Azerbaigian: il regime arresta i giornalisti per coprire gli scandali petroliferi della dinastia Aliev

Khadija Ismaïlova condannata anche in appello. Persecuzione contro Meydan TV

[9 dicembre 2015]

Khadija Ismaïlova

Il 25 novembre scorso è stata confermata in appello la condanna a 7 anni e mezzo di prigione della celebre giornalista indipendente azera  Khadija Ismaïlova e  Reporters sans frontières (RSF) denuncia un “verdetto disgustoso»  e chiede alla comunità internazionale di fare di tutto per ottenere la rimessa in libertà della giornalista.
La Ismaïlova che aveva denunciato la cleptocrazia petrolifera della cricca del presidente  Ilham Aliev, rampollo di una dinastia al potere fin da quando l’Arzebaigian era ancora una Repubblica Socialista dell’Unione Sovietica, e che ha dominato il Paese da quando è indipendente, gestendo le sue enormi risorse petrolifere e gasiere come cosa propria, è stata condannata, senza che la cosa sorprenda nessuno, dalla Corte di appello di Baku, che ha confermato il verdetto emesso l’1 settembre. Con un senso dell’umorismo quasi macabro, un regime noto per la sua avidità e per la violazione dei diritti umani  ha fatto condannare la coraggiosa giornalista evasione fiscale, abuso di potere, appropriazione indebita e attività commerciale illegale. La Corte suprema dell’Azerbaigian deve ancora esaminare il dossier Khadija Ismaïlova, ma intanto la giornalista è già stata trasferita in un carcere femminile.

La Ismaïlova, dopo vari tentativi di pressioni e intimidazioni, tra cui un ricatto sessuale, era stata arrestata con l’accusa di «istigazione al suicidio» di un suo ex collega, ma prima che quest’ultimo, vivo e vegeto, ritirasse un’accusa del tutto inconsistente, il governo ha accusato la giornalista di altri 4 reati, compresa l’evasione fiscale,  e  hanno collegato l’indagine che la riguarda a quella sulla sede di Radio Free Europe/Radio Liberty a Baku, che la giornalista aveva diretto prima.

Johann Bihr, responsabile dell’ufficio Europa dell’Est ed Asia Centrale di RSF, denuncia: «La giustizia azera continua a recitare una tragicommedia il cui scenario è scritto da molto tempo dal presidente Ilham Aliev,  Questo affaire è politico fin dall’inizio, per questo chiediamo ai partner internazionali di Baku (tra i quali c’è anche l’Italia, ndr) di rivolgersi al più alto livello per esigere la rimessa in libertà immediata di  Khadija Ismaïlova. In Azerbaigian lo sanno tutti:  è il suo lavoro giornalistico ed il suo attivismo per i diritti umani che hanno valso il carcere alla giornalista».

Infatti la Ismaïlova è una figura di punta del giornalismo investigativo ed è nota per le sue inchieste sulla corruzione che sono arrivate fino ai vertici dello Stato azero. Il regime di Aliev non è riuscito a farla tacere e nel dicembre di un anno l‘ha arrestata nell’ambito di una vasta campagna di persecuzione e intimidazione che ha colpito altri giornalisti e difensori dei diritti umani.

Come spiegano a RSF, «Dopo aver annientato ogni pluralismo mediatico, il regime di Ilham Aliev orchestra da due anni una repressione senza precedenti contro le ultime voci critiche. Undici altri giornalisti e blogger sono attualmente incarcerati per aver svolto un lavoro informativo. Il processo ad uno di loro,  Rauf Mirkadyrov, si è aperto il 4 novembre, a porte chiuse, dopo un anno e mezzo di detenzione provvisoria».

Il 16 settembre RSF aveva denunciato la scomparsa di un altro giornalista, Shirin Abbasov, che poi si è scoperto che era stato condannato alla detenzion e in segreto. Il giovane reporter era solo l’ultima vittima di una campagna persecutoria contro  il canale televisivo online indipendente Meydan TV.

Abbasov, era stato arrestato mentre stava andando all’università che frequentava, stessa sorte era toccata alla giornalista  Aytaj Ahmedova, che lavora anche lei per  Meydan TV, arrestata in strada il 16 settembre da uomini vestiti da civili che si sono poi rivelati essere agenti della stessa unità di polizia che ha arrestato il giovane Abbasov.  I due giornalisti avevano coperto numerosi processi a difensori dei diritti umani e a giornalisti, compreso quello a Khadija Ismailova, ma anche quello a Leïla e Arif Iunus. Diversi collaboratori di Meydan TV erano già stati convocati dalla polizia azera poco tempo dopo il primo  processo  alla celebre giornalista e il 30 giugno a  Shirin Abbasov era stato vietato di lasciare il territorio dell’Azerbaigian a causa della sua collaborazione con Meydan TV.

Fondata all’estero nel 2013, quando un’ondata repressiva senza precedenti cominciò ad abbattersi sulla società civile azera, Meydan TV è diventata la bestia nera del regime, denunciando sia le violazioni dei diritti umani in Azerbaigian che la corruzione del regime di Aliev.

Il regime amico della Turchia e dell’Occidente – ma che cerca di avere buoni rapporti anche con russi ed iraniani –  ha costantemente perseguitato i giornalisti di Meydan TV: il suo fondatore Emin Milli, è in esilio in Germania dal 2012, dopo essere stato per un anno in galera dopo un arresto arbitrario. Il governo di Baku ha fatto avere al giornalista un messaggio nel quale lo minaccia: «Lo Stato ti punirà, ovunque tu sia, per la campagna di denigrazione». Diversi familiari di Milli sono stati costretti a prendere pubblicamente le distanze da lui a fine giugno con una lettera indirizzata direttamente al presidente Ilham Aliev e pubblicata con grande rilievo sui media del regime. A luglio il fratellastro di Milli  è stato arrestato sulla base di accuse completamente montate.

Nel Classement mondial 2015 de la liberté de la presse di Reporters sans frontières, l’Azerbaigian è al 162esimo posto per la libertà di stampa su 180 Paesi.