Elezioni: lo tsunami politico. Vince il M5S. La destra sfonda al Centro, crolla il Pd, sparisce la Sinistra

Il velocissimo declino del renzismo. Il tramonto del berlusconismo. La traversata del deserto della Sinistra

[5 marzo 2018]

I risultati di queste elezioni smentiscono molte convinzioni (anche nostre) e provocano una rivoluzione politica inattesa in queste proporzioni e modalità territoriali: il Movimento 5 Stelle diventa il primo partito superando agevolmente il 30% e sfondando al Sud, dove annichilisce il Pd e le destre governanti e ne diventa quasi il “partito etnico”. La prima coalizione diventa – come si presumeva – il centro-destra, che a trazione ed egemonia leghista è ormai destra-centro, tracimando in quelle che erano le regioni “rosse” e conquistando collegi in Toscana, Emilia Romagna, Umbria e Marche e ponendo seri problemi di governabilità progressista per Regioni che mai avrebbero pensato di veder trionfare candidati di destra e di vedersi superati dalla Lega ex Nord diventata Partito nazionalista che contende (con successo) a Fratelli d’Italia l’elettorato di destra ed estrema destra, seccando addirittura i rifornimenti ai fascio-nazisti di Casapound e Forza Nuova.

Sotto le macerie del terremoto elettorale del 4 marzo resta il Partito democratico, spinto testardamente nel baratro dalla folle corsa al centro del suo segretario Matteo Renzi che, non contento del disastro del referendum sulle trivelle e della tragedia di quello sulla Costituzione, ha portato, insieme al suo stuolo di yes-woman e yes-men, quello che fu il più grande partito della Sinistra europea al peggior risultato della storia, lasciandolo asserragliato – più per coincidenze numeriche che per radicamento sociale vero – in alcuni collegi della Toscana e dell’Emila Romagna e del Süd Tirol, dove però il centro-sinistra è rappresentato dalle liste conservatrici della Südtiroler Volkspartei, pronte come sempre ad aderire al governo di turno. Nel Sud il PD scompare invece dalla scena politica nazionale, pur governando tutte le Regioni meno la Sicilia.

In alcuni collegi “sicuri” di quelle che furono le Regioni “rosse” i ministri e i sottosegretari PD subiscono umilianti sconfitte da perfetti sconosciuti  pentastellati o aprono le porte alla destra in collegi deve si è fatta la storia della sinistra e del movimento operaio del nostro Paese.

Una debacle totale che probabilmente porterà alle dimissioni annunciate di Matteo Renzi (che avrà il buonsenso e il pudore di fare finalmente davvero come gli altri leader sconfitti in Europa), una debacle che non ha nemmeno la possibilità della scusa dolceamara dei voti rubati dai fuoriusciti a sinistra del PD: Renzi perde al nord a vantaggio della Destra (e del M5S) e al sud le sue liste piene di personaggi indecenti vengono spazzate via da un Movimento 5 Stelle che si impadronisce di un elettorato stufo di una vecchia politica fatta dai soliti rottami collusi che Renzi aveva proclamato di rottamare in quattro e quattr’otto. Si potrebbe dire che è il morto che afferra il vivo, se non fosse che il renzismo era in realtà ormai morto da oltre un anno e che l’operazione di rianimazione artificiale con Gentiloni non è riuscita. Non ha pagato la svolta centrista che è arrivata all’assurdo di costituire una “coalizione di “centro-sinistra” riuscita nell’impossibile impresa di realizzare in provetta due alleati (+Europa della Bonino e Insieme della Lorenzin alla quale ha sciaguratamente aderito ciò che resta dei Verdi) più a destra del Pd che non hanno nemmeno superato il quorum.

Il PD non ha alibi da cercare nel voto a quel che resta della sinistra, in Liberi e Uguali. L’epicentro del potente sisma che ha innescato lo tsunami del 4 marzo non è rintracciabile lì. Il risultato di LeU è così deludente da aver sfiorato la catastrofe di un non superamento del quorum del 3%. Non è qui che Renzi e il suo giglio magico devono cercare i voti persi.

