Biocarburanti: Terra che brucia, clima che cambia

Oxfam: «L'Ue consente l’utilizzo di quelli ottenuti da colture alimentari, sottratte alla produzione di cibo nei paesi poveri»

[27 ottobre 2016]

biocarburanti-oxfam

Il nuovo  rapporto di Oxfam “Terra che brucia, clima che cambia – Come l’industria condiziona la politica Ue delle bioenergie» afferma che «lo strapotere delle lobby dei produttori europei di biocarburanti stia condizionando la riforma europea del settore, privando le comunità dei paesi poveri della terra necessaria alla propria sussistenza e aumentando le emissioni di CO2 in atmosfera» e sottolinea che è «una politica che costa ai cittadini europei tra i 5,5 e i 9,1 miliardi di euro ogni anno e che fino al 2012 ha richiesto 78.000 kmq di terra in più, un’area più grande di Belgio e Olanda messi insieme».

Secondo l’Ong internazionale, «L’Unione europea deve rivedere al più presto la sua politica sui biocarburanti. Una legislazione che ad oggi consente alle grandi corporation una produzione fondata essenzialmente su combustibili derivanti da colture ad uso alimentare, su una scarsa attenzione per l’impatto sull’ambiente e sull’espropriazione di terra ai danni di migliaia di piccoli contadini».

La denuncia è forte:«La potente lobby dei grandi produttori di biocarburanti stia fortemente influenzando la riforma della legislazione europea sul tema a spese delle comunità locali in molti Paesi poveri. La crescente richiesta di biocarburanti in Europa priva intere comunità del diritto alla terra»

Il rapporto analizza  il devastante impatto di questa politica in tre continenti e ripota emblematici di «intere comunità private dei propri diritti e rimaste vittime dell’esproprio di terre abitate per generazioni in Tanzania, Perù e Indonesia. Una conseguenza della crescente domanda di materie prime agricole per produrre bioenergia in Europa».

Per questo Oxfam lancia un appello perché «l’Unione europea presenti entro un mese un piano di riforma della legislazione che consente l’utilizzo di biocarburanti ottenuti da colture alimentari e energetiche, sottratte alla produzione di cibo nei paesi poveri».

Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia, sottolinea che «Le decisioni volte a diversificare le fonti energetiche e a tagliare i combustibili fossili, sono spesso prese dai paesi dell’Unione europea senza attente valutazioni sulla sostenibilità sociale e ambientale delle fonti alternative utilizzate. In tal modo l’Ue si fa responsabile – direttamente o indirettamente – di espropri di terre determinando povertà e fame nei paesi più vulnerabili; oltre che di un aumento delle emissioni di CO2 in atmosfera. Così facendo l’Unione europea lascia campo libero a forze di mercato che ignorano totalmente la sostenibilità dell’intero pianeta».

Da sola, la lobby dei produttori europei di biocarburanti è finanziariamente potente quanto la lobby del tabacco e impiega 121 lobbisti per difendere i propri interessi. «Ciò significa che, per ogni funzionario che lavora alla nuova politica sulla sostenibilità delle bioenergie della Commissione europea, l’industria ha sette lobbisti che lavorano per indebolirla», spiega Oxfam. Secondo gli ultimi dati del Registro per la trasparenza dell’Unione europea, solo nel 2015 «i produttori europei di biocarburanti hanno speso oltre 14 milioni di euro per l’assunzione di quasi 400 lobbisti per influenzare la politica europea – sduice Oxfam –  In tutto parliamo di 600 lobbisti: un numero superiore all’intero staff della Direzione Generale per l’Energia della Commissione europea. Un’azione di lobby che, oltre a contrastare una corretta riforma del settore, sta lavorando per un’ulteriore sviluppo della politica sui biocarburanti attuata sino ad ora. Un trend che, oltre a danneggiare il clima e la vita di migliaia di persone, secondo le stime sta già costando ai cittadini europei tra i 5,5 e i 9,1 miliardi di euro ogni anno (in termini di esenzioni fiscali e sussidi pubblici alle imprese finanziati attraverso tasse, bollette e rincari alla pompa dei carburanti pagati da cittadini)»

