Emergenza sanitaria per gli indios Awá appena contattati in Brasile (Fotogallery)

Gli indios rifuggivano al contatto ma ora sono circondati dai taglialegna

[16 aprile 2015]

Survival interational lancia un nuovo allarme: «Una donna della tribù più minacciata del mondo, gli Awá, sta lottando per sopravvivere al contatto, avvenuto nella foresta amazzonica del Brasile nord-orientale. La donna si chiama Jakarewyj ed ha contratto l’influenza e una grave malattia respiratoria a fine dicembre, «Quando il suo gruppo, ancora completamente isolato, era stato circondato dai taglialegna e contattato – dice Survival – Da allora la sua salute è gravemente peggiorata e oggi è ridotta pelle-ossa».

Secondo quanto hanno detto al Conselho indigenista Missionário (Cimi) gli  indios Awá stanziali del villaggio nella Terra Indígena (TI) Caru, a nordest dello stato del Maranhão, in cui oggi vivono Jakarewyj e la leader del gruppo, Amakaria, il marito di Jakarewyj e altri loro famigliari sarebbero morti precedentemente nella foresta, sempre a causa dell’influenza: «Erano circondati dai taglialegna. Sentivamo vicino a noi i rumori delle motoseghe e dei trattori che aprivano strade per trasportare il legno, e c’erano molti alberi marcati per essere abbattuti».

Oggi, secondo la  Fundação Nacional do Índio (Funai), sopravvivono solo  400 Awá che vivono in 4 TI: Alta Turiaçu, Awa, Caru e Araribóia, la più devastata di queste, l’Awa, tra il 201 e il 2013 ha visto l’occupazione di oltre il 35% del suo territorio e, come dice l’indio Awá Tiparajá, «Senza la natura, senza la foresta, anche noi finiremo». Infatti questo piccolo popolo dipende profondamente dalla foresta, vive di caccia e di raccolta di frutta, quindi senza più alberi muoiono semplicemente di fame.

Come spiega Fiona Watson di Survival International, gli Awa sono i più a rischio «In primo luogo perché sono nomadi e i popoli nomadi sono molto vulnerabili perché nessuno sa veramente cosa sta loro succedendo, perché sono ben nascosti nella foresta. Quindi è molto facile da tagliare la foresta e addirittura ucciderli. E’ quello che sta succedendo. Anche perché sono un numero molto ridotto».

I popoli incontattati sono le società più vulnerabili del pianeta. Il primo contatto causa spesso la diffusione di epidemie devastanti, che possono portare alla decimazione di intere tribù. Gli Awá e Survival International chiedono alle autorità brasiliane di inviare al più presto un team sanitario di specialisti per curare Jakarewyj.

La foresta egli Awá negli anni ’80, quando fu avviato il progetto minerario del   Gran Carajá, finanziato dall’Unione Europea e dalla Banca Mondiale, è stata invasa da boscaioli, coloni e allevatori, Nel gennaio 2014, dopo due anni di pressioni di Survival International il governo brasiliano ha espulso gli illegali da uno dei territori Awá e ultimamente sarebbero state chiuse 173 segherie abusive e rase al suolo diverse piantagioni di marjuana  sorte intorno al territorio della tribù. L’agente dell’Instituto Brasileiro do Meio Ambiente (Ibama) Roberto Cabral, spiega che  «L’obiettivo è decapitalizare l’autore del reato. In realtà sono criminali che rubano legno impossessandosi di terra indigena e di un’area protetta. Dobbiamo svuotargli le tasche».

Ma Survival dice che «All’inizio di questa settimana, tuttavia, il gigante minerario Vale ha iniziato a lavorare per espandere la linea ferroviaria che attraversa la foresta della tribù. Gli Awá sono contrari all’espansione perché, dicono, farà fuggire la selvaggina di cui si nutrono, e porterà più rumore e nuove invasioni nella loro terra. Le autorità devono ancora implementare un piano di protezione a lungo termine per impedire ai taglialegna di ritornare e fermare le invasioni di altri territori».

In realtà i veri responsabili di questo business illegale e genocida stanno ben nascosti e in prima linea mandano boscaioli che sono solo altre vittime dello sfruttamento e del  lavoro forzato.  Carlos Travassos , capo del Dipartimento índios isolados della Funai brasiliano per gli Indiani isolati, spiega che «Le popolazioni dei dintorni, le popolazioni non indigene, sono molto povere, c’è difficoltà a produrre reddito per queste popolazioni che finiscono coinvolte anche in attività illecite» e un accampamento clandestino di boscaioli può abbattere 500 alberi al giorno. Travassos continua: «La  gente deve pensare che il Brasile è uno dei due ultimi Paesi con la presenza di popoli indigeni isolati, all’interno del Brasile il popolo Awá-Guajá  è ad un livello di alta vulnerabilità, quindi minacciato realmente da un crimine di genocidio, che si sta perpetrando con queste attività illecite, di sfruttamento di materie prime».

Il direttore della protezione ambientale dell’Ibama,  Luciano Evaristo de Menezes, non ha dubbi: «Dobbiamo inasprire le leggi ambientali. Pe i reati ambientali danno un massimo di 4 anni di carcere (…) Gli indiani sono i primi difensori della foresta e, che piaccia o no, i taglialegna hanno  paura degli indiani. Quindi dobbiamo preservare l’indio per  preservare la foresta». L’esempio lo hanno dato gli indios  Guajajara che si sono uniti per  fermare la deforestazione delle terre  indigene: hanno creato un piccolo gruppo, composto da 24 indiani, i “guardiões” (guardiani) che controllano i punti dove cercano di infiltrarsi i taglialegna illegali. «Sono stato minacciato più volte, ma non mi farò intimidire», ha detto il cacique Antonio Guajajara.

Ma gli  Awá sono troppo pochi ed uno di loro racconta: «I bianchi hanno ucciso mia moglie e mio figlio. Sono stati uccisi nella foresta con un’arma di ferro. Ero un padre e uno dei miei figli è morto». Non resta che resiste a quello che la  Watson riassume così: «Scompare una visione di un intero mondo, l’intera storia di un popolo, le loro conoscenze, ma penso che scompaia  anche una parte della ricchezza e della diversità dell’umanità. Perdiamo noi tutti».

Travassos  sottolinea che la situazione post-contatto è sempre molto complicata perché gli indios incontattati non hanno sviluppato l’immunità a molte malattie che per noi sono poco più di un fastidio. Possono morire er un semplice raffreddore ed i primi due anni dopo il contatto o dopo che gli indios decdono di andare a vivere nella “civiltà” sono i più pericolosi.  Travassos  non sa se i giovani indios che hanno cercato volontariamente il contatto e si sono trasferiti nei villaggi torneranno nella foresta: «Penso che sia troppo presto per dirlo. Ci aspettiamo anche che non resteranno qui in maniera permanente, ma devono poter essere liberi di scegliere il percorso che desiderano».

Il Direttore di Survival International, Stephen Corry, conclude: «Questa terribile situazione dimostra che è essenziale che il governo metta in atto un piano sanitario appropriato per gli Indiani incontattati.  Naturalmente, queste tragedie non avverrebbero se la legge venisse rispettata e la terra delle tribù incontattate fosse protetta. Il Brasile deve agire al più presto per impedire che muoiano altri Awá innocenti».