Abbattimento del bombardiere russo, l’eterna guerra per il petrolio e il Kurdistan

Erdogan alza la tensione per continuare a massacrare i kurdi e a trafficare petrolio con il Daesh

[25 novembre 2015]

Erdogan petrolio Isis

L’abbattimento del bombardiere russo Sukhoi SU-24 al confine turco-siriano e la successiva uccisione da parte di milizie jihadiste turcomanne anti-Assad di uno dei due piloti che erano riusciti a lanciarsi, mentre stava ancora scendendo col paracadute (l’altro sarebbe stato tratto in salvo da un commando siriano), hanno mandato Putin su tutte le furie. Poi i ribelli anti-Assad avrebbero colpito almeno uno dei due elicotteri russi mandati a cercare i due piloti abbattuti.

Mosca prevede di sospendere la cooperazione militare con Ankara e lo stato maggiore russo ha ordinato che ogni attacco dei bombardieri in Siria sia scortato dai caccia;  che la difesa aerea sia potenziata con l’impiego dell’incrociatore lanciamissili Moskva, già al largo della costa di Latakia «con l’obiettivo di distruggere qualsiasi bersaglio che possa costituire un pericolo». Intanto le agenzie di viaggio russe hanno bloccato i voli verso la Turchia e Lavrov ha invitato  i cittadini russi a non recarsi in quel Paese. Il nazionalismo russo è alle stelle e i social network traboccano di messaggi, a partire dagli hashtag #НеЕдувТурцию (Io non vado in Turchia) e #УдарВСпину (Colpo alle spalle).

I russi confermano – e probabilmente hanno ragione . che il SU-24 abbattuto da un jet F-16 turco non aveva violato lo spazio aereo della Turchia e che comunque non costituiva un pericolo per Ankara. Secondo questa ricostruzione, sarebbe stato il caccia turco a invadere lo spazio aereo siriano per abbattere il bombardiere russo che è caduto a 4 km dal confine con la Turchia, in un’area controllata dai ribelli della Free Syrian Army che, secondo i russi, sarebbero sostenute da combattenti islamisti ceceni e di altre repubbliche caucasiche russe, non certo i “moderati” di cui parlano la Turchia e la Nato.

La Turchia sostiene di aver abbattuto il bombardiere russo nello suo spazio aereo, dopo che il SU-24 aveva avuto 10 avvertimenti in 5 minuti (in realtà sarebbero 2, molto ravvicinati e senza aspettare risposta) mentre si avvicinava al territorio turco.  Il presidente turco Tayyip Erdogan, che Mosca considera l’ispiratotre diretto dell’attacco, ha detto che «Nessuno dovrebbe dubitare che abbiamo fatto del nostro meglio per evitare questo ultimo incidente. Ma tutti dovrebbero rispettare il diritto della Turchia per difendere i propri confini».  Il problema è che la Turchia è la prima a violare i confini dell’Iraq e della Siria, sia aerei che terrestri, per compiere azioni di guerra prolungate a caccia dei guerriglieri kurdi e che i russi e i siriani segnalano continue violazioni dello spazio aereo della Siria da parte di caccia turchi che, con la scusa di attaccare il Daesh, sparano contro le milizie progressiste kurde siriane.

Nonostante una solidarietà atlantica di facciata, l’irritazione nelle cancellerie occidentali è grande e molti pensano che l’abbattimento del SU-24 sia un “trappolone” di Ankara per alzare la tensione e spingere l’Occidente a chiudere gli occhi sull’offensiva turca nelle città del Kurdistan, dove – tra il silenzio e l’indifferenza del mondo –  sta bombardando interi quartieri e procedendo ad una vera e propria pulizia etnico/politica.  Il presidente americano Barack Obama e quello francese Francois Hollande – che ha stretto un’alleanza con Putin per colpire le basi dello Stato Islamico/Daesh –  hanno esortato la Russia e la Turchia a non provocare un’ulteriore escalation del conflitto. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, sottolinea l’importanza di rispettare gli accordi: «Noi sosteniamo l’integrità del nostro alleato della Nato, la Turchia», ma ha rivolto un appello a Mosca ed Ankara perché riducano la tensione e discutano di come evitare incidenti simili. Poi ha rivoto alla Russia – alleata di Bashi al Assad – la solita accusa abbastanza ridicola di «concentrare i suoi attacchi nelle parti della Siria dove il Daesh non è presente», che è poi quello che fa la Turchia con i kurdi autonomisti del Rojava.

L’azzardo di Ankara preoccupa la Germania: il vice-cancelliere tedesco, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, ha definito «imprevedibile» le azioni dell’esercito siriano e ha detto che  «Questo incidente mostra per la prima volta che abbiamo di fronte un protagonista che è imprevedibile, è la Turchia e non  la Russia. La Turchia svolge un ruolo delicato nel conflitto siriano».

