Davvero non abbiamo imparato niente su energia e territorio?

A 51 anni dalla tragedia del Vajont torna di moda il fracking in Italia

La commissione Bilancio della Camera chiede venga cancellata la norma che vieta la fratturazione idraulica

[9 ottobre 2014]

Il 9 ottobre di 51 anni fa, esattamente alle 22:39, una mastodontica mole di pietre e detriti – si stima i metri cubi fossero 280 milioni – franarono giù dal monte Toc per affondare nel lago artificiale creatosi alle spalle della diga del Vajont, costruita per generare energia elettrica (rinnovabile) con criteri che, col senno di poi, vennero giudicati in processo penalmente rilevanti. Il risultato fu un’onda enorme che precipitò in un abisso di morte tutto il territorio circostante e ciò che vi viveva, uomini compresi.

Da qui a dire che la lezione (almeno questa) è stata effettivamente assimilata il passo è ancora troppo lungo. La gestione intelligente del territorio e delle risorse che custodisce è un risultato al di là da venire, tanto che alla vigilia della tragedia del Vajont all’interno delle aule parlamentari, in particolare quelle della commissione Bilancio della camera (presieduta da Francesco Boccia, PD) si è consumato l’impensabile.

Come riporta l’agenzia di stampa Public Policy, una delle condizioni del parere favorevole della commissione al già controverso Collegato ambientale, attualmente all’esame della commissione Ambiente, è che ne venga soppresso «l’articolo 26-te, recante divieto di tecniche di stimolazione idraulica mediante iniezione nel sottosuolo, poiché non si possono escludere effetti finanziari negativi derivanti dalla prevista automatica decadenza dalle concessioni e dai permessi in essere». Ovvero, che venga cancellata la norma (introdotta nel testo da Enrico Borghi e Alessandro Bratti, anch’essi del PD, anche su proposta del M5S) che impedisce in Italia la tecnica di estrazione di gas e petrolio tramite fratturazione idraulica, il cosiddetto fracking. Una tecnologia energetica ben peggiore di quella idroelettrica protagonista suo malgrado nel Vajont, che sfrutta combustibili fossili portandosi sulle spalle gravi forme d’inquinamento diretto – in primis delle falde idriche – e pesantissime accuse che la vedono direttamente coinvolta nello stimolare l’arrivo di terremoti. La testarda risposta di Borghi, che rilancia affermando che alla fine il divieto di fracking rimarrà, inserito direttamente nello Sblocca Italia, è ammirevole ma non rassicura.

E fa scoprire come ancora ci sia da scavare, nei detriti della memoria italiana sepolti da 51 anni di incuria, perché la storia del Vajont sia davvero appresa. Quel che oggi rimane di quella tragedia è un francobollo lanciato in commemorazione da Poste italiane, molte parole di cordoglio e rammarico e una lezione per la gestione del nostro territorio che non dovremmo dimenticare. In questo 51esimo anniversario tocca a Matteo Renzi tentare di ricordarne il messaggio, per la prima volta in veste di premier. «La difesa del territorio non è una priorità: è LA priorità – scrive in una lettera inviata al sindaco di Longarone, Comune distrutto e poi risorto dalle ceneri della terribile notte del Vajont – La memoria non basta e non bastano i moniti: a noi è chiesto di prevenire. Perché il sacrificio di quelle vite e di quei territori non diventi vano».

«E’ difficile – afferma Renzi – trovare parole, anche dopo 51 anni, per un dolore che non passa. E che ritroviamo lì, ogni anno, prigioniero di quei duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia che spazzarono via cinque paesi e uccisero 1.910 persone. Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè: nomi scolpiti nella memoria nazionale. Ma la memoria non basta. Ed è per questo motivo che Longarone e il Vajont sono stati tra i punti di partenza anche della mia campagna per le primarie. Quando ho ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti al disastro ho sentito risuonarmi dentro due sole parole: mai più. Longarone è un monito. Ma la memoria, dicevo, non basta e non bastano i moniti: a noi è chiesto di prevenire. Perché il sacrificio di quelle vite e di quei territori non diventi vano».

Renzi ha ragione, e nel suo programma di governo il tema del dissesto idrogeologico è riuscito a ritagliarsi uno spazio. In attesa di risultati e investimenti concreti che ancora scarseggiano, è già qualcosa. Ma gli annunci, appunto «non bastano». Aspettando la prova più coraggiosa, quella dei fatti, si continua sadicamente a muoversi in direzione opposta.