I casi di Guinea e Kenya e il rapporto delle Ong

Biocarburanti e land grabbing italiano: energia per l’Ue ma rischio fame per l’Africa

[29 aprile 2014]

Il rapporto “Le projet Jatropha de Nuove Iniziative Industriali in République de Guinée – Production industrielle d’agrocarburants et cohérence des politiques européennes”, appena pubblicato, rappresenta una forte denuncia contro la politica energetica dell’Ue sui biocarburanti, che ha fissato un obbiettivo del 10% entro il 2020 di carburanti di origine vegetale. «Questa legislazione, una manna per l’agro-industria – si legge nel dossier – ha come conseguenza quella di incoraggiare delle acquisizioni massicce di terre che minacciano la sicurezza alimentare di numerose popolazioni».

Lo studio – pubblicato da  Comité Français pour la Solidarité Internationale (Cfsi), una coalizione di 23 organizzazioni  di solidarietà internazionale che lavora con Ong dei Paesi del Sud del mondo, SOS Faim e la Coalition pour la protection du patrimoine géné-tique africain  (Copagen), una rete di 9 coalizioni di Paesi dell’Africa occidentale che favoriscono la partecipazione civica e comunitaria sulle questioni delle sementi Ogm, del lang grabbing e dell’agricoltura familiare – si basa su un caso di land grabbing in Guinea «negoziato nella più grande opacità, il protocollo d’intesa firmato tra il governo e l’investitore italiano lascia i contadini senza indennizzazione e senza protezione giuridica».

Si tratta dell’impresa  Guinée Énergie S.A, filiale del gruppo italiano Nuove Iniziative Industriali SRL (Nii), che ha acquisito vaste aree in Guinea per coltivare la jatropha per poi trasformarla in biocarburante da esportare nell’Unione europea. Secondo Cfsi, SOS Faim e Copagen, «Benché la vaghezza sulle supoerfici cedute resti totale, i 74.504 ettari di terre censite non sarebbero che la parte emergente dell’iceberg. Il protocollo di accordo stabilito nel 2010 tra il Ministère de l’Agriculture e Guinée Énergie S.A (partecipata di Nii al 70%) menziona una superficie totale di più di 710.000 ettari, cioè più dell’11% delle terre arabili del Paese… La maggioranza di questi investimenti sarebbe inoltre illegale secondo delle disposizioni che limitano a 10.000 ettari ogni cessione di terre a delle imprese». L’impresa italiana, che ha acquisito terreni nelle prefetture di Faranah e Kouroussa (Haute-Guinée) e Beyla (Guinée forestière),  è accusata di far leva su promesse di lavoro, infrastrutture e servizi  in un Paese nel quale circa la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà e più del 15% è sottoalimentata.

In Guinea l’80% dei redditi deriva dall’agricoltura  e le terre cedute a Guinée Énergie S.A sono in maggioranza comunitarie, utilizzate come pascoli o per le coltivazioni alimentari. «Se sono detenute abitualmente dalle comunità e dalle famiglie – sottolinea il rapporto –  non esistono prove legali. I primi interessati non dispongono né di informazioni né dei documenti necessari per far valere i loro diritti in caso di litigio. Nessuna delle comunità incontrate sa per quale durata sono state cedute le terre. Il protocollo d’intesa non menziona nessun indennizzo monetario».

Nel suo sito, la Nii parla dello «sviluppo di un progetto più ampio che prevede l’acquisizione di terreni per la produzione ecosostenibile di olio vegetale combustibile no-food “progetto Jatropha”.  Tale progetto,che impegna fortemente Nuove Iniziative Industriali srl e in corso in diverse zone dell’Africa (Senegal, Kenya, Etiopia e Guinea), prevede la coltivazione della jatropha (pianta tropicale oleaginosa non alimentare), da cui si estrae un olio da utilizzare come combustibile in alcuni impianti Nuove Iniziative Industriali srl; mentre il residuo della spremitura può essere utilizzato nei digestori per la produzione di biogas da bruciare nei motori e ricavare così ulteriore energia elettrica. Rilevante è inoltre il risvolto sociale di questo progetto che comporta la creazione di numerosi posti di lavoro per le popolazioni coinvolte nell’iniziativa. La creazione di una propria filiera ci permetterà di essere autosufficienti per le forniture dei nostri impianti e di non essere soggetti alle intemperanze dei prezzi del mercato degli oli».

Ma le Ong europee e africane dicono che l’esito del progetto italiano è incerto: «Nel 2010, tutto sembrava pronto ad iniziare, ma nessuna attività significativa di Guinée Énergie è stata più segnalata da fine fin 2012 (anche se nel 2014 l’ufficio guineano dell’Ong Acord ha segnalato il ritorno degli investitori a Beyla e Faranah, ndr) . Le ragioni di questo improvviso stop del processo di investimento restano indeterminate.Ma resta il fatto che, localmente, le terre sono sempre assegnate a Guinée Énergie».

Per Cfsi, SOS Faim e Copagen «questo progetto accumula tutte le caratteristiche del land grabbing: 1. E’ necessariamente condannato a violare il diritto all’alimentazione, dato la sua ampiezza, la sua natura, la sua destinazione. 2. la cessione delle terre  si basa sul il consenso preliminare, libero ma non chiaro degli utenti, come denunciano delle personalità locali (il sous-préfet di Tiro, insegnante i Bèlèya). 3. Nessuna valutazione minuziosa degli impatti sociali, economici ed ambientali è stata condotta e resa pubblica. 4. la procedura di investimento non è trasparenti gli impegni non sono chiari ed il risultato del progetto resta, ad oggi, incerto. 5. la pianificazione democratica, la  partecipazione significativa e la supervisione indipendente sono assenti dal progetto. Di fronte ad una tale situazione,  le organizzazioni europee della società civile chiedono coerenza della politica energetica dell’Ue con i suoi obiettivi di sviluppo e la società guineana reclama più trasparenza».