Il SU-24 è stato abbattuto alla vigilia di una visita del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov  ad Ankara – che l’ha subito annullata – e mentre Vladimir Purtin riceveva il re di Giordania Abdallah II e nessuno può credere che si tratti di coincidenze. A cominciare da Putin che ha subito definito l’attacco turco «Un colpo alla schiena  realizzato da dei complici dei terroristi» e poi ha aggiunto: «La Russia ha sempre trattato la Turchia non solo come vicino, ma come amico. Non so chi avesse bisogno di questo incidente, ma non certo noi». E ha fatto notare che «Invece di stabilire un contatto immediato con la Russia dopo l’incidente con il SU-24, la Turchia si è rivolta alla Nato, come se fosse stata la Russia ad abbattere un loro aereo».

Putin ha paragonato il ricorso turco alla Nato ad un’alleanza pro-Stato Islamico: «Io comprendo che ogni Stato ha i suoi interessi regionali e noi li trattiamo sempre con rispetto. Ma non tollereremo mai che abbiam no luogo simili crimini. E’ evidente che l’aereo russo non minacciava la Turchia. Questo incidente oltrepassa ampiamente il quadro ordinario della lotta al terrorismo».

Putin alla fine ha messo il coltello nella piaga aperta delle complicità turche (e della cosiddetta opposizione moderata siriana) con i miliziani neri del Daesh: «Abbiamo sottolineato da lungo tempo che sul territorio della Turchia affluisce una gran quantità di petrolio e di prodotti petroliferi provenienti dai territori occupati. Questo procura importanti entrate alle formazioni armate. Se l’ISIS ha così tanti soldi, decine di milioni, forse miliardi, e agisce così sfacciatamente, è perché ha la protezione dei militari di un Paese». Cioè la Turchia..

E’ chiaro che i turchi sono inferociti per l’alleanza di fatto che i russi hanno stretto con i kurdi siriani, gli unici che sono riusciti a sconfiggere sul campo i tagliagole islamo-fascisti del Daesh,  e Kurdish Question scrive che «Il presidente russo Vladimir Putin ha finalmente detto al mondo ciò che i kurdi sono stati dicendo da oltre un anno. Che lo Stato turco, è il presidente Recep Tayyip Erdogan e il governo dell’AKP stanno facilitando, sostenendo e beneficiando del terrore portato dall’ISIS (Daesh)».

Il giornale on-line kurdo, vicino al PKK e ai kurdi del Rojava, ricorda che «La Russia ha recentemente intensificato la sua lotta contro l’ISIS in Siria ed era stata avvertito apertamente dalla Turchia e da Erdogan di smetterla». Per contrastare gli attacchi russi ai convogli petroliferi, la Turchia avrebbe stretto ancora di più la sua alleanza con le milizie turcomanne siriane, armate, addestrate e finanziate direttamente da Ankara ed affiliate a gruppi jihadisti come Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra (la filiale al-Qaeda in Siria), gente che è difficile spacciare per “moderati”.  Nei giorni scorsi si era addirittura diffusa la voce che i jet russi avessero bombardato delle navi cisterna di proprietà di Bilal Erdogan, figlio del presidente turco, che trasportavano il petrolio dello Stato Islamico dalla Siria alla Turchia. Probabilmente non è vero, ma la Russia ha comunque prove sufficienti che la Turchia acquisti illegalmente il petrolio dal Daesh e, secondo quanto dice l’ex capo dei servizi segreti militari turchi, il generale Ismail Hakki Pekin, Mosca potrebbe portare Ankara di fronte alla Corte di giustizia internazionale. In un intervista a Sputnik, l’edizione estera di Ria Novosti, Hakki Pekin ha confermato quanto dice Mosca: «Dei terroristi uiguri e ceni costituiscono la maggior parte della popolazione che vive nella regione di Bayir-Bucak, dove è avvenuto l’incidente. Abbattere un aereo impegnato in un’operazione contro questi elementi terroristi è stato un errore grossolano. Il SU-24 russo non costituiva nessuna minaccia per la Turchia e non mostrava un comportamento ostile. La Russia potrebbe utilizzare le informazioni riguardanti la vendita di petrolio da parte dei terroristi attraverso il territorio turco per tradurre Ankara davanti alla giustizia internazionale. Se questo avvenisse, la Turchia si ritroverebbe davvero in una situazione difficile». Ma secondo il generale turco, Mosca potrebbe anche reagire in un’altra maniera all’abbattimento del suo bombardiere: «Ricordatevi le sanzioni decretate dalla Russia contro la Georgia nel 2008 e quelle inflitte all’Ucraina nel 2014. Inoltre, in risposta all’intensificazione delle attivitàò della Nato, la Russia ha dispiegato dei sistemi di missili Iskander sul suo litorale del Mar Baltico. Mosca in questo campo possiede un potente potenziale».

