Attacco nell’Artico a Greenpeace: «La Russia violò il diritto internazionale»

La Corte dell’Aja dà ragione agli Actic 30: sequestro dell’ Arctic Sunrise e detenzioni illegali

[25 agosto 2015]

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Greenpeace annuncia che «La Corte permanente di arbitrato dell’Aja, la stessa presso cui l’Italia ha avviato una procedura per il caso dei due Marò, ha dichiarato illegale il sequestro avvenuto due anni fa della nave di Greenpeace “Arctic Sunrise” e del suo equipaggio di 30 persone, diventate famose come gli “Arctic 30”».

Le Forze speciali russe abbordarono, armi alla mano,  l’Arctic Sunrise il 19 settembre 2013, il giorno dopo che gli  attivisti di Greenpeace si erano arrampicati sulla piattaforma petrolifera Prirazlomnaya, della compagnia statale russa Gazprom. L’Arctic Sunrise rimase sotto sequestro 8 mesi, mentre i 30 membri dell’equipaggio, 28 attivisti e due giornalisti, tra cui l’italiano Cristian D’Alessandro, furono incarcerati per due mesi.

Putin volle fare una prova di forza per far vedere che nessuno poteva impedire alla Russia di trivellare nelle pericolosissime acque dell’Artico, ma ora la sentenza della Corte internazionale dice che il governo di Mosca, abbordando la nave di Greenpeace e sequestrando il suo equipaggio, che protestava pacificamente, violò il diritto internazionale e che la Russia con qull’assalto a mano armata ha violato  diversi articoli della Convenzione Onu sul Diritto del Mare.

Ora le Autorità russe dovranno risarcire il governo olandese che aveva portato il caso in tribunale, perché l’Arctic Sunrise  batte bandiera olandese. «L’istituzione di una zona di sicurezza di tre miglia nautiche attorno alla piattaforma non aveva infatti alcuna base legale – sottolineano a Greenpeace –  e le autorità russe non potevano abbordare la nave senza il consenso del governo olandese».

Daniel Simons, consulente legale di Greenpeace International, è soddisfatto: «La sentenza di oggi costituisce un precedente importante. I governi esistono per far rispettare le leggi, non per tutelare con uomini armati gli interessi dell’industria petrolifera. Questo non accade solo in Russia: in diverse parti del mondo gli attivisti che difendono l’ambiente sono sottoposti a intimidazioni da parte di chi vuole metterli a tacere. La protesta è avvenuta ben al di fuori delle acque territoriali russe e non poteva in alcun modo essere configurata come pirateria o vandalismo. Ci auguriamo che questa sentenza serva da deterrente per altri governi che cercano di chiudere la bocca al dissenso, a terra come in mare».