La Nuove Iniziative Industriali, fondata nel 1999 da Luciano Orlandi, è specializzata in risparmio energetico e agro-energie, prodotte in particolare con olio di palma importato dall’Asia e dall’Africa. Guinée Energie S.A. è stata creata dalla Nii con un capitale iniziale di 15.000 euro.  In un’intervista (Biocarburanti per le luci Ikea) concessa a Marco Magrini  e pubblicata su il Sole 24 Ore nel marzo 2010, Luciano Orlandi assicurava che «l’olio di jatropha è praticamente a impatto zero di anidride carbonica» e il giornalista scriveva che «il risvolto sostenibile di questo promettente business è chiaro. Non a caso, usare questo biofuel dà il diritto a ricevere certificati verdi, rivendibili sul mercato». Ma i biocarburanti non sono senza impatto, visto che – come dimostra il caso del Brasile e dell’Indonesia – le foreste primarie, cioè grandi pozzi di carbonio, vengono abbattuti per coltivare canna da zucchero e olio di palma per fabbricare biocarburanti.

La Nii in Africa ha interessi anche in Senegal (Senergie, partecipata al 60%), Etiopia (Ethio Renewable Energie – 70%) e Kenya Jatropha Energy (100%), proprio quest’ultimo progetto era finito nel mirinmo di ActionAid, preoccupata  per un progetto di piantagioni per biocarburanti nelle foreste di Dakatcha, in  Kenya, che «viola i diritti di una comunità autoctone di più di 20.000 personnes. Secondo i piani sottoposti da Nuove Iniziative Industriali, una società di biocarburanti italiana, la produzione di agriocarburanti metterà in pericolo i diritti alla terra ed all’alimentazione di questa comunità».

Invece il già citato articolo del Sole 24 Ore presentava i progetti italiani per le bioenergie in Africa sotto un altro aspetto: «Anche Adriano Ghirardello faceva l’imprenditore. L’imprenditore tessile, per l’esattezza. Davanti alla concorrenza cinese – racconta – qualche anno fa mi sono visto costretto a chiudere i battenti e, con mia moglie, mi sono trasferito in Kenya». Peccato che, anche lui, non avesse nessuna voglia di restare con le mani in mano. Così, dopo qualche iniziativa umanitaria in favore delle popolazioni locali, si è imbattuto nella jatropha e nel suo olio combustibile che – non essendo edibile – non fa concorrenza alle coltivazioni per fini alimentari. «Dopo una lunga trattativa con il governo kenyota e dopo un corposo studio di fattibilità e di impatto ambientale – spiega Ghirardello – abbiamo avuto in concessione 50mila ettari da coltivare, che porteranno lavoro a 8mila persone che non ce l’hanno».

Così, in partenership con la Nii, è nata la Kenya Jatropha Energy che, a regime, produrrà 150mila tonnellate di biofuel all’anno: secondo gli accordi col governo, il 20% resterà in Kenya e il restante 80 sarà esportato in Italia, per illuminare, riscaldare e raffreddare i giganteschi negozi di Ikea e gli stabilimenti industriali degli altri clienti della Nuove Iniziative Industriali. «In questo business – osserva – il lato che mi piace di più è la possibilità di coltivare un’area gigantesca, oggi incoltivabile, e di portare lavoro e benessere ai villaggi locali».

Ma secondo ActionAid «Questi combustibili “verdi” – molti dei quali sono destinati ai Paesi dell’Ue – hanno delle qualità ambientali contestabili. La distruzione di grandi zone di foreste e la potenziale espulsione delle comunità indigene che vivono nelle foreste sarebbe un fallimento totale per le autorità kenyane locali e nazionali nel far rispettare la Costituzione del Paese e gli obblighi internazionali sui diritti dell’uomo. Questo affare dimostra anche l’impatto allarmante delle politiche energetiche europee irresponsabili che favoriscono l’utilizzo e la produzione di biocarburanti senza alcuna considerazione per l’impatto che possono avere al di fuori dell’Europa. Il caso di Dakatcha illustra un problema più vasto che si svolge in tutta Africa e in altre parti del mondo in via di sviluppo, dove i diritti al cibo ed alla terra sono già una questione sensibile. La contraddizione con gli obiettivi di sviluppo dell’Ue è totale».

Kenya Jatropha Energy, aveva ottenuto una concessione di  33 anni su 50.000 ettari nella regione di Matidi, senza le consultazioni pubbliche previste dalla legge e le Ong kenyane hanno appoggiato ActionAid denunciando che il progetto della filiale della Nii «non solo minaccia le risorse idriche, avrebbe potuto sparire alcune specie animali e vegetali rare, ma si sarebbe verosimilmente tradotto nello spostamento forzato di circa 20.000 persone».

Sotto la pressione della società civile, il governo di Nairobi ha chiuso il progetto e ha vietato la produzione di biocarburanti nella regione costiera del Kenya. La Nii allora si è rivolta alla Guinea, ma anche lì le voci contro il land grabbing all’italiana cominciano ad alzarsi sempre più forti.