Nel trentennale del disastro nucleare ancora 8 milioni di persone vivono nelle zone contaminate

Trent’anni dopo Chernobyl la situazione è ancora fuori controllo

Rimandato a novembre 2017 il completamento del sarcofago che deve coprire il reattore con 180 tonnellate di combustibile

[22 aprile 2016]

Chernobyl 1

L’Ucraina, la Bielorussia, ma anche gran parte dell’Europa, sono state segnate da una catastrofe nucleare iniziata a Chernobyl il 26 Aprile 1986 e che non è ancora finita.  Il 26 aprile di 30 anni fa il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, nell’allora Repubblica socialista sovietica dell’Ucraina, esplose proiettando nell’atmosfera enormi quantità di radioelementi, ma le prime evacuazioni della popolazione cominciarono solo il giorno dopo e alla fine venne istituiota dal governo dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (Urss), una zona di esclusione di 30 km di raggio. Quella che veniva presentata come una centrale sicura si trasformò nel più grande disastro nucleare civile della storia e per mesi i pompieri sovietici e poi migliaia di “liquidatori” – tra 600.000 e 900.000 persone, soprattutto giovani reclutati in tutta l’Urss – cercarono di spegnere il mostro radioattivo in condizioni sanitarie catastrofiche. Riuscirono così a salvare l’Urss e l’Europa da un’altra catastrofe ma in molti pagarono il loro eroismo con la vita e con malattie croniche.

Oggi Legambiente fa un bilancio di quella tragedia: «Sono passati 30 anni dall’incidente nucleare di Cernobyl e la situazione in Bielorussia, Russia e Ucraina è ancora gravissima. Ancora 3 milioni di persone vivono in zone dove i livelli di contaminazione continuano a essere elevati soprattutto nelle derrate alimentari, con altissimo tasso di tumori e leucemie soprattutto nei bambini, che sono i soggetti più vulnerabili. Solo in Bielorussia sono oggi 1.141.000 le persone, di cui 217.000 bambini, che vivono nelle zone contaminate, dove si registra un aumento del carcinoma capillifero della tiroide, di un precoce sviluppo di cataratta e di leucemie. E come se non bastasse, a questo scenario si somma anche l’insensata costruzione della nuova centrale nucleare di Ostrovets, nel nord della Bielorussia, a soli 55 km dal confine con la Lituania».

Cifre che secondo la coalizione no-nuke francese Réseau “Sortir du nucléaire”  sono più alte se si prendono in considerazione anche le aree colpite fuori dall’epicentro:  «Più di 3,5 milioni di persone vivono ancora in zone contaminate in Ucraina, 2 milioni in Bielorussia e 2,7 in Russia. Alcuni radioelementi proiettati in massa durante l’esplosione sono sempre presenti nei suoli, sono entrati nella catena alimentare, come il Cesio 137 e lo stronzio 90, i cui effetti nocivi non termineranno che fra 3 secoli. L’accumulo di Cesio 137 nell’organismo va di pari passo con un aumento spettacolare dei tassi di cancro e di patologie cardiovascolari, in particolare nei bambini, ma colpisce anche l’insieme del sistema degli organi vitali. Provoca anche delle malformazioni congenite, cancri, leucemie, malattie neuropsichiche, endocrinologhe, oftalmiche, infettive ed autoimmuni e aumento della mortalità perinatale».

La disinformazione sugli impatti reali del disastro nucleare di Chernobyl non è mai cessata, ha avuto una pausa solo 5 anni fa con la nuova tragedia di Fukushima Daiichi, e  “Sortir du nucléaire”   evidenzia che «Davanti all’aumento dei tassi di malformazioni congenite (passati tra il 2000 e il 2009 dal 3,5 per 1.000 al 5,5 per 1.000), la risposta del ministero della sanità della Bielorussia è stata quella di chiudere l’unico istituto di ricerca sulle malattie ereditarie e congenite, così come l’Istituto di radio-patologia di Gomel». Secondo lo studio “Chernobyl. Consequences of the catastrophe for people and the environnement” il disastro nucleare avrebbe provocato 985.000 morti premature tra il 1986 e il 2004.

