera di pirite d’Europa. Poi alla miniera si è avvicendata l’Enel e la geotermia. Dopo anni di duro lavoro in questi settori, adesso i nostri anziani si godono la meritata pensione rimanendo residenti, senza alcuna voglia di trasferirsi. Inoltre c’è la filiera del bosco e non proprio secondario il settore turistico, visto che sono presenti diverse strutture ricettive alberghiere e agrituristiche. Poi ultimamente si sta anche sviluppando la filiera della castagna, con la produzione di prodotti alimentari legati a questa risorsa. C’è anche una cooperativa che ha aperto un ramo d’azienda con una serra di prodotti florovivaistici (crisantemi). Il secondo dato importante da sottolineare è che il 28% della popolazione è immigrata, soprattutto come manodopera legata alla filiera del bosco. Quindi la nostra è anche una comunità caratterizzata da una forte (e positiva) multi etnicità, del resto siamo stati il primo comune della provincia ad accogliere i profughi. Nella frazione di Gerfalco abbiamo circa 25 centrafricani (Mali, Costa d’Avorio, Senegal) la cui gestione ha anche creato opportunità lavorativa per alcuni nostri giovani nel centro di accoglienza».

La geotermia e la presenza di centrali, qui, come viene vissuta?

«Rispetto all’Amiata, dove stanno avanzando alcune perplessità, nel nostro comune la geotermia viene coltivata da più di 50 anni (e nella zona circostante da oltre un secolo) e quindi c’è una convivenza ormai consolidata nella società civile, la popolazione la sente come parte integrante del territorio. Certo nel passato l’offerta lavorativa legata alla presenza di centrali rappresentava indubbiamente un fattore positivo, era una leva di sviluppo che favoriva l’accettazione. Adesso con le nuove tecnologie i dipendenti sono diminuiti ma questo ha anche stimolato un nuovo approccio culturale verso questa ricchezza del sottosuolo, con la nascita di nuove forme di sfruttamento di natura imprenditoriale. Ma anche la stessa Enel deve sforzarsi in questo senso, cercando di favorire il più possibile il tessuto economico locale. Questa nostra storia ci ha permesso di non avere visto nascere sul territorio comitati o cittadini contrari alla geotermia, anche se ovviamente ognuno è libero di avere anche opinioni diverse. Ad esempio nella frazione di Travale, dove insistono gli impianti, qualche perplessità è stata manifestata ma stiamo dialogando con i residenti attraverso il civile confronto e non ci sono vere proteste, e la questione è abbastanza serena e governata. Del resto è chiaro a tutti i miei concittadini che, se ci paragoniamo ai piccoli comuni montani sparsi in tutta Italia, si vede come la geotermia sia una risorsa che ci consente di avere risorse spendibili a favore dell’intera comunità. Siamo piccoli ma non siamo poveri».

In tema di finanziamenti poi state usufruendo anche delle risorse messe a disposizione del progetto europeo Geocom.

«Sì noi siamo il capofila di questo progetto che è ancora in corso, tra l’altro proprio la settimana prossima parteciperò in Ungheria alla riunione dei sindaci geotermici (La conferenza inaugurale del Mayors’ Geothermal Club, che si terrà a Budapest l’8 e 9 ottobre 2015, ndr). Grazie a questo progetto abbiamo cofinanziato sia una parte del teleriscaldamento sia la realizzazione della scuola di Boccheggiano, che diventerà a zero emissioni, oltre una serie di interventi a carattere pubblico e privato per consolidare il nostro impegno nell’efficientamento energetico del nostro patrimonio immobiliare. Nel capoluogo abbiamo dismesso completamente gli impianti termici da fonti fossili e stiamo procedendo nelle frazioni, anche con la creazione di Gruppi acquisto collettivi per favorire questo percorso».

E i contributi del fondo sulla geotermia come vengono utilizzati?

«La normativa ci impone di utilizzarli in investimenti (opere pubbliche) e non in spesa corrente. Adesso stiamo ragionando, anche grazie al Cosvig, anche di andare a investire in progettualità d’area nel campo socio-educativo. Questo anche perché spesso alcuni fondi importanti, per via del patto di stabilità, non possono essere materialmente spendibili, quindi perché non investire sul Cosvig per utilizzare tali risorse e attivare progetti con ricadute socio-assistenziali ma anche per la manutenzione della infrastrutture. Ecco allora che l’idea del Consorzio come società “in house” ci permette di avere un soggetto che sia in grado di farlo».

Qui avete recentemente inaugurato il teleriscaldamento, può darci qualche riscontro in merito al suo utilizzo e funzionamento?

«Io sono stato eletto quando i lavori erano in corso d’opera e adesso siamo nella fase di chiusura dell’appalto. Ritengo che complessivamente sia stato fatto un buon lavoro ed adesso arriva la vera sfida, cioè la gestione dell’impianto, sia da un punto di vista economico che tecnico visto che lo gestiamo direttamente noi come Comune. Sul primo versante da un lato occorre garantire tariffe sostenibili per gli utenti, dall’altro bisogna anche fare in modo che l’investimento non sia una rimessa e quindi si auto sostenga. Con i primi allacci e le prime bollette per adesso siamo ad un risparmio di oltre il 50% rispetto ai costi sostenuti con il riscaldamento da fonti fossili (gasolio e GPL) anche se stiamo ancora prendendo le giuste misure, ma siamo convinti che i risparmi saranno permanenti. Poi, oltre al risparmio economico per le famiglie e le imprese c’è l’aspetto della sostenibilità ambientale, che non può essere monetizzata nell’immediato, ma porterà anch’essa i suoi benefici. L’adesione della cittadinanza è stata massiccia e tutt’ora registriamo nuove richieste di allaccio, oggi siamo intorno al 65% degli abitanti e contiamo di raggiungere la totalità degli abitanti del capoluogo. Chi non è allacciato ha comunque la possibilità di accedere ad un bando per dotarsi di altri impianti ecocompatibili (caldaie a pellet, pompe di calore, ecc.)».

A Montieri sembra proprio valere il detto “piccolo è anche bello”.

«Da quando sono sindaco sto conducendo una battaglia per tutelare i piccoli comuni. Le norme nazionali che ci riguardano, come l’obbligo di unirsi nell’unioni comunali non credo sia la soluzione migliore per contenere i costi e garantire servizi migliori. Faccio parte di diversi network (dall’Anpci, Associazione nazionale piccoli comuni italiani all’Associazione comuni dimenticati) per portare all’attenzione il fatto che queste realtà non sono le zavorre o i centri di spesa da tagliare per garantire la sostenibilità del bilancio statale. La sopravvivenza di queste realtà è legata alla presenza di noi sindaci che garantiamo dei presidi territoriali, assumendoci delle responsabilità che nessuno immagina, con stipendi che sono un centesimo di quelli dei nostri parlamentari. Senza di noi ci sarebbe la desertificazione dei piccoli centri. Chi tutela il paesaggio o il dissesto idrogeologico, se tutti vanno a vivere in città? Noi rappresentiamo il 25% della popolazione nazionale e quindi vorremmo avere voce in capitolo nelle scelte che ci riguardano».