La fusione a freddo tra Sinistra Italiana, Possibile e gli ex PD di Movimento democratico progressista è implosa. Pur mettendo in campo in extremis generosità personali come quella di Pietro Grasso e un ottimo programma, pieno di ambiente, green economy e nuovi lavori e diritti del futuro, LeU ha superato di poco l’asticella del 3% – le percentuali di solito raggiunte e superate da Sinistra ecologia e Liberta/SI da sola – dimostrando dolorosamente sulla sua pelle due cose: 1, il pericolo per un PD spostato a destra dopo aver massacrato, irriso e vilipeso la sinistra interna non veniva da sinistra (dove anzi andavano cercate alleanze e ancoraggi); i fuoriusciti del PD con tutta la loro controversa storia – e forse proprio per quella – non hanno portato voti a Liberi e Uguali, anzi, probabilmente, sono stati la ragione maggiore per la quale molti potenziali elettori di LeU hanno votato M5S e altri (pochi a quanto dicono le cifre) per Potere al Popolo, una delle poche forze politiche a festeggiare nonostante un miserevole 1,2%. Ma se i ragazzi dei centri sociali che hanno egemonizzato la lista e la campagna elettorale – fatta sui social media tutta contro LeU – stanotte festeggiavano divertiti in un bar romano per questa avventura in territorio incognito, non crediamo siano altrettanto contenti i Partiti che li hanno sponsorizzati: Rifondazione Comunista, Sinistra anticapitalista e Pci di Mauro Alboresi, ormai scomparsi dallo schermo politico italiano.

Anche in un’epoca di forze politiche liquide e senza radicamento territoriale, Liberi e Uguali non è sembrata credibile e, bersagliata dal fuoco di PD da destra e Pap da sinistra, non ha avuto il tempo e il modo di far conoscere il suo programma e di dimostrare di essere davvero un nuovo progetto di sinistra, permettendo che venisse fatto l’errore di lasciarsi identificare proprio in quella parte meno elettoralmente attraente – come ha dimostrato anche il voto nei collegi – proveniente dal PD.

Come un Re Mida alla rovescia, tutto quel che è stato toccato o è stato messo in relazione con il PD durante la rapidissima parabola politica e umana di Renzi è stato travolto. Anche LeU è rimasta sotto quelle macerie nelle quali qualcuno dovrà prima o poi scavare per ricominciare a costruire, magari cominciando dal darsi un nome, un simbolo e un’organizzazione territoriale che ricordino la sinistra. I giuramenti e gli impegni elettorali in tal senso ci sono, il popolo di sinistra umiliato deve chiedere a Fratoianni, Civati, Grasso, Muroni, e agli ex PD di ricordarseli e di fare subito i necessari passi indietro ed avanti, senza perdersi in chiacchiere sul post-voto nel quale LeU ha poche carte da giocare, e tutte di rimessa sulle puntate di altri.

Questo, naturalmente, se davvero qualcuno ha cuore il destino della Sinistra, senza la quale, come hanno dimostrato anche le elezioni del 4 marzo (e addirittura il democristiano berlusconiano Lupi), la democrazia è monca.

La traversata del deserto della Sinistra italiana comincia da qui: da questa sconfitta umiliante e storica. Questa volta la rottamazione è avvenuta davvero, è stata brutalmente eseguita dall’elettorato fino quasi all’eutanasia. Una rottamazione spietata che, oltre al re dei rottamatori, ha rottamato i suoi avversari interni, usciti dal PD come sempre troppo tardi e male, quasi per consunzione… ma questa è la storia della sinistra italiana post-PCI. Una rottamazione auto inflitta che ha rischiato di azzerare completamente la Sinistra da un panorama politico italiano che oggi è irriconoscibile come dopo uno tsunami.

Dalle sconfitte, anche gravissime come questa, si può ripartire ma non può farlo chi ha guidato ciò che resta della Sinistra italiana alla più grave umiliazione della sua storia.

E l’ora non di una nuova ed inutile rottamazione, ma di farsi indietro e lasciare che braccia, cuori e cervelli freschi sgombrino le macerie delle tsunami e ricomincino a ricostruire il futuro in mezzo alla pioggia che cade come lacrime.