Artico e petrolio, la Shell può trivellare, sì condizionato del dipartimento dell’energia Usa

E’ il più grande, pesante e sporco piano di esplorazione petrolifera mai proposto nell'area

[12 maggio 2015]

Due anni fa, dopo il naufragio di una piattaforma e diversi problemi di sicurezza a bordo di altre, la  Royal Dutch Shell rinunciò a continuare con l’esplorazione petrolifera nell’Artico statunitense, resa economicamente meno sostenibile anche dal crollo del prezzo del greggio.  Ma la multinazionale anglo-olandese non ha mai nascosto di voler continuare con le prospezioni nell’Artico non appena le condizioni tecnico/economiche lo avessero permesso e non ha mai smesso di fare lobbyng sull’amministrazione statunitense. Un’insistenza ripagata, visto che Shell ha ottenuto dal Bureau of Ocean Energy Management (Boem) del Dipartimento degli interni il via libera a riprendere le sue operazioni artiche, condizionato  però dall’approvazione di altre 7 autorità di regolamentazione Usa. In particolare Shell, per iniziare la trivellazione  questa estate deve ottenere un permesso da parte del governo federale e dallo Stato dell’Alaska. Ma difficilmente Obama smentirà il suo dipartimento degli interni e in Alaska i repubblicani vorrebbero trivellare anche i parchi nazionali. La decisione arriva in un contesto di crescente opposizione, a Seattle e in tutto il Paese, alle trivellazioni nell’Artico ed è un bruitto segnale che arriva dubito dopo che gli Usa hanno assunto la presidenza di turno  dell’Arctic Council.

In un comunicato la direttrice del Boem,  Abigail Ross Harper, assicura: «Abbiamo adottato un approccio riflessivo per considerare attentamente potenziale esplorativo nel Mare di Chukchi.  riconoscendo le rilevanti risorse ambientali, sociali ed ecologiche nella regione e stabilendo standard elevati per la protezione di questo ecosistema critico, delle nostre comunità artiche e delle  necessità di sussistenza e delle tradizioni culturali di nativi –ha detto la Ross Hopper – Mentre andiamo avanti, tutte le attività esplorative in mare continueranno ad essere oggetto di rigorosi standard di sicurezza».

Gli ambientalisti dicono da sempre che Artico e petrolio sono incompatibili e si sono opposti duramente ai nuovi permessi, Secondo Susan Murray, dell’Ong internazionale Oceana, «Il nostro governo si è affrettato ad approvare un’esplorazione rischiosa e mal progettata in uno dei luoghi più remoti e importanti sulla Terra». Ma sembra essere prevalso il fattore economico: Shell ha speso circa 6 miliardi di dollari per l’esplorazione petrolifera nell’Artico, una regione che potrebbe nascondere ancora il 20% del petrolio e del gas ancora da scoprire di tutto il mondo.

La multinazionale vuole perforare fino a 6 su fondali fino a 40 metri di profondità a circa 70 miglia a nord ovest di Wainwright, in Alaska. Si tratta di perforazione esplorativa, per determinare se i giacimenti della possono consentire una produzione su larga scala. Verranno utilizzate due navi che dovrebbero essere in grado di affrontare eventuali incidenti. Infatti, tra i guai nei quali è incappata la Shell  l’ultima volta che ha cercato di trivellare l’Artico c’era anche la sua incapacità di mettere in piedi misure efficaci ed immediate ad un grosso incidente sulle piattaforme petrolifere prima che la marea nera raggiungesse le coste, come dimostrarono chiaramente l’incendio sulla piattaforma Noble Discoverer.  O  il naufragio della Kulluk, che si staccò dal rimorchiatore che la trasportava e si andò ad incagliare sulle coste dell’Alaska, sversando 150.000 galloni di carburante e fluido di perforazione.

Il portavoce della Shell, Curtis Smith, esulta: «L’approvazione del nostro Revised Chukchi Sea Exploration Plan è un’importante pietra miliare ed evidenzia la fiducia che i regolamentatori hanno nel nostro piano», quello che non dice è che si tratta degli stessi regolamentatori che dettero l’Ok anche al precedente disastroso piano Shell nell’Artico Usa.

Michael Brune, direttore esecutivo di Sierra Club, la più grande associazione ambientalista Usa, notoriamente vicina alle posizioni democratiche, ha detto: «Siamo profondamente delusi dal fatto che pochi giorni dopo gli Stati Uniti ha assunto la presidenza dell’Arctic Council, un organismo internazionale dedicato a proteggere l’ambiente artico, l’amministrazione Obama abbia deciso di consentire alla Shell di andare avanti con il suo piano sporco e pericoloso di trivellare nelle  nostro acque artiche. Questo è esattamente il messaggio sbagliato da inviare al mondo. Il misero track record della Shell nella regione artica non ispira fiducia nella sua capacità di trivellare in modo sicuro in un ambiente unico e durissimo come il Mar Glaciale Artico americano. In realtà, in un’analisi fatta dell’amministrazione Obama si prevede un 75% di probabilità di una fuoriuscita di petrolio, se verrà permesso alla  Shell di praticare trivellare nel Mar Glaciale Artico americano. Sia la scienza e il buon senso ci dicono in maniera cristallina che non bisogna sviluppare i carburanti sporchi, soprattutto quelli nella regione artica, che devono  rimanere nel terreno, se vogliamo evitare le peggiori conseguenze del disastro climatico. Minimizzando le minacce che la trivellazione pone al nostro clima, alle comunità e all’ambiente – come continua a fare la Shell -. in  realtà non rende le minacce meno gravi. L’amministrazione Obama deve dire no alle trivellazioni nel Mare Glaciale Artico americano, annullare queste licenze e rimuovere le future concessioni dall’ offshore drilling plan quinquennale»

Annunciando il sì condizionato, il Boem ha citato la recente approvazione delle sue nuove norme di sicurezza per le trivellazioni del Mar Glaciale Artico sotto c sovranità Usa, che comprende anche il Mare dei Chukchi. Questi regolamenti chiedono alle companiees i avere piani di emergenza per gli incidenti e dice che devono essere in grado di «schierare prontamente», attrezzature di contenimento di emergenza per affrontare uno sversamento e che devono costruire un secondo impianto di perforazione vicino a quello lle iniziale, in modo da trivellare un altro pozzo in caso di esplosione, per evitare che si ripeta un disastro come quello della Deepwater Horizon del Golfo del Messico.

Le associazioni ambientaliste non ne sono affatto convinte e continuano ad avvertire che l’Artico è un ambiente troppo remoto, sensibile, e imprevedibile per poterlo esporre ai rischi della trivellazione e, come fa Brune,  ricordano che un rapporto dello stesso Boem ha rivelato che esiste il 75% di probabilità che ci sia una fuoriuscita di oltre 1.000 barili prima che una grande compagnia petrolifera come la Shell possa intervenire nei siti del  Mare dei Chukchi e che la stazione della Guardia Costiera più vicina è a più di 1.000 miglia di distanza.

Marissa Knodel, di  Friends of the Earth, non vuole crederci: «E’ scandaloso come il nostro governo sembri  determinato a sacrificare il nostro prezioso Mare Glaciale Artico per i profitti della Shell. Con una probabilità del 75% di una grande fuoriuscita di petrolio dagli impianti di trivellazione, ci sarà inquinamento dell’aria, dell’acqua e da rumore, questo è il più grande, più pesante e più sporco piano di esplorazione mai proposto nell’Artico americano».