Khalaf al-Muftakh, della direzione del Baath, il partito al potere in Siria, ha detto che «La distruzione del SU-24 dimostra che Ankara disapprova l’operazione russa contro i terroristi. La Turchia è ostile all’alleanza russo-siriana che ha dato risultati positivi in due mesi. Sapeva che l’aereo russo non la minacciava, ma che costituiva una minaccia per i gruppi terroristi». Al-Muftakh, come tutti i siriani filo-Assad e i kurdi, è convinto che Erdogan sostiene i jihadisti siiani e in particolare il Daesh: «La Turchia ha tutto l’interesse ad avere una simile organizzazione nei Paesi vicini, perché le fabbriche e gli impianti industriali situati nel nord della Siria sono stati trasferiti in Turchia. Dobbiamo parlare del traffico petrolifero raticato dai terroristi attraverso la Turchia? Aggiungete a questo l’abitudine a rubare l’elettricità prodotta nel nord della Siria. Gli attacchiche prendono di mira queste fonti di entrate illecite turche, soprattutto le colonne petrolifere del Daesh, hanno spinto la Turchia ad attaccare l’aereo russo. Degli uomini di affari turchi sono gli intermediari tra il DAesh e il mercato mondiale del petrolio. Comprano a basso costo il petrolio rubato dallo Stato Islamico e lo rivendono a Paesi terzi». L’esponente siriano non ha dubbi: «Ankara si sforza di provocare un conflitto tra la Russia e la Nato per offrire ai terroristi in Siria la possibilità di rafforzare e propagare la loro influenza. Durante il summit del G20 ad Antalya, Vladimir Putin ha dichiarato che il terrorismo è sostenuto da una quarantina di Paese. Pensava, tra gli altri, alla Turchia, all’Arabia Saudita e al Qatar. L’attacco contro il SU-24 a dimostra che aveva ragione».

Un esponente del Baath  non è certamente il massimo dell’imparzialità, ma il problema è che come lui la pensano russi, cinesi, irakeni, iraniani e kurdi ed altri Paesi, anche islamici, che si trovano a fare i conti con la crescita dell’estremismo islamista. E la pensa così anche l’insospettabile The Indipendent britannico: «La Turchia non ha alcun interesse ad una soluzione pacifica del conflitto in Siria, che le potenze mondiali stanno negoziando. Dato che Erdogan è disperato, cercherà ancora di far fuoco su  Assad e riprendersi dalle sconfitte subite sia in Siria che geopoliticamente».

Secondo l’editoriale scrito per The Indipendent da Ranj Alaadin, «Sul fronte interno, Erdogan vive di un clima di paura e di incertezza. Questo per lui ha funzionato nelle elezioni anticipate del suo Paese all’inizio di questo mese, durante le quali, dopo mesi di bombardamenti, violenza e retorica divisiva, ha riconquistato la maggioranza che aveva perso a giugno. L’abbattimento del Jet russo può fornire ad Ankara un utile diversivo per cercare di intensificare la sua campagna militare contro i kurdi, in particolare nella provincia di Mardin dominata dai kurdi, dove  nei giorni scorsi sono stati aggrediti dei palamentari. Due giorni fa, Selahattin Demirtas, il leader del Partito democratico dei popoli (HDP)  pro-kurdo, che ha raggiunto la fama internazionale con le elezioni nazionali, è sopravvissuto a un attentato Diyarbakir, città a predominanza kurda. Queste tattiche non saranno senza costi a lungo termine e mineranno le possibilità di pace in Siria, nonché lo sforzo dell’Occidente per sconfiggere l’ISIS. L’Occidente ha calmato e rafforzato Erdogan in Turchia nel periodo precedente alle elezioni nazionali, con l’obiettivo di assicurare un accordo con Ankara sulla crisi dei rifugiati. Ora non può dispiacersi di tutto questo. Non solo è probabile che ad Erdogan piaccia colpire duro, ma che possa andare per la sua strada. Non si è mai curato tanto dell’Ue ed ha cercato di impegnarsi l’Occidente solo quando era sotto pressione all’interno. Ma la Turchia non è un alleato indispensabile e non deve essere considerato come tale. A meno che l’Occidente non cominci ad esercitare sul serio delle pressioni, Erdogan avrà pochi incentivi a fermare le sue politiche dannose».