Basilicata e petrolio. Le fiammate (anche di polemiche) al centro oli di Viggiano

[20 gennaio 2014]

Si è verificato l’ennesimo strano episodio al Centro oli di Viggiano, in Basilicata, che ha messo ancora una volta in evidenza le criticità legate alla presenza dell’attività petrolifera in Val d’Agri: l’impatto ambientale della struttura produttiva e la carenza di informazioni certe. Legambiente Basilicata aveva immediatamente fatto notare, già il 13 gennaio, che «l’impianto di desolforizzazione (con annessi e connessi), così come dimostrato dall’esperienza ormai di un quindicennio, ha un’alta frequenza di malfunzionamenti, intoppi, incidenti. A fronte di tutto ciò, non possono più bastare le rassicurazioni dell’Eni sulle possibili conseguenze».

Ma il 18 gennaio Eni Basilicata il 18 gennaio ha pubblicato sul suo sito e sui giornali locali una lettera “Ai cittadini lucani” nella quale si legge che «lunedì scorso, per meno di un’ora, la fiaccola di sicurezza del nostro Centro Olio in Val d’Agri si è notevolmente innalzata rispetto alle sue condizioni operative abituali. La grande visibilità della fiamma è stata accompagnata da un intenso rumore. Comprensibilmente, l’evento ha generato un forte impatto emotivo tra coloro che operano ogni giorno e vivono vicino al nostro impianto, e forte è stata l’eco sui media della Regione. Scusandoci con tutti voi per l’accaduto, sentiamo la necessità di spiegarvi, con parole semplici, cosa è successo.

La fiaccola del Centro non fa altro che garantire la sicurezza dell’intero impianto. Normalmente brucia una quantità minima di gas ed è sempre accesa proprio per consentire, in caso di necessità, che il gas non rimanga in pressione nelle linee, ma vada in torcia. È quanto è successo lunedì scorso, quando si è verificata una breve interruzione interna  dell’alimentazione elettrica al sistema di gestione e controllo dello stabilimento. A quel punto, il sistema automatico di sicurezza ha reagito correttamente e prontamente, convogliando tutto il gas presente all’interno dell’impianto in fiaccola. Seppure in una circostanza che non avremmo voluto accadesse, lunedì abbiamo avuto la conferma del funzionamento ottimale del sistema di sicurezza del Centro Olio Val d’Agri, che ha interrotto simultaneamente e totalmente l’esercizio di tutte le apparecchiature dello stabilimento, compresa l’erogazione dei pozzi a esso collegati. In ogni momento, il Centro Olio Val d’Agri ha operato in condizioni di completa sicurezza e l’evento non ha comportato pericoli, né per i lavoratori né per gli abitanti dell’area. Così come non ha avuto alcun impatto negativo sull’ambiente:lo confermano i dati di qualità dell’aria registrati dalle centraline di controllo presenti intorno non crede alle “scuse  a pagamento” dell’Eni, «In verità non accompagnate da un ammissione dell’incidente e sull’aumento di emissioni inquinanti, questa volta registrate dall’Osservatorio Ambientale della Val d’Agri che sembra essersi “svegliato” dalla cappa di torpore anestetico nel quale era stato messo dall’ex governatore della Basilicata. Rivolgendosi ai cittadini lucani ENI fa sapere che presso il centro olio è “tuttapposto” e la fiammata rientra nel ciclo di normalità a cui i residenti e le maestranze devono abituarsi… Non una parola sul perché sia scattato piano di emergenza interno e non quello esterno. Un piano di emergenza esterno adottato nel silenzio assordante di istituzioni pubbliche e che solo la Ola, Laboratorio per Viggiano e Onda Rosa hanno “osato” presentare ai cittadini presentando assieme ad altre associazioni le osservazioni di cui si sono perse le tracce, in un affollato incontro a Viggiano lo scorso anno, disertato non a caso dalla compagnia, dai sindaci di Viggiano e Grumento, dalla Prefettura e dalla Regione. Un piano di emergenza esterno considerato dunque inutile e pura formalità, che invece potrebbe salvare vite umane».