Anche la crisi politica e la guerra in Ucraina hanno pesanti conseguenze sul post-Chernobyl: secondo l’Ong austriaca Global 2000, «Lo Stato ucraino non è più in grado di finanziare un sistema sanitario già debole e alcune terapie contr il cancro destinate ai bambini non sono più disponibili nel nord del Paese».

Di fronte a questo quadro che pochi conoscono e che troppe fonti ufficiali, a partire dall’International atomic energy agency, minimizzano, Angelo Gentili, responsabile Legambiente solidarietà, sottolinea che «Abbiamo il dovere di occuparci delle popolazioni colpite dal disastro partendo proprio dai bambini, che sono i soggetti più vulnerabili. Il nostro aiuto passa principalmente dal Progetto rugiada che ogni anno garantisce a 100 bambini, provenienti dalle zone maggiormente contaminate, un soggiorno di un mese in un centro specializzato della Bielorussia dove ricevono visite sanitarie e cibo non contaminato e dove posso giocare e fare attività didattiche».

Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, sottolinea: «Anche se sono passati 30 anni dall’incidente del 26 aprile 1986, la situazione continua a essere grave e le persone, soprattutto i bambini, continuano ad ammalarsi. L’incidente di Cernobyl dimostra non solo l’assurdità della scelta nucleare ma anche l’impossibilità di gestire e controllare le conseguenze di un tale incidente. Chiediamo alla Commissione europea e alla Comunità internazionale di intervenire per mettere subito in sicurezza il reattore che ancora contiene 180 tonnellate di combustibile».

Il Cigno Verde denuncia  che «Sulla messa in sicurezza della vecchia centrale, infatti, continuano a esserci ritardi importanti. Il vecchio sarcofago che protegge da trent’anni il reattore 4 ha 1000 metri quadrati di crepe, mentre il nuovo sarcofago chiamato “The Arch” doveva essere completato finalmente quest’anno, ma il termine dei lavori è stato rimandato a novembre 2017. The Arch, alto 110 metri, lungo 164 e largo 257, sarà realizzato con 29mila tonnellate di strutture metalliche e durerà soltanto un secolo».

Il reattore sventrato dall’esplosione di 30 anni fa conterrebbe ancora il 97% degli elementi radioattivi e rappresenta ancora una grande minaccia: il sarcofago di cemento realizzato dai liquidatori e poi rafforzato via via negli anni è pieno di crepe e nel 2013 una parte è crollata. Il cantiere faraonico messo in piedi da un consorzio Vinci – Bouygues costa più di 2 milliardi di euro e l’Ucraina ha contribuito solo per l’8% il resto è stato finanziato dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e dalla comunità internazionale. Mancanza di fondi e problemi tecnici hanno ritardato i lavori  che dovevano terminare entro il 2015, poi nel 2016, ora si parla di novembre 2017.

Ma l’escalation della crisi ucraina e della violenza nel Paese tra nazionalisti e filo-russi ha fatto ricomparire lo spettro di un nuovo disastro nucleare. “Sortir du nucléaire”  spiega che «Il Paese conta ancora su numerose cem ntrali in attività, tra le quali quella di Zaporizhzhya, che conta 6 reattori. In caso di operazioni militari, come assicurare la sicurezza di questi siti? Anche se vengono chiusi, come garantire che rimangano approvvigionati dui elettricità perché possa proseguire il raffreddamento?»

Domande che non sono affatto allarmistiche, visto che nel novembre 2015 un gruppuscolo nazionalista ucraino della Crimea ha distrutto dei tralicci dell’alta tensione, provocando un black-out che ha colpito  2,5 milioni di persone e che ha interrotto l’alimentazione per 2 centrali nucleari, compresa quella di Zaporizhia che è stata fermata urgentemente.

“Sortir du nucléaire”  conclude: «30 anni dopo l’esplosione del reattore, la catastrofe è sempre là e ci resterà per lungo tempo. A nome di tutte le vittime passate, presenti e future  dobbiamo assolutamente ricordare la sua terribile attualità. E fare di tutto per impedire un nuovo incidente».