Air gun nell’Artico canadese, in pericolo Inuit, orsi polari, foche e narvali (VIDEO)

David Suzuki: «La resistenza di Clyde River alle Big Oil è classico Davide contro Golia»

[24 agosto 2016]

Air gun Artico canadese

Su EcoWatch David Suzuky, scienziato, divulgatore e co-fondatore della  David Suzuky Foundation lancia l’allarme su quanto sta per succedere nella Baia di Baffin e nello stretto di Baffin, un’area dell’Artico canadese dove vivono foche, balene, orsi polari e probabilmente il 90% della popolazione mondiale di narvali del mondo.  Un  mare che rappresenta l’’habitat di 116 specie di pesci, come il salmerino, importantissimo per le comunità Inuit di Nunavut.

Suzuky spiega che «Anche se l’area è fondamentale per gli Inuit per la caccia e altre attività tradizionali, il governo federale ha approvato il Seismic Airgun Blasting (quello che viene chiamato comunemente air gun) di un consorzio di compagnie energetiche. Hanno in programma di sparare con cannoni sottomarini dalle imbarcazioni per mappare il fondo dell’oceano per cercare depositi di petrolio e gas, in preparazione per la trivellazione offshore».

L’air gun è stato approvato nel 2014, al tempo del governo conservatore, dal National Energy Board (Neb) del Canada e sta incontrando una forte opposizione. Ma nel 2015  la Corte federale di appello ha detto che la decisione del Neb era giusta perché gli Inuit sarebbero tati adeguatamente consultati in merito al progetto, cosa che gli Inuit non condividono per niente.  Gli inuit dicono di voler impedire la distruzione dei loro territori di caccia nel remoto territorio del Clyde River nel Nunavut e per questo i Nammautaq Hunters e la Trappers Organization hanno presentato appello alla Corte suprema del Canada, che ha accettato di esaminare il caso entro la fine dell’anno. Suzuky sottolinea che «Una decisione positiva potrebbe fermare il seismic blasting e affermare il diritto dei popoli indigeni di decidere del proprio futuro per quanto riguarda lo sviluppo delle risorse nei loro territori, che è centrale United Nations Declaration on the Rights of Indigenous Peoples, della quale il Canada è uno dei firmatari. Questo caso riguarda una regione isolata. Ma la minaccia di un enorme sviluppo in un altro territorio tradizionale non è un caso isolato. I popoli indigeni sono in prima linea nel cambiamento ambientale in tutto il pianeta. La continua espansione dell’estrazione di risorse sta degradando  territori tradizionali che hanno sostenuto le comunità per millenni, dalla tundra artica alla foresta primordiale, all’arido deserto. Sono attraversati da strade, linee di trasmissione e pipeline e crivellati da pumpjacks, dalle fiamme delle ciminiere e da altre infrastrutture per la trivellazione, il fracking  e dalla miniere di combustibili fossili. La maggior parte degli interventi procedono senza il consenso delle comunità locali e con il minimo vantaggio per loro in termini di posti di lavoro, formazione e prosperità economica. Numerosi studi dimostrano che le comunità indigene di solito sopportare il peso dello sviluppo delle risorse, dal declino della qualità delle acque alla distruzione delle tradizionali territori di caccia e di pesca. Le conseguenze sociali sono devastanti.

All’inizio di quest’anno Suzuky ha partecipato  ho partecipato alla Canadian Indigenous Health Conference, che ha riunito esperti di salute pubblica anziani indigeni, i leader politici, giovani cacciatori, e dice che i problemi, anche sociali, di molte First Nations canadesi, compresi i Métis e gli Inuit, sono molti: alcolismo, abuso fisico, depressione e suicidio che «Sono legati al vuoto lasciato quando le comunità non possono più cacciare, pescare, trappolare, raccogliere frutti di bosco e comunque vivere le loro terre come hanno fatto  i loro antenati. Nonostante vivano in uno dei Paesi più ricchi del mondo, gli Inuit affrontano un’insicurezza alimentare cronica. Quasi il 70% delle famiglie nelle comunità come Clyde River lottano con ottenere abbastanza nutrimento per restare in buona salute, contro l’8% del Paese nel suo complesso. Le attività tradizionali come la caccia e la pesca sono fondamentali per la sicurezza alimentare delle comunità indigene, ma bisogna anche sostenere un approccio olistico alla salute generale e il benessere dei popoli indigeni».

Lo studio “Cultural and Ecological Value of Boreal Woodland Caribou Habitat” pubblicato nel 2013 dalla David Suzuki Foundation, sottolinea  l’importanza per le First Nations della caccia si caribù nella foresta boreale ed evidenziava che questa pratica «non è solo un processo di ottenimento della carne per l’alimentazione. Con ogni caccia risveglia e rinforza una serie deliberata di relazioni e protocolli, questi includono la reciprocità, la coesione sociale, la spiritualità e la trasmissione delle conoscenze alle generazioni future».

Gli scienziati temono che il bombardamento sonico ad alta intensità prodotto dall’air gun potrebbe influenzare negativamente la fauna marina, aggravando la crisi dell’insicurezza alimentare, come conferma il rapporto “A Review of the Impact of Seismic Survey Noise on Narwhal & other Arctic Cetaceans” di Greenpeace Nordic. Secondo i cacciatori Inuit le campagne di seismic blasts’ già realizzate hanno alterato i modelli migratori di alcune specie e riportano danni terribili agli organi interni di foche e altri animali esposti alle esplosioni sismiche sottomarine dell’air gun.

Suzuky  conclude: «La resistenza di Clyde River alle Big Oil è classico Davide contro Golia. Da un lato, potenti corporations con i soldi e l’accesso ai politici. D’altra parte, una delle culture più antiche del mondo, che è sopravvissuta per millenni in armonia con l’ambiente. L’ex sindaco Clyde River Jerry Natanine ha detto, “Gli Inuit non vivono sulla terra, siamo parte di essa Formiamo una unità indivisibile con l’ambiente artico che stiamo combattendo per conservare per il nostro popolo e la nostra cultura per sopravvivere e prosperare”».

Videogallery

  • Blasting the Arctic