L’Ong internazionale sfata il “mito” dei biocarburanti eco-friendly: «La produzione di biocarburanti da coltivazioni ad uso alimentare inquina il 50% in più dell’energia prodotta da combustibili fossili. Così facendo, l’Unione europea sta rischiando di venire meno ai propri impegni internazionali per lo sviluppo sostenibile e di mettere a repentaglio gli impegni assunti per contrastare il cambiamento climatico. In media, la produzione di biocarburanti da coltivazioni ad uso alimentare porta al 50% in più di emissioni di gas serra rispetto alla produzione energetica da combustibili fossili. Una politica che ha un impatto ben oltre i confini europei soprattutto per il consumo di terra. Solo nel 2012, oltre il 40% della terra necessaria per la produzione europea di biocarburanti era infatti situata in paesi extraeuropei. Un fattore che non ha fatto che accrescere la dipendenza dell’Unione europea dalle importazioni di biocarburanti».

Poi c’è l’aspetto che forse sta più a cuore ad Oxfam: l’impatto della produzione dei biocarburanti nei paesi poveri che sarà ancora più forte con l’incremento del numero di accordi per l’acquisizione di terra su larga scala a spese delle comunità locali e degli episodi di violenza collegati. «Tra questi accordi molti sono legati alla crescente domanda di energia dalle piante – spiega il rapporto – In particolare, si sono studiati casi in Tanzania, Perù e Indonesia, dove le coltivazioni per la produzione di biocarburanti e di olio di palma hanno causato lo sfratto di intere comunità dai terreni dove vivevano, coltivavano, cacciavano e si guadagnavano da vivere da generazioni».

Secondo la Bacciotti, «Le aziende che producono biocarburanti hanno troppo spesso mano libera nei paesi del sud del mondo, a causa di vuoti normativi e di un debole sistema di governance locale che non riesce a tutelare adeguatamente i diritti alla terra delle comunità locali»,

Oxfam fa l’esempio della provincia di Bengkulu, nella costa sud-occidentale di Sumatra in Indonesia, dove  «La PT Sandabi Indah Lestari (PT Sil), compagnia legata alla produzione di biocarburanti, nega alle comunità locali l’accesso a mille ettari di terra che il governo ha concesso loro. Lo fa attraverso minacce e violenze, distruggendo le abitazioni e le coltivazioni».  Un abitante del villaggio di Lunjuki racconta: «Abbiamo paura. La nostra vita è lì. La nostra sopravvivenza dipende dalla nostra terra. Perché vogliono privarcene?»

Il rapporto affronta anche il problema del  costo della domanda globale di olio di palma, una delle principali materie prime utilizzate nella produzione di biocarburanti, il cui utilizzo, nonostante la rinuncia delle aziende italiane ad utilizzarlo nei cibi, sta continuando a crescere. «Un settore in cui l’Unione europea è tra i tre primi importatori mondiali – sottolinea ancora il rapporto – Poiché la terra disponibile nel sud-est asiatico diminuisce, l’industria dei biocarburanti sta cercando aggressivamente di espandersi dall’Indonesia e dalla Malesia in nuove aree come la regione amazzonica, diventata la nuova frontiera per la produzione di olio di palma».

Oxfam fa appello all’Unione europea perché «investa di più e meglio nell’efficienza energetica e in fonti energetiche che siano realmente sostenibili. Tale politica deve includere le emissioni indirette di carbonio derivanti dal cambio di destinazione di uso della terra e deve senza dubbio esigere, dalle aziende operanti nel settore delle bioenergie, l’ottenimento del consenso libero, preventivo e informato da parte delle comunità locali coinvolte nelle loro filiere di produzione».

La Bacciotti conclude: «Se l’Ue non si doterà di criteri minimi per la sostenibilità sociale dei biocarburanti, impedendo ai produttori europei di approvvigionarsi di olio di palma dalle terre dove i diritti umani e il diritto alla terra delle comunità locali sono stati violati, sarà di fatto complice di un sistema profondamente ingiusto».