La Cina ritira i suoi lavoratori e minaccia sanzioni economiche

Violenze anticinesi in Vietnam: centinaia di feriti nell’assalto alle fabbriche della globalizzazione

[19 maggio 2014]

In Vietnam continuano gli attacchi ai lavoratori ed alle imprese cinesi, dopo che la Cina ha inviato una piattaforma petrolifere nelle acque delle isole Paracel, rivendicate da Pechino ma che il Vietnam considera suo territorio nazionale e Zone economica esclusiva (Zee).

Dopo i sanguinosi disordini anticinesi, la Cina ha annunciato che sospenderà in parte i progetti di scambi bilaterali con il Vietnam ed il portavoce del ministero degli esteri, Hong Lei, ha detto che «La Cina aumenterà il livello di allarme per la sicurezza dei turisti cinesi in Vietnam, chiedendo ai cittadini cinesi di non viaggiare nel Paese. Le gravi violenze contro le imprese straniere in Vietnam dal 13 maggio hanno fatto dei feriti ed hanno anche comportato per gli emigranti cinesi delle perdite materiali, il che sabota l’atmosfera e le condizioni per la comunicazione e la cooperazione. La Cina conta di prendere delle misure complementari secondo l’evolversi della situazione». Misure che sono arrivate praticamente subito: le principali agenzie di viaggio cinesi hanno sospeso i servizi con il Vietnam e la Ctrip.com, un’importante agenzia di viaggi cinese on-line ha chiesto ai sui clienti in Vietnam di ritornare subito in Cina, dicendo  che rimborserà loro integralmente il viaggio.

Intanto la situazione sembra essere sfuggita di mano al governo vietnamita e la Cina ha inviato due navi, la Wuzhishan e la Tongguling,  per evacuare i suoi immigrati in Vietnam, che sono arrivate oggi nel porto di  Vung Ang (Vietnam centrale), altre tre navi cinesi sarebbero in viaggio verso il Vietnam per evacuare i lavoratori immigrati. In Cina erano già rientrati all’aeroporto di Chengdu più di 290 lavoratori vittime dei disordini in Vietnam, un centinaio dei quali feriti, molti dei quali appartenenti al personale della China Metallurgical Group Corporation. In tutto sarebbero 135 gli operai cinesi rimpatriati feriti durante gli attacchi alle aziende cinesi nelle sola provincia vietnamita di Ha Tinh, mentre due lavoratori cinesi sono morti.

Fino ad ieri, l’ambasciata cinese aveva organizzato il rimpatrio di 3.000 immigrati  e l’agenzia ufficiale cinese Xinhua accusa: «Gli attacchi mortali contro le imprese e gli immigrati cinesi in Vietnam fanno seguito ad una serie di provocazioni da parte di Hanoï miranti a perturbare lo sviluppo di attività di trivellazione di una società petrolifera nel Mar della Cina Meridionale», che i vietnamiti chiamano Mare Orientale.

Ma i manifestanti vietnamiti se la sono presa anche con gli altri cinesi, quelli di Taiwan, e nella provincia di  Ha Tinh, un hanno attaccato un impianto siderurgico della Formosa Plastics di Taipei ed anche  gli operai della  19th Metallurgical Corporation (MCC19) che stanno costruendo la fabbrica sono stati rimpatriati.

Il ministro del commercio cinese, Gao Hucheng, a margine di una riunione ministeriale dell’Apec a Qingdaoha, nello Shandong, ha avvertito il suo collega vietnamita, Vu Huy Hoang, che se Hanoi non «Riporterà la situazione sotto controllo» le conseguenze economiche potrebbero essere persanti, intanto a oggi la compagnia cinese  Spring and Autumn Airline ha sospeso tutti i voli tra Shanghai ed il Vietnam e la China Eastern Airlines ha fatto la stessa cosa e rimborsato I biglietti già prenotati.

In un editoriale di Xinhua, chiaramente ispirato dal governo cinese, si legge: «Le violente manifestazioni organizzate da provocatori prive di ragioni nono possono essere giustificate con alcun pretesto e non potranno in alcun caso sostenere le rivendicazioni infondate di Hanoi sul territorio cinese e sulle sue acque che lo circondano nel Mar della Cina Meridionale. Il fallimento del governo vietnamita nell’impedire una tale tragedia o la sua inazione di fronte a tutto questo non possono che nuocere alla sua immagine di destinazione favorevole agli investimenti stranieri ad al turismo internazionale, il che potrebbe avere delle gravi conseguenze sull’economia del Paese. Gli attacchi omicidi e i disordini sociali hanno perturbato le attività delle imprese a capitale straniero ed intaccato la fiducia non solo degli investitori cinesi, ma anche degli investitori degli altri Paesi».

Insomma, Pechino sembra voler usare l’arma economica, minacciando di escludere il Vietnam dal club della globalizzazione, del quale fa parte come uno degli ultimi arrivati a più basso costo, per risolvere una disputa territoriale che ha le sue radici nelle secolari rivalità dei due Paesi e che nemmeno la comune lotta contro l’imperialismo americano, durante la guerra del Vietnam, riuscì a placare, con i cinesi che, a fine guerra, sostennero i Kmer  Rossi cambogiani e le milizie antivietnamite laotiane per contenere Hanoi e con frequenti scaramucce di confine dopo la guerra.

I cinesi dicono che la furia nazionalista anti-cinese è tracimata in una sorta di rivolta contro i simboli della globalizzazione made in Asia (ed evidentemente anche dello sfruttamento), colpendo o costringendo alla chiusura un gran numero di fabbriche sudcoreane, giapponesi e singaporiane e Xinhua ribadisce: «Una situazione così difficile inciterà certamente gli investitori stranieri a riflettere due volte prima di intraprendere delle attività commerciali in Vietnam, un’economia a forte crescita avida di capitali stranieri, o a rivalutare i rischi di tali investimenti». Che ad essere avida di investimenti sia soprattutto l’ossificata nomenklatura del Partito comunista vietnamita, sembra un dettaglio di poca importanza, ma è evidente che il nazionalismo della gente scesa in piazza in Vietnam si nutre anche dell’orgoglio e della storia di un popolo che si è liberato armi alla mano del dominio di grandi potenze come Francia ed Usa e che vive con molto fastidio l’ingombrante egemonia cinese. Ma la Cina è pronta a far valere il suo peso economico per tutelare quelli che ritiene i suoi legittimi interessi petroliferi sulle isole Paracel e questo potrebbe fare più male al Vietnam delle corazzate nella sua Zee o dei blindati cinesi al confine.