In effetti l’Osservatorio Ambientale della Val d’Agri, previsto dal Protocollo di intenti Eni/Regione Basilicata quale misura di compensazione ambientale per il progetto di sviluppo petrolifero della Val d’Agri e istituito nel marzo 2011, ha comunicato che dalle analisi dei dati degli inquinanti provenienti da 5 centraline  fatte dopo la fiammata risultano, anche nei giorni successivi, diversi e ripetuti sforamenti dei limiti di PM2.5 e delle concentrazione oraria di H2S, o-xilene, etilbenzene mentre nell’area contigua al Centro Oli è stato registrato un incremento delle  concentrazioni orarie di SO2».

L’Ola chiede beffardamente all’Eni: «Ma da chi e come vengono letti i dati e di quali centraline parla l’Eni? le stesse monitorate dall’Osservatorio Ambientale della Val d’Agri? Eni nel suo proclama di scuse “a pagamento” offre la sua versione dei fatti. Sulle fughe di H2S non una sola parola, mentre ancora oggi qualche giornale evidentemente “imbeccato” dalla compagnia definisce  “non oltre la soglia” gli inquinanti emessi il giorno 13 gennaio “per meno di un ora” secondo Eni.

Quei valori registrati e divulgati degli inquinanti “incautamente” per qualcuno divulgati dall’Osservatorio Ambientale della Val d’Agri, possono procurare danni all’apparato respiratorio e costituire bio-accumuli pericolosi nell’organismo, specialmente  per quanti costretti a vivere direttamente a contatto h24 con questo stabilimento – che lo ricordiamo – “è suscettibile di provocare incidente rilevante” in base alla nomativa Seveso. Ma Eni “si dice certo” di rispettare l’ambiente. Peccato che forse la compagnia petrolifera finge di non sapere che i lucani si sono accorti che il petrolio non fa certamente bene all’ambiente e alla salute e diffidano giustamente di chi intende aumentare le estrazioni petrolifere in Basilicata ed in Val d’Agri con il memoradum, con nuovi pozzi di petrolio nelle valli del Sauro e Agri, a Marsico Nuovo, Calvello, Marsicovetere e Viggiano. Pozzi che insistono in zone sismogenetiche attive e su bacini idrici delicatissimi. Un memoradum che si chiede di bloccare per non scongiurare il disastro completo di un territorio condannato dai propri amministratori a subire gli impatti negativi delle estrazioni petrolifere che determinano profitti per pochi ed inquinamento per i Lucani».

Legambiente dal canto suo aveva già detto che «In Val d’Agri dobbiamo ancora recuperare il tempo perduto sul fronte dei controlli e della sicurezza, per i cittadini e per l’ambiente. Urge un sistema di monitoraggio certo e trasparente, cui deve necessariamente accompagnarsi un insieme di regole e procedure chiare, oltre ad un livello di diffusione delle informazioni in tempo reale, fino ad oggi inesistente, controllato dalla mano pubblica che sia in grado di “dettare” la linea, anche a scapito dei forti interessi economici in gioco. Un sistema che sia in grado di dare certezze e sicurezze ai cittadini che oggi invece vedono la presenza dell’industria petrolifera in Basilicata solo come una minaccia per la salute e per l’ambiente».

Per questo il Cigno Verde Lucano si rivolge al mondo del lavoro, della scuola e all’intera società civile perché «Esercitino un rinnovato ruolo di custodia del territorio, a tutela di diritti irrinunciabili, per pretendere un presente e un futuro “puliti” per la Val d’Agri e per tutta la Basilicata. Controlli, trasparenza e deciso sostegno alle aree protette: queste sono le risposte che le popolazioni dei territori interessati chiedono e si aspettano di